Come il sale

Da sempre amo le favole e pensavo da piccola, con la facilità che hanno i bambini di estendere il proprio credo al mondo intero, che tutti le conoscessero. Mi sono accorta poi che non è proprio così e che molti ne conoscono solo alcune versioni disneyane (ma questa è un’altra storia…). Ho imparato come le favole siano insostituibili nel riflettere molti contenuti inconsci e trasmettere significati universali. Il linguaggio del fantastico, della magia, del ‘c’era una volta’ comprende registri che spaziano dal simbolo alla storia e al folclore, dai miti agli archetipi, tali da fornire chiavi di lettura a molti passaggi della vita. Sarà per questo che ci sono favole che mi sono tornate in mente o, per meglio dire, alcuni particolari sono risaliti in superficie dai miei ricordi perché il loro significato mi corrisponde pienamente e dà risonanza al mio sentire.

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La prima di queste favole è Pel di topo o Bene come il sale. Non ricordo come l’ho conosciuta ma, ‘golosa’ di favole com’ero, l’avrò letta in qualche vecchio libro nella versione dei fratelli Grimm. Solo poi ho scoperto le versioni italiane, la più nota quella di Italo Calvino. La riassumo brevemente.

Un giorno un re chiede alle tre figlie quanto lo amano. La prima dice come il sole o come il regno o come qualcosa di manifesto valore. La seconda pure: come l’oro o qualcosa di altrettanto prezioso. La figlia minore, invece, lascia tutti di sasso quando risponde: come il sale. Il re (che non dev’essere un buon padre né un grande sovrano) si arrabbia e le dà dell’ingrata. Perché il sale cos’è? Non è niente, non ha valore! Paragonare l’amore nei suoi confronti a una cosa semplice e banale come il sale lo offende profondamente. Così, a seconda delle versioni, la scaccia o la manda a uccidere nel bosco.

La ragazza, in qualche modo, riesce a scappare e si nasconde sotto una pelle di topo (nella versione dei Grimm o di orso in altre versioni nordiche, mentre in quella italiana di Calvino, aiutata dalla madre, si nasconde dentro un grande candelabro d’argento). Arriva alla corte di un principe dove svolge i lavori più umili ma, per una serie di eventi in cui c’entra anche l’immancabile anello, lui scopre la sua bellezza e la sua storia e se ne innamora perdutamente. Al matrimonio invitano il padre-re e Pel-di-topo, al sontuoso pranzo di nozze, gli fa servire ogni pietanza priva di sale. Alla fine si rivela e, a quel punto, non avendo gustato nessun cibo, il padre riesce a capire il valore del ‘bene come il sale’.

Ecco. È questo ‘sale’ che mi torna ripetutamente in mente: dà ‘sapore’ alla vita, ’significato’ alle azioni, ‘piacere’ nel seguire le passioni. Questo ’sale’ di cui non si conosce pienamente il valore se non quando viene a mancare. È l’amore per alcuni, lo spirito divino per altri. Il senso della vita, infine, declinato nel modo personale di ognuno. Se in passato mi è sempre venuto spontaneo identificarmi nella principessa-pel-di-topo ora mi sento come quel re che che non avverte il sapore del nutrimento della vita.

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Col tempo capisci come ogni cosa che ti rimane impressa assuma un significato che riuscirai a comprendere solo quando ti corrisponderà come un vestito della tua taglia. E proseguendo con le favole c’è un particolare ne La Sirenetta di Andersen (che non riassumo perché sicuramente nota) che mi ritorna alla mente con insistenza: per aver scelto di avere due gambe al posto della coda da sirena, la principessa dell’oceano ogni volta che poggiava il piede per terra provava la dolorosa sensazione di camminare su coltelli…

… come la sensazione che provo ora nel percorrere le stesse strade e fare le stesse cose di quando c’era un ’noi’. Ogni passo è un ricordo che ferisce come quei coltelli sotto i piedi della sirenetta. Ma, dicono, è la condizione umana che impone di sopportare dolori lancinanti quando devi compiere certi passaggi di vita.

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Infine questo spostarmi tra favole e simboli, per tradurre i miei stati d’animo, mi ha portato sulla strada che Dorothy percorre per raggiungere Il mago di Oz. Un viaggio alla scoperta di se stessi. E, tra tutti i bei simboli che la favola moderna regala, quello che mi interessa è proprio il sentiero.

Nel libro la buona Strega del Nord dice alla bambina di seguire la ‘strada di mattoni gialli‘ per trovare la Città di Smeraldo e il palazzo del grande mago. Nel film con Judy Garland la frase diventa: ‘Segui il Sentiero Dorato, Dorothy. Segui il Sentiero Dorato’. Una cantilena che mi è sempre tornata in mente nei momenti di crisi e che ho spesso ripetuta tra me e me quando ero invasa da sentimenti contrastanti per qualche scelta. Quel sentiero dorato l’ho letto anche, in alcune fasi, come un percorso obbligato, dal quale è pericoloso deviare se non sai ancora dove andare. E adesso mi trovo lì sopra e ogni mattoncino giallo che calpesto è un’abitudine, un’azione, qualcosa che ho già fatto, ripetitiva e faticosa. Ma anche precisa nella direzione, un modo per tenermi sulla ‘buona strada’ affidandomi alle cose semplici della vita, quelle di sempre; una difesa che aiuta ad arginare i sentimenti oscuri che possono diventare devastanti. Una lezione di sopravvivenza, infine.