Banksy

Ogni immagine racconta una bugia

Mi sono detta che il mercato è onnivoro e rende digeribile tutto, anche ciò che nasce come antisistema, che sta al di fuori di ogni mediazione, sembra destinato a diventarne parte. Così andiamo a vedere le opere di Banksy dentro spazi chiusi, pagando il biglietto per qualcosa che era nata come arte libera e di protesta. È pur vero che le mostre di Banksy non sono una cosa recente: la prima l’ha organizzata lui stesso nel 1998 e, in questi 20 anni, sono già 37 le mostre documentate che, anche senza essere autorizzate, non sono state ostacolate con il risultato di un alto profitto con minimo sforzo. In questi mesi, nel sottoporticato di Palazzo Ducale a Genova* è in corso una mostra di serigrafie, disegni, copertine di dischi, magliette e installazioni, nella narrazione del percorso che lo ha reso popolare in questi vent’anni. In apertura della mostra leggiamo: L’artista conosciuto come Bansky non è in alcun modo coinvolto in questa mostra. Il materiale per questa esposizione museale proviene interamente da collezioni private. Per quanto riguarda l’artista, il suo ufficio è stato informato.

Sappiamo che Banksy ha conquistato la scena del nuovo secolo in vari modi: come writer che, dagli anni 90, produce immagini e segni in uno spazio publico, rivolgendosi a tutti senza la mediazione del mercato dell’arte; come provocatore e stimolatore di coscienze che mette a nudo le contraddizioni della politica e della società per le sue azioni di forte impatto mediatico e per opere che non lasciano scampo all’ipocrisia. Ma abbiamo visto anche che da nemico del logo è diventato lui stesso brand per il commercio di immagini, libri, cataloghi e oggetti vari a tema Banksy; che ha potere finanziario e controllo su produzioni e licenze guadagnando milioni. E ancora, in una sorta di circolarità, reinveste soldi in attività di valore etico (come l’ultima beneficenza destinata a finanziare l’acquisto di una nuova nave per una Ong che soccorre i migranti nel Mediterraneo). Su tutto si stende l’ombra dell’anonimato: a fronte dell’enorme notorietà del ‘brand’, delle opere e provocazioni, non sappiