Alberto Giacometti. Le opere

… io so che mi è assolutamente impossibile poter modellare, dipingere o disegnare una testa, ad esempio, così come la vedo, e tuttavia questa è la sola cosa che cerco di fare. Tutto ciò che saprò fare sarà sempre soltanto l’immagine sbiadita di quello che vedo e la mia riuscita sarà sempre inferiore allo scacco, o sarà, forse sempre pari ad esso. Io non so se lavoro per realizzare qualcosa oppure per scoprire il motivo per cui non riesco a fare ciò che vorrei

Confesso che prima di vedere il film Final Portrait non mi ero mai veramente interessata a Giacometti. Conoscevo le sue sculture filiformi senza però quell’attenzione che ti porta a dare significato, guardandole con uno sguardo passivo e superficiale. Ma il film, pur se in alcuni momenti può sembrare un tantino caricaturale, mi ha incuriosito sull’artista e le sue opere. Caso poi vuole che alcune di queste, sculture disegni e dipinti, sia andata a vederle nella mostra in corso a Verona: Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky**. Inoltre la lettura di un saggio di Jean Soldini, filosofo svizzero di lingua italiana, dal titolo Alberto Giacometti, Lo spazio e la forza *, è stata illuminante su alcuni aspetti dell’opera giacomettiana.

In tutto questo sono rimasta attratta e incuriosita da un tema che Giacometti ha saputo interpretare in modo originale nelle sue sculture: il complesso rapporto tra maschile e femminile. Una linea di ricerca che ho inteso qui rappresentare con opere che ho fotografato a Verona e altre immagini che ho tratto dal web (Homme et femme, Boule suspendue e Femme égorgée), metafore della relazione uomo-donna in bilico tra confronto, sintesi e conflitto manifesto.

Anche se non è il caso, come scrive Soldini, di trasformare l’opera in un sintomo e di volerne fare lo specchio della biografia dell’artista, sappiamo che le due cose non sono slegate. Giacometti non ha mai nascosto la difficile relazione con le donne ma sarebbe arbitrario indagare su questo quando, oltretutto, le sue opere forniscono già un ricco materiale di riflessione come manifestazione di processi inconsci. Tuttavia qualche dato biografico, in relazione alla sua preparazione artistica, è da conoscere.

Non potrei immaginare un’infanzia e una giovinezza più felici di quelle che ho vissuto con mio padre e con tutta la famiglia

Alberto Giacometti è nato in Svizzera, in Val Bregaglia, nel 1901, e ha avuto la fortuna di conoscere l’arte sin da piccolo: il padre era pittore postimpressionista e il padrino era Cuno Amiet, pioniere dell’arte moderna in Svizzera. Ha cominciato presto a copiare le immagini dei libri d’arte della biblioteca paterna e i paesaggi che circondavano il paesino in cui viveva, Stampa, in una valle svizzera a nord del lago di Como. Attento alla storia dell’arte sin da giovane usava il disegno come strumento per conoscere le opere dei grandi. Si è interessato anche all’arte egizia, precolombiana e africana, i cui richiami sono evidenti in molte opere. Poi i viaggi con il padre nelle città d’arte italiane. Infine Parigi dove, tra il 1922 e il 1925, ha frequentato una scuola di scultura tenuta da Émile-Antoine Bourdelle, allievo di Rodin. La conoscenza di Brancusi e l’influenza cubista, il simbolismo e il surrealismo: tanti sono gli artisti, scultori, pittori, scrittori che ha conosciuto e frequentato. Personalità e stili diversi sono stati la sua esperienza artistica e di vita e hanno reso la sua arte particolare, sintetica, con soggetti appena modellati, con forme elementari, appiattite e allungate. “La ricerca lo porta a una perdita dei particolari, delle discontinuità, nonché a un appiattimento dei volumi” *, come nelle sculture quasi astratte in cui, abbandonato lo studio dal vero, la figura umana diventa una rappresentazione della sessualità.

La donna cucchiaio, 1926-1927 **

La donna cucchiaio (Femme-cuillère) è una fusione metafisica che richiama i manichini di De Chirico; una stilizzazione simbolica del femminile in cui la parte superiore, testa e petto, ha qualcosa di squadrato e duro mentre la parte inferiore trasmette l’dea di un grembo vasto e accogliente, quello di una donna madre: la vita è legata alla donna.

