Filippo de Pisis

Cercare in questa pittura un animo che riconosca internamente il suo impegno morale, la dolorosa coscienza, il suo dramma umano, sarebbe inutile. Si può dire che questa pittura appartiene a se stessa, quasi improvviso e arbitrario dono della natura al quale non si può chiedere di più che questa meraviglia d’essere apparso e di renderci felici o per lo meno di esaltarci” (Toti Scialoja)

Tra les Italiens a Paris, de Psisis è l’artista che mi ha meno incuriosito. Fino a quando sono andata a vedere la mostra monografica a Milano al Museo del Novecento*. Ne sono uscita con un’idea differente perché ho scoperto un uomo dalle tante sfaccettature e dalle molteplici passioni; un artista alla ricerca di colori e forme per trasmettere poesia; soprattutto mi ha sorpreso la bellezza e leggerezza di alcune sue opere, proprio quella leggerezza che una parte della critica ha inteso come puro piacere decorativo ma che, seguendo il percorso di vita e artistico dell’artista ferrarese, si comprende essere anche altro.

De Pisis è stato poeta e scrittore prima che pittore. Ha studiato lettere, ha amato i poeti italiani, ha scritto saggi, poesie, zibaldoni autobiografici. Appassionato all’entomologia ha studiato piante, fiori, farfalle, e ha collezionato un erbario donato poi all’università di Padova; ha raccolto conchiglie e oggetti vari che troveranno posto nelle sue stanze e nei suoi dipinti, assumendo significati che vanno oltre l’apparente, in chiave metafisica. Chi fa tutte queste cose in giovane età non può essere che un solitario. Perché ci vuole tempo. E dedizione. E leggendo la sua biografia si ha l’impressione di un ragazzo che ha coltivato le sue passioni sentendosi stretto nella vita provinciale della sua città. A Ferrara ha dedicato ricerche e studi approfonditi ma si è anche sentito soffocare da un certo modo di pensare e ha desiderato allontanarsene e conoscere altro. De Pisis era persona di cultura, quindi, poliedrico negli interessi, ispirato da molti maestri del suo tempo… che nominarli tutti sarebbe lungo.

Il suo nome era Luigi Filippo Tibertelli, nato in una famiglia della nobiltà e borghesia ferrarese l’11 maggio 1896. È stato educato, come i fratelli, dai precettori. Poi ha frequentato il liceo pubblico e in seguito si è iscritto alla Facoltà di Lettere a Bologna. Ha insegnato lettere e latino. E sembrava che fosse quello il suo destino: un uomo di lettere e di parole. Sin da giovanissimo firmava i suoi articoli e pubblicazioni varie con il nome Filippo de Pisis, prendendo la parte del cognome di antenati pisani. Veniva chiamato ‘il Marchesino’, per le origini ma anche per quel gusto del bello che sembrava estraniarlo dalla complicata realtà sociale e politica del tempo.

Il periodo storico in cui si è formato è quello del primo 900, della Grande Guerra. Anni pieni di fermenti artistici e letterari. Ha conosciuto De Chirico e suo fratello Savinio a Ferrara, nel 1916, e la loro influenza intellettuale e spirituale lo ha indirizzato all’avventura metafisica. L’orizzonte culturale era quello dell’avanguardia: in Italia gli anni 20 significavano il recupero delle fonti antiche e il ritorno alla tradizione. 

Fino al trasferimento a Roma, nel 1920, il disegno e la pittura sono state per lui attività, si può dire, marginali rispetto alla poesia e alla scrittura. Roma con la sua bellezza classica e barocca, i suoi musei ha rappresentato un anello di congiunzione con il futuro artista che maturerà a Parigi. È durante questo soggiorno che la pittura ha acquistato sempre più rilevanza. Dopo ritratti e soprattutto nature morte, che risentono dell’influenza di Morandi, ha intrapreso un percorso più personale e singolare che risulta visibile nelle marine. 

Le marine, nella produzione di de Pisis, occupano una larga parte e sembrano segnare i suoi passaggi artistici. La prima Marina con conchiglie l’ha dipinta nel 1916, quando le arti figurative non occupavano il posto principale tra le sue passioni, e testimonia l’incontro con la pittura metafisica. In questa prima opera ha anticipato modi e temi della produzione successiva, come la combinazione di generi tra paesaggio e natura morta; l’accostamento, che a prima vista appare casuale, di vari oggetti; l’effetto, che ritroveremo in tutte le sue successive marine, di incantamento e stupore, di mistero sospeso di un paesaggio che è “più mentale che pittorico” (Elena Pontiggia).

