Dà parole al tuo dolore: il dolore che non parla sussurra al cuore troppo gonfio l’invito a spezzarsi *

Ottobre
Come fare quando un magma di dolore si espande tra cuore e stomaco e si trasforma in una crosta dura che non lascia passare più niente… che fare? Come scioglierla per poter tornare a respirare?

Mi sono sempre chiesta come riescano le persone a reggere il dolore intollerabile per la perdita di chi si ama. Ho assorbito, nel corso del mio lavoro, la sofferenza dai sentimenti e dalle parole di chi la stava vivendo. Ho sentito la disperazione e la fatica a risollevarsi da una condizione di annientamento. Quel dolore per chi troppo presto ha lasciato la vita ha morso anche il mio cuore e ho sofferto l’assenza di persone care.
Ma ora, ora che mi trovo immersa in questa onda di vita che si ritira mi chiedo ancora, e ancora, come sia possibile attraversare ogni giorno perdendone un pezzetto! Non so trovare risposte se non percorrendo questo cammino imposto.

Mi sorreggo con le parole. Danno forma alle lacrime, mi aiutano a cogliere quei segnali del corpo che possono diventare malattia, mi danno una spinta a guardare oltre la giornata che ho davanti e arginano le ondate di dolore che potrebbero travolgere il mio pensiero.
Sono memoria che non si fa evanescente con il tempo e che posso custodire intatta. Se fisso i pensieri sulla carta è perché non si perdano nel giro continuo e infinito dei giorni e delle ore, nel fluire delle cose che succedono che ne smorza i colori e i contorni, li sbiadisce fino a cancellarli.
È vita vissuta che riemerge; sono episodi, sentimenti che tornano, richiamati da un odore, un suono, un sapore. Che non voglio lasciar andare via ora che tanta parte della mia vita mi sta abbandonando e per questo diventano ancora più cari.
Mi aiutano a non cedere al peso della paura, della disperazione. Quella che si prova a stare vicina a un fuoco che si spegne, un fuoco che ha scaldato la mia vita per lunghi anni, ha trasmesso calore alle mie giornate. A volte mi ci sono scottata a quel fuoco, altre volte mi sembrava scaldasse poco ma è sempre rimasto acceso e ora ne avanzano solo le braci che insisto a smuovere, che cerco di riattizzare. Ma che rispondono senza più vigore.
Così scrivo, per non lasciar disperdere l’ultima scintilla.

24 ottobre
Il mio continuare a muovermi, girare, chiedere, telefonare, cercare di salvare qualche ora, qualche giorno di lavoro… non serve, non ha più senso. È giunto il tempo di fermarmi, starti vicino e tenerti la mano, l’unica che esprime ancora un po’ della tua forza e della tua tenace stretta alla vita. Per il resto so che sei stanco di soffrire e ti stai lasciando andare. Neanche più rispondi.

27 ottobre
Morire può essere una faccenda così lenta e dolorosa, tanto dolorosa da non capirne il senso. Ma chi l’ha detto che bisogna soffrire così tanto per andarsene da questo mondo? Se il corpo è diventato solo patimento e la vita un’agonia che senso può avere prolungarla?
Anche tu, così attaccato alla vita, mi chiedi di lasciarti andare. Mi guardi con il terrore negli occhi perché la morte ha già vinto la partita e lo sai e non riesci più a sopportare il dolore che ti crocifigge. Ieri notte in un momento di coscienza me lo hai detto: ho già sofferto in bisogno. Ho già sofferto in bisogno, hai continuato a ripetere. Ho già sofferto in bisogno!

29 ottobre
Morfina.
Pausa di dolore.
Pausa dal dolore.

Che fatica arrivare a questo punto! Perché lesinare o ritardare questo minimo sollievo dalla sofferenza?
È devastante assistere impotente al dolore di una persona. Se poi è qualcuno che ami tanto diventa insopportabile. 