La coppia. 1926-1927 **

In questo periodo la ricerca sul confine e sul rapporto tra sesso e sesso esita in una conciliazione degli opposti. La coppia (Le couple) è una scultura neo cubista in cui l’uomo e la donna sono simboli stilizzati del proprio sesso, con richiami alle maschere africane. “In opere come Le couple [homme et femme] del 1926 si fa strada una produzione di passaggi tra maschile e femminile. L’occhio della figura femminile rimanda al sesso maschile. L’occhio di quella maschile rimanda, invece, al sesso femminile. Non si lavora sull’ambiguità, su figure androgine com’è più proprio del Surrealismo, ma su somiglianze e parentele sotterranee per le quali cercare una forma che realizzi il placarsi delle antinomie” *.

Homme et femme , 1928-1929

Se La donna cucchiaio e La coppia sono rappresentazioni statiche l’opera successiva è invece molto dinamica, una metafora del complesso rapporto tra maschile e femminile. In Uomo e donna (Homme et femme) si rileva un’esplicita aggressività sessuale: “un uomo minaccia una donna. È certo così. Tuttavia, anche dalla parte della punta minacciosa abbiamo un arco di cerchio che traccia una curva accogliente e materna. Sull’altro versante, la figura femminile presenta un alto una spigolosità vagamente nervosa, ostile e una sorta di clitoride prensile nel mezzo della parte concava […] Ancora una volta troviamo delle forme che mostrano un andirivieni tra maschile e femminile con l’impossibilità di una composizione delle contraddizioni. La scultura è la messinscena della difficoltà crescente di gestire in termini positivi l’attrazione per il mondo delle forme con la perdita dei loro confini” *.

Boule suspendue, 1930

Nel 1930 Giacometti aderisce al Surrealismo che “gli offre un‘alternativa: chiudere questi occhi che ti propongono compiti impossibili, sostituire il reale con l’immaginario, la vista con la visione” P. Schneider)*. Le opere diventano più semplici nelle forme, minimaliste, le forme armoniose attenuano le antinomie senza distinzione di sesso (tema caro al Surrealismo). Una delle opere di questa fase è Boule suspendue del 1930. “Vi è coagulazione, rallentamento massimo della tensione, per esempio in Boule suspendue dove la possibilità del movimento reale evidenzia il suo essere senza sbocco. La sfera appesa a un filo sembra sul punto di unirsi alla falce di luna sottostante. Si osserva, oltre a ciò, il già incontrato passaggio aperto dal maschile al femminile e viceversa. La sfera con la sua fessura è il femminile; è poi in se stessa simbolo sia maschile sia femminile. La falce di luna è certo fallica, ma disegna una curva dalla dolcezza femminile e materna; in quanto luna rinvia oltretutto al principio femminile” *.

Femme égorgée, 1932

Che dire della Femme égorgée del 1932? Fa parte della collezione Peggy Guggenheim di Venezia ed è un’espressione manifesta della distorsione e della paura inconscia del femminile. Così viene presentata nella scheda museale: “L’aggressività con cui è trattata la figura umana in queste visioni di brutale assalto erotico rivela graficamente il loro contenuto. La donna vista con orrore e bramosia, sia come vittima, sia come carnefice della sessualità maschile, ha spesso la forma di un crostaceo o insetto. Donna sgozzata è un’immagine particolarmente malvagia: il corpo è spaccato, sventrato, arcuato in un parossismo di sesso e morte. Le parti anatomiche sono trasformate in forme astratte schematiche. Il ricordo della violenza è raggelato nella rigidità cadaverica. Il tormento psicologico e la sadica misoginia che trasmette questa scultura in modo sorprendente con la serenità di altre opere contemporanee di Giacometti, quali la Donna che cammina”.

Le composizioni surrealiste del 1931-32 sono le più originali, nel va e vieni tra la ricerca di analogie del maschile con il femminile, in un tentativo di conciliazione, e la più manifesta lotta tra i sessi che si impone con violenza nella dinamica del rapporto. Ma sono opere già foriere d’altro, un cambiamento che è più evidente nelle sculture successive.