Il genere delle nature morte marine sarà presente soprattutto durante il periodo parigino. 

Prendiamo ora una qualsiasi di queste marine. Il mare è un nastro azzurro che divide la terra dal cielo; sulla sabbia sono raccolte enormi conchiglie e le loro posizioni per quanto irregolari sembrano ormai fisse e calcolate quasi come figurazioni di uno stesso zodiaco […]. Questi gruppi di cose inanimate sono un po’ come le romanze senza parole, cantano su un ritmo proprio senza alcun senso intellegibile, ma solo seguendo un filo melodico. La grandezza smisurata che assume ogni oggetto ordinario diminuisce la vastità del mare, riduce l’enorme quantità delle acque a questo rivo orlato di bava, a questo nastro di raso che solo per un’ultima e compiacente fedeltà narrativa rimane orizzontale”, ha scritto il critico Cesare Brandi che ha attribuito un “carattere fiabesco” alle nature morte di de Pisis e la creazione di “un nuovo genere di ‘meraviglioso’ pittorico”.

Natura morta e marina, 1929. Olio su cartone telato

A Parigi de Pisis si era trasferito nel 1925, dopo quattro anni di Roma, e vi rimase per quindici anni. Vi ha ritrovato i fratelli De Chirico, Soffici, Campigli, Severini e con loro ha fatto parte dell’associazione ‘Les italiens de Paris’ creata da Mario Tozzi, partecipando alle esposizioni. L’intento, parallelamente al gruppo del Novecento, era quello di promuovere l’arte italiana a Parigi.

La produzione di quegli anni si è arricchita di diversi generi. Come le nature morte con il tema del quadro nel quadro in un gioco di rispecchianti e di apparenze “per segnalare che l’arte è cosa mentale e la pittura finzione, che perennemente si nutre di se stessa e tramite se stessa si rinnova […] de Pisis vuole sottolineare esplicitamente, convintamente e vigorosamente che la pittura nasce dalla pittura, vive nella pittura e alla pittura ritorna” (Pier Giovanni Castagnoli).

I pesci sacri, 1925. Olio su tela

Ne I pesci sacri de Pisis ha posto al centro della tela un particolare del dipinto di De Chirico Le salut de l’ami lointain dipinto nel 1916: un omaggio all’amico pittore, conosciuto proprio in quell’anno, con l’accostamento all’iconografia dei pesci sacri.

A Parigi de Pisis non ha ritratto solo nature morte d’atelier ma, con il suo cavalletto, se ne è andato in giro per la città, dipingendo in plain air, velocemente, senza ripensamenti eseguendo in fretta quello che vedeva. Con il risultato che i suoi paesaggi non sono solo riproduzioni visive ma stati d’animo, rappresentazioni interiorizzate del reale.

Via a Parigi (Rue de Clichy) 1930. Olio su tela

È stato anche pittore di figure e ritratti nei quali ha mostrato una profonda capacità di introspezione. Il più famoso è Il marinaio francese: un giovane dagli occhi leggermente strabici, fissi. Una pittura densa di richiami e riferimenti, come lui intendeva l’arte. Il guantone nocciola mostra un ritorno alla metafisica e un omaggio a De Chirico.

Il marinaio francese, 1930. Olio su tela

E che dire della poesia de Il gladiolo fulminato? Giovanni Comisso, lo scrittore che gli è sempre stato amico, ne ha raccontato la genesi.

A ogni fiore mi decantava la sua bellezza e mi spiegava a quale specie apparteneva. Ridevo come uno scolaro ribelle, alla sua pedanteria nel citarmi per ognuno il nome latino. Poi smisi come mi accorsi che mi faceva scoprire la bellezza di quelle tinte umili ed esatte  che gli sembrava vedere nell’ingrandimento di una lente. Ne aveva composto un mazzo che si riportò in albergo. Il giorno dopo ne aveva fatto un quadro, ma tra quei fiori vi aveva dipinto un gladiolo rosa che non aveva raccolto, che non aveva aggiunto al mazzo, ma che era stato da lui fantasticato. Difatti quel gladiolo era trasfigurato con pochissime pennellate, tutte d’impeto, in una specie di calle rosata, che faceva soprattutto pensare a un sesso femminile apparsogli d’intuito. E sopra in direzione di esso vi aveva tracciato a sghembo un raggio giallo che diceva essere un fulmine, nell’attimo di colpire quel fiore grave di mistero”.