Ti affidi alle cure della medicina, speri nella scienza e nella ricerca, che hanno fatto tanti passi avanti e sono all’avanguardia nelle tecniche e nei farmaci: qualcosa ci sarà per aiutare a morire senza passare dall’inferno!
Invece non succede proprio così. Ti sembra di navigare a vista a seconda del cambio di turno. Sono diventata attenta, in questa mia vita in ospedale, a chi ci sarà di giorno e a chi ci sarà la notte. E so cosa aspettarmi. Ma, al di là delle caratteristiche personali di sensibilità o distacco, di maggiore o minore umanità, ciò che mi sconcerta è la mancata condivisione di indicazioni che lascia alla cultura ed esperienza personale di chi è di guardia o di turno in quel momento l’intervento che ritiene opportuno. L’infermiera non può prendere l’iniziativa se il medico non ha lasciato la consegna. Il medico di guardia se va bene conosce il paziente e se non va bene interviene in modo generico.
Quando un malato terminale di cancro sta soffrendo in modo visibile e il medico di guardia durante la notte dice di fare un’iniezione di toradol… mi arrabbio! Quando mi risponde che aumentare la morfina è un rischio perché può inibire il respiro e non si prende la responsabilità… mi arrabbio. Quando mi dicono che i parametri vitali sono buoni e non c’è pericolo… mi arrabbio: lo so che cuore, reni e fegato funzionano e mio marito ha sempre avuto un corpo forte e sano, ma se sta soffrendo in modo evidente bisogna capire, senza lasciar passare ore e ore e senza continue insistenze da parte mia prima di intervenire! Anche questo intendevi quando mi hai detto: mi devi difendere? Cosa succede a quelle persone che sono sole e non hanno nessuno che si faccia custode del loro dolore?
E cosa dire dell’infermiera quando mi risponde che la dr.ssa, arrivata da più di un’ora in reparto quel mattino, prima di venire a visitarlo ha cose più importanti da fare? Un uomo che sta soffrendo da tutta la notte e sta per morire non sembra rientrare tra le priorità. Si tratta di pazienti che scendono nella scala delle urgenze agli ultimi posti? Ma il dolore che provano è reale… Quell’infermiera lì si è scusata subito ma non riesco più a rivolgerle la parola oltre lo stretto necessario.

3 novembre 
Le pause dall’ospedale che mi danno respiro mi creano allo stesso tempo un vuoto allo stomaco. Finché sto con lui dentro quelle mura e sono presente non penso ad altro che alle sue necessità, ascolto il suo respiro faticoso, i colpi di tosse, osservo che stia caldo o gli tolgo la coperta in più, gli tengo la mano. Quando sono fuori nel mondo che continua a girare, vado a fare un po’ di spesa, dò da mangiare alla Nina, preparo una lavatrice… mi rendo conto del vuoto che sentirò nella mia vita dopo. Vengo presa dall’ansia di tornare in ospedale ma so che questi momenti, che persone amiche mi regalano sostituendomi vicino a lui, mi stanno preparando al dopo, a quello che verrà poi e che, comunque, mi sorprenderà. Penso di poter essere forte ma ci sono attimi che mi spaventano per il desiderio di dormire e non fare niente e lasciare che tutto vada avanti senza di me.
Ed è cominciato il processo del ricordo, di quando andavamo al cinema, della spesa insieme, del caffè, delle camminate, di tutte le piccole cose della quotidianità che ti sembrano banali e ora ti provocano una desolante nostalgia.

5 novembre
Ieri siamo stati trasferiti in Hospice. È diverso all’ospedale. Non ci sono rumori continui, non c’è il va e vieni incessante, l’interventismo in alcuni momenti e l’attesa senza fine alla ricerca del medico che deve autorizzare un farmaco per il dolore. Qui al primo accenno di sofferenza intervengono e questo mi rende più tranquilla perché non voglio mi rimangano negli occhi il dolore e l’angoscia. L’ambiente è confortevole non solo per lui ma anche per chi gli sta vicino. Non è casa e mi rimarrà sempre il senso di colpa di non averlo potuto riportare a casa tutte le volte che me lo ha chiesto, e sono state tante, ma si avvicina a qualcosa che ci assomiglia. Perché la famiglia si è trasferita qui: io praticamente sempre perché ho preso aspettativa, le figlie ad ogni pausa dal lavoro, amiche e amici spesso a darmi il cambio per una puntata a casa, una doccia e un cambio di vestiti. Ci siamo noi vicino a lui, anche se il suo sguardo non ha più espressione e non so se ci riconosca.