L’oggetto invisibile, 1934

L’ultima scultura surrealista è L’oggetto invisibile, 1934. “Una donna è fissata a una sorta di trono […] L’oggetto invisibile è ciò che le mani fanno il gesto di tenere? […] Le mani tengono infatti il vuoto […] Ne L’Objet invisible la figura, né accomodatasi né in piedi per via dell’inclinazione della seduta , attende e porge ciò che attende […] Guardata di profilo, la figura femminile del L’Objet invisible si mostra più dinamica di quanto appaia frontalmente per via delle mani che suggeriscono il movimento dello scultore che plasma la forma. È tuttavia bloccata da una lastra sotto le ginocchia” * Che cosa rappresenta? Nel 1933 Giacometti aveva scritto: “non toccare nulla almeno direttamente, che le cose vengano con piedi muti, da sole”. L’attesa in un immobilismo che è anche creazione è ciò che succede nella gestazione, che sia la nascita di una vita o di un’opera.

Il cubo, 1934-1935

Con Il cubo, 1934-1935 Giacometti si avvia verso la fine dell’esperienza surrealista. Questa specie di grande monolite “è un oggetto solitario che si impone per la sua presenza. Oggetto visibile dopo l’oggetto invisibile, atteso […] designa l’incommensurabilità contro ogni sapere appagato, ma si tratta qui dell’incommensurabilità visibile che pienamente si impone”*. In questa fase della vita l’artista, che ha perso il padre nel 1933 e vive un complicato rapporto amoroso, crea figure astratte; in una sospensione dalla forma mette insieme vita e morte in volumi compatti, solidi. Ogni faccia del cubo assorbe e riflette ciò che lo circonda. Impenetrabile.

Nel 1935 Giacometti, mettendosi dalla parte di Louis Aragon, viene espulso dal movimento surrealista. D’altra parte, l’artista non poteva “continuare ancora per molto a creare oggetti surrealisti che rischiavano di diventare fine a se stessi […] Vi era il bisogno di permettere al visibile di ricomparire nello spazio reale dell’attesa”*. Ed è così che tra il 1933 e il 1938 Giacometti si dedica alla realizzazione di oggetti d’arredamento che sono una sorta di ponte verso la realtà. Una realtà che non sarà mai però corrispondente a ciò che si crede di vedere ma che ne diventa l’immagine sbiadita.

Gruppo di tre uomini, 1948-49

Tra il 1937 e il 1946 le figure diventano piccole, alte pochi centimetri, e dal 1947 al 1958 sempre più filiformi, quasi invisibili. Per poi riacquistare volume dopo gli anni 50 in un “febbrile costruire e distruggere, togliere e aggiungere, realizzare e modificare in un continuo avvicendarsi”*.

Il gatto, 1951, Il cane, 1951

Pensavo d’essere trasformato in un cane, un cane nel mio quartiere che fiuta il suolo col suo muso, un suolo che vedevo davanti a me con una chiarezza fantomatica e di cui sentivo pure l’odore! […] Si vede, nevvero, […] che è spinto in avanti dal suo muso?

Grande testa – Donna in piedi – Uomo che cammina
1959-1960

Che dire delle grandi figure che occupano lo spazio e ci sembrano immense e nello tesso tempo sfuggenti? Una questione di spazio e di forze: “Lo spazio non esiste, bisogna crearlo ma non esiste, no” ha detto Giacometti. Esistono i corpi, le pietre, gli alberi che generano un campo di forze e la pratica di scolpire o dipingere è sempre messa in crisi dal farsi e disfarsi di queste forze. È inevitabile, quindi la perdita di nitidezza nella forma che diventa irriconoscibile rispetto al soggetto. Per Giacometti lo spazio vive tra lui e il suo modello, è un campo di forze vivo. I corpi sono spazio che si confonde con il campo, sono inseparabili dal campo. La distanza li cambia.

Uomo che cammina, 1959-1960

Questi corpi sembrano smarginati dalla vita e dallo spazio che li circonda. E se la differenza di genere torna a ridefinire i confini non è mai evidenziata in queste figure che anche se sono nude non lo sembrano. Uomini e donne tornano a separarsi ma restano figure in bilico, accomunate dalla solitudine in una realtà e in uno spazio immenso. “Si riuniscono e si separano, poi si avvicinano per tentare nuovamente di raggiungersi”, ha scritto Giacometti, formando così composizioni “di una complessità incredibile”.

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* Jean Soldini , Alberto Giacometti, Lo spazio e la forza Mimesis, 2016

** Il tempo di Giacometti da Chagall a Kandinsky

Capolavori della Fondazione Maeght

Verona, Palazzo della Gran Guardia

a cura di Marco Goldin

16 novembre 2019 – 5 aprile 2020