Alberto Giacometti. Un ritratto.

Tanto, perché tu lo sappia, è impossibile anche finire un ritratto. Una volta i ritratti venivano finiti perché sostituivano le fotografie ma oggi non hanno più senso. Posso solo provare a farlo”:

così Alberto Giacometti dice a James Lord, critico americano, quando si accinge a fargli il ritratto. È un dialogo del film che ricostruisce la storia dell’ultimo ritratto eseguito dall’artista. Nel 1964, due anni prima della morte.

Il film è Final Portrait – L’arte di essere amici, uscito nel 2017. Il regista è Stanley Tucci e gli attori sono Geoffrey Rush (Giacometti) e Armie Hammer (Lord). La storia è tratta dal libro “A Giacometti portrait” in cui il critico e giornalista americano James Lord racconta i diciotto giorni trascorsi con Giacometti nel suo atelier parigino, cercando di descriverne il particolare e complesso processo creativo.

La prima inquadratura del film apre su uno spazio bianco in cui giganteggia la firma di Giacometti mentre lui è seduto nell’angolo, scarmigliato e con la testa china a riflettere l’immagine dell’artista depresso e sregolato. Dall’altro lato un giovane distinto e impeccabile lo osserva.

Direi che questa scena contiene già i temi che il film cercherà di sviluppare: il mito e la fama (nel cognome che campeggia enorme sul muro vuoto a intitolare la mostra personale) a confronto con la versione umana dell’artista (che suggerisce genio e sregolatezza nella postura e nello stile), osservato dall’io narrante che andrà a raccontare tutte le sue idiosincrasie. Ma, come vedremo nel film, ci sarà un’avvicendarsi di sguardi, uno scrutarsi reciproco, per conoscersi, per scoprirsi e ognuno userà i modi e gli strumenti che gli sono più congeniali: chi le parole, chi i segni e le immagini. E il risultato non potrà mai corrispondere alla realtà fisica, quella che i nostri sensi riflettono e che le parole riescono a dire, ma sempre trasposizione di qualcosa di più nascosto e non traducibile.

La vicenda si svolge nell’atelier di Parigi. E proprio qui sta la bellezza del film: nella ricostruzione fedele del famoso studio in Rue Hppolyte-Maindron, dietro Montparnasse, situato a piano terra, dove Giacometti è vissuto per tanti anni dal 1927 fino alla sua morte. Un ambiente polveroso ma luminoso, vecchio e grigio, con pareti che sembrano scavate nella roccia, tanto i muri sono scrostati e senza colore, il pavimento di pietra, il gabinetto fuori, oltre il piccolo cortile che è in realtà un passaggio, e la spoglia camera da letto attigua allo studio. Un luogo dove non c’è confine tra arte e vita. I colori sono quelli della creta e lo spazio è disseminato di opere in attesa di venire ritoccate, rifinite. Una confusione di sculture, gessi, disegni, calchi. E lui, Giacometti, ad ogni passaggio ci mette le mani e le plasma, in un lavoro mai completato.

Alberto Giacometti nel suo atelier

Geoffrey Rush sembra perfetto nella parte dell’artista: il viso dai tratti forti, segnato da rughe, i capelli grigi, ricci e spettinati sono un tratto distintivo, come l’espressione del viso, le sigarette continuamente accese e poi lasciate in giro a spegnersi da sole. L’esatto contrario del giovane americano, James Lord, che va da lui per farsi fare il ritratto: pulito, ben vestito, ordinato. Borghese.

Lord scopre presto che anche il modo di intendere l’arte del ritratto non è la stessa. Per Giacometti un ritratto non è affare breve, come l’americano pensava. Non si tratta di qualche ora, o un paio di giorni. Il lavoro si rivela complicato. Vediamo James arrivare sempre in ordine, in giacca e cravatta, con l’impermeabile ben piegato appoggiato al braccio. Si siede e Giacometti lo guarda da vicino, lo studia, lo scruta, pensa. Poi lo disegna.

Dubbioso sulle tue capacità?” gli chiede a un certo punto Lord.

Sono disonesto. Per tutti questi anni ho messo in mostra delle cose ed erano tutte non finite. Sono un nevrotico” risponde Giacometti.

Parlano di tante cose durante questi incontri: arte, nevrosi, suicidio, manicomio. Depressione.

Mentre il pennello corre sulla tela. E poi si ferma, si interrompe e riprende. Giacometti controlla per vedere che il modello non si sia mosso. E ti chiedi cosa cambia se si muove o no visto che il ritratto non è somigliante.

Il mio obiettivo è la verità, non la bellezza“, dice Giacometti.

E continua a lavorare su questo ritratto che sembra inquietante, che lascia e riprende, che ritocca continuamente.

James è stanco di posare. Sembra, a volte, irritato dal modo di dipingere dell’artista, che pare andare in nessuna direzione: “In posa per ore e ore e sembra non succeda niente“.

Vale la pena andare avanti o lasciar perdere la pittura? La domanda resta sospesa mentre il Maestro passa da un’opera all’altra: sculture che sembrano ferme lì, in attesa che ci metta la mano. E lui si ferma ne osserva una, la tocca, poi via e pensa ad altro. Poi si ferma ancora e ritorna. Cambia idea continuamente.

Indaga.

Copiare è un esercizio.

Quanto potrà andare avanti? Non si sa. Un ritratto non è mai finito, dice l’artista, può continuare nel tempo. E va avanti e indietro mentre James è fermo immobile e si lascia indagare, costruire, cancellare, rifare.

Giacometti/Rush usa un pennello grande, e con il grigio cancella quello che ha fatto. Poi con un pennello fino dipinge il nero e completa con la lumeggiatura. E poi ancora pennello grande che stende il grigio… e ancora…

A. Giacometti, Il ritratto di James Lord

Nel libro Lord scrive che, mentre lo sta ritraendo, Giacometti a un certo punto gli dice: “Hai l’aria di un vero teppista. Se potessi dipingerti come ti vedo e se un poliziotto vedesse la tela, ti arresterebbe immediatamente”. Perchè Giacometti vuole trasmettere l’impressione che ha della persona e non la sua rappresentazione visibile, non ciò che sembra reale. Perché fare qualcosa che è già fatto? Perchè creare un doppio della realtà? “E’ impossibile dipingere un ritratto. Ingres poteva farlo. Lui poteva finire un ritratto. Era un sostituto per la fotografia e doveva essere fatto a mano perché non c’era altra maniera allora. Ma ora non ha senso. La fotografia esiste ed è tutto quello che c’è“.

Il vero protagonista del film è, infine, il processo creativo che nell’incompiutezza ha la sua cifra particolare. Ed è questa continua ricerca di perfezione a risaltare, questa inquietudine che rende un lavoro infinito. Perché è ricerca che va oltre ciò che si fa vedere e che si può raggiungere.

Il trailer del film: https://youtu.be/tN_ol4rLjAc

Qui un breve video prodotto da Christie’s in occasione della vendita all’asta del ritratto di James Lord: https://www.christies.com/features/Alberto-Giacomettis-Portrait-of-James-Lord-6658-3.aspx

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