Il gladiolo fulminato, 1930. Olio su cartone

Nel 1935 de Pisis si è recato a Londra, dove ha realizzato opere “in cui l’accelerazione dell’esecuzione pittorica, progressivamente maturata in un decennio di esperienze a Parigi, subisce, quasi in un’improvvisa deflagrazione, un’ulteriore impennata , generando nelle vedute urbane un turbinio di segni, un magico gorgo di tocchi puntiformi, di appoggi inaspettati, un brivido che scuote e turba e rende vibrante la materia”, ha scritto Arcangeli che lo ha definito “il più grande vedutista del secolo”.

Ring Square, 1935. Olio su tela

Non conoscevo, in questo senso, una veduta più prodigiosa di Ring Square […]: così gremita, così irritata, così brulicante da produrre una specie di costipazione visiva. L’occhio non riesce quasi a farsi strada entro questa giungla urbana” (Arcangeli)

Dopo Londra si osserva una accelerazione nel suo stile con scorci urbani rappresentati in un groviglio e turbinio di segni, con pennellate veloci e brevi, tratti sottili e punte di colore che riflettono un sentimento di brivido quasi di tremore.

Veduta veneziana, 1939. Olio su tela incollata su cartone

Ha scritto delle opere di quegli anni: «c’è più aria, più brivido e più spesso toccano la poesia».

E ancora: «Il pregio della mia tela sta forse nella sua immediatezza di ritmo; lavoro sì, ma che quasi non si vede; forme che rispondano ad un minimo di composizione senza che essa alteri lo stile che preferisco oggi, di semplicità e di brivido».

Vaso con fiori e natura morta, 1937. Olio su tela

Quando nel 1939 è scoppiata la seconda guerra mondiale de Pisis ha lasciato Parigi. Ma gli è stato possibile tornare in Italia solo con l’aiuto di Balbo, suo ex compagno di liceo, perché il regime fascista non vedeva di buon occhio l’omosessualità che aveva dichiarato apertamente al suo arrivo nella capitale francese. Alla fine si è stabilito a Milano. Di questo periodo, tra la fine degli anni trenta e il 40, è la produzione di disegni molto espressivi di nudi di uomini. Ha realizzato più disegni che dipinti. Tra questi ultimi risalta il Ritratto di Allegro così descritto dall’amico Comisso: “un ragazzo con gli occhi verdi che aveva conosciuto sulla spiaggia. Era con me Massimo Bontempelli e al vederlo disse che quel quadro apparteneva a un nuovo classicismo. […] L’Allegro è uno dei quadri più singolari di de Pisis, è un ritratto di ragazzo a mezzo busto nudo, abbronzato ed arrossato dal sole estivo di Rimini ed ha per sfondo la parte dello studio cinerea con un altro quadro di de Pisis appeso. Mentre lo sfondo è pacato e unitario, il ritratto è brusco e composto di macchie di rosso sul cartone bruno lasciato scoperto. Chi lo vede per la prima volta non riesce a fondere i colori di questo corpo estivo e li considera quasi urtanti. Ma come per gli altri quadri, anche per questo, dopo che sia diventato familiare lo si accetta armonioso e come una nostra conquista, come una decifrazione nostra di un linguaggio nuovo”.

Ritratto di Allegro, 1940. Olio su cartone

A Milano de Pisis si fermerà quattro anni dipingendo nature morte, ritratti e tanti fiori. Una pittura sempre più rapida e diretta, concitata e spezzata, in un ordine non composito né unitario. Ma pervaso di poesia.

Nel 43, dopo il bombardamento su Milano, il pittore si trasferì a Venezia. E, si sa, Venezia offre vedute e scorci di una bellezza unica che de Pisis ha reso in molte opere.

In Ore veneziane de Pisis ha scritto: “a Venezia, come oro in un ampio crogiolo, gli stili si son fusi nei secoli, assumendo un accento, ora dimesso, ora enfatico, imperando sempre il colore dal Giorgione al Tiepolo. Il bizantino si è fuso nel gotico d’oltralpe e questo nel romanzo e romanico. Non vi è mai capitato di vedere, contro un cielo plumbeo per l’uragano imminente, una delle sue facciate di chiesa barocca? A Santa Maria del Giglio, il biancore delle care statue issate sul timpano acquista una purezza incandescente, i neri si fanno velluto, i bronzi ossidati di un verde fosforico; mentre una calda luce persiste sulle larghe foglie di una paulonia nana che vegeta da anni, miracolo, nel crepaccio di un cornicione. Chi potrebbe pensare a Tintoretto o a Tiepolo, a Veronese o a Piazzetta, senza la luce di Venezia? La luce gloriosa e patetica e funerea”.

Grande natura morta, 1944. Olio su tela

Una grande tela, un capolavoro questo paesaggio d’invenzione in cui de Pisis celebra la grande pittura veneziana.

«Alcune mie opere non sono che una specie di canovaccio di mie poesie»

Natura morta con vaso di fiori e due rose, 1946. Olio su tela

Ma a Venezia nel 48 de Pisis subì un’aggressione e venne malmenato. Questo, oltre alla delusione di non avere ricevuto il premio che si aspettava alla Biennale, lo convinse ad andarsene. Ma il ritorno a Parigi lo deluse: non era più la città del suo tempo passato. Inoltre i sintomi di una malattia nervosa si erano fatti più disturbanti (a posteriori si suppone una diagnosi di arteriosclerosi che però all’epoca non era conosciuta per cui le cure furono sbagliate) e de Pisis trascorse gli ultimi anni di vita, dal 1949 al 1956, ricoverato in case di cura. Dove dipinse gli ultimi capolavori.

Natura morta con ragnatele, 1951. Olio su tel

Rimanda un sentimento di malinconia e solitudine questa natura morta, dal carattere semifantastico, in cui gli oggetti sono isolati, messi sul piano del tavolo in modo casuale. Il segno rapido e la gamma di colori su uno stesso tono sembra acuire la sensazione di dissolvenza della pittura. E della realtà.

Cielo a Villa Fiorita, 1952. Olio su tela

Un vasetto di fiori, un nudo maschile, una marina: de Pisis ha riunito oggetti, ricordi, presenze care della sua vita passata in questo dipinto eseguito durante il ricovero a Villa Fiorita. Ma il nudo del ragazzo è segnato da spaccature profonde e il vetro, su cui ha posto la firma, è rotto. Le pennellate sono scomposte e tutto sembra un richiamo al sentimento toccante della fine.

L’ultima sua opera è del 1953. Il suo stato di depressione, ritiro e alienazione si è aggravato sino alla morte avvenuta il 2 aprile 1956.

De Pisis, ha scritto Luigi Cavallo, sembra aver colto “l’angoscia profonda, lo smarrimento lasciato dalla frattura avvenuta nel nostro secolo tra aspirazioni umane e realtà. Due guerre, alle quali de P. non aveva partecipato, sono lo sgomento della coscienza europea scardinata e impotente di fronte al rinnovarsi della violenza. Veniva deriso (nell’immediato dopoguerra a Venezia anche fermato dalla polizia per un ballo mascherato mentre ‘le madri piangevano i loro morti’) perché in mezzo al disastro cercava la poesia (gli amici di via Rugabella a Milano lo ricordano occupato a dipingere, a scrivere, a organizzare pomeriggi con tè e pasticcini nella città bombardata), pubblicava, faceva mostre, come se quanto gli accadeva intorno non lo riguardasse. Tra il suo vagabondaggio sognante e il calvario della società si creava una rottura insanabile. La malattia, la follia, sembrano estraniamento fisico da un mondo che ha perso attrattiva. L’armonia che cercava – un tempo per le strade di Parigi, poi a Venezia – era del tutto sparita. L’arco della luce incrinato fino alla tristezza. Non era più lo stesso mondo. Povero, impallidito, il reale diventava neorealismo. Davanti a questo muro che prende l’aspetto minaccioso dell’insonnia, de Pisis non riesce più a rifugiarsi nelle illusioni, nelle ombre del sogno. […] Continua a inseguire, finché le forze lo sorreggono, giorno per giorno, quello che aveva amato e non aveva coraggio di abbandonare: volti, paesaggi, fiori, animali cui non sa rinunciare. Disegna e dipinge come per catturare un miraggio prossimo alla sparizione, o meglio, per esaltare l’evocazione, della memoria fisica che traspone la realtà in un piano diverso dal presente. […] Raggiunge un livello di realtà assurda spogliando le cose dai loro addobbi, allargando il bianco di zinco come un’invasione di vuoto. Le impaginazioni prospettiche si ripetono: la finestra sullo sfondo, il piano del tavolo, gli oggetti, solitari, glabri […] Creazioni semifantastiche, semireali, nate in ogni modo, dall’occhio interiore che aveva aperto nel segno della metafisica”.

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* Filippo de Pisis

Milano, Museo del Novecento

4 ottobre 2019 – 1 marzo 2020

a cura di Pier Giovanni Castagnoli con Danka Giacon