10 novembre
La mattina è sorto il sole ma tu te ne sei andato con le ultime gocce di pioggia della notte. Te ne sei andato velocemente, senza svegliarti.
Speravo di avere più tempo per poter stare insieme a te, anche se sapevo che era un tempo che ti rubavo perché non c’eri veramente. Ma quel tempo si è bruciato con una velocità che mi ha lasciato senza fiato. E con te se ne è andata una parte di me. Così non mi è rimasto altro che riavvolgere il filo dell’ultimo anno, di cui sono stata custode, e raccontarlo.
Perché raccontare significa anche dare voce a chi non può, un atto di giustizia nei confronti di chi le parole non può più usarle. E così ho scritto anche per te, che hai sempre amato le parole, compreso la loro importanza e non ti sono mai mancate per consolare, celebrare, denunciare ingiustizie. Tu che, fino alla malattia e anche oltre, hai continuato a essere un uomo pubblico e delle istituzioni, hai sempre dato valore a ogni singola parola che potesse restituire il senso della vita alle persone, dalle più importanti alle più umili. Soprattutto hai saputo dare parola a quelle più ai margini e che non erano in grado, per povertà o disperazione, di usarle, che mancavano del potere di essere ascoltate. E sono certa che se tu potessi ancora leggermi mi diresti: scrivi, vai! Racconta anche di me, tu che puoi farlo.

∞∞∞

Ho trascritto sul tuo profilo fb, poi ripreso in un tam tam, l’ultimo tuo saluto al mondo e alle tante persone che ti hanno conosciuto, stimato e amato.

Quando un pensiero di me vi sfiora, ricordatemi per come mi avete conosciuto;
ricordatemi per il sorriso che vi ho rivolto, per le parole che ho pronunciato;
ricordatemi per il mio modo di fare e per i valori in cui ho creduto, sempre.
Ricordatevi di me, per come sono stato.
La malattia che mi ha portato via anzitempo è stata una piccola parte della mia vita, l’ultima e la più difficile da affrontare perché ha vinto lei, nonostante la forza con la quale l’ho combattuta e la speranza mai sopita; ha vinto lei e mi ha allontanato da questo mondo che ho amato e da chi è caro al mio cuore. Ha vinto lei ma non si è portata via tutto di me, non ha cancellato i legami, gli affetti, i pensieri che ho condiviso. Li lascio in custodia alle persone con le quali ho percorso tratti di strada, lunghi o brevi non importa. La mia assenza non lascia il vuoto.
La morte è, infine, il prezzo per la vita piena che ho vissuto.

Claudio

4 thoughts on “Dà parole al tuo dolore: il dolore che non parla sussurra al cuore troppo gonfio l’invito a spezzarsi *

  1. Non è facile per me, dopo un tale impatto emotivo, un carico di sofferenza inimmaginabile, potere esprimere con sincera e leale vicinanza, il mio cordoglio! Una goccia insignificante, in un mare di lacrime! Una montagna di cui non si vede la cima! Un cuore grondante d’amore, in cui si vorrebbe possedere il dono dei supereroi!
    Ti sono vicina e ti stimo per la forza che hai e che hai avuto! Non posso che salutarti, rimanendo senza parole contro le banalità, le cose spesso scontate!
    La Vita non è solo tale, ma qualcosa che mescola spirito e corpo, il cuore di un Uomo! La quintessenza dell’origine di tutte le cose e Creature.

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  2. Dare un nome al dolore, perchè si possa sciogliere e ridare fiato al respiro. Ti leggo, Gina,e vorrei poter assorbire una minima parte di quel dolore che ti soffoca. Tu continua a buttare fuori, a dare voce a chi è rimasto solo dentro di te. Verrà un tempo in cui potrò dirti , ” O stanco dolore, riposa ! “. Ti abbraccio.

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  3. Il tempo della vita trascorso insieme è un tempo che vive; che è parte di te; che in te continua a vivere; è le vostre figlie, che continueranno quel tempo e le vostre vite..
    Resta, disperante, la realtà e il tempo della sofferenza; di chi soffre la devastazione dell’impotenza ad aiutare chi ama, senza aiuto; resta, inaccettabile, la fragilità di chi dovrebbe operare per la cura di chi soffre affrontando la fase finale della vita, e lo fa male.
    Restano i legami, che si creano, si rivelano, con chi ci è stato vicino in questo tempo.
    Resta la sofferenza di una quotidianità da ricostruire senza dimenticare, fino a quando il ricordo sarà calore.
    Restano le parole scritte, il dar voce a una sofferenza che, se chiede ascolto, ancor più offre ascolto. Un ascolto prezioso.
    Vorrei poterti abbracciare.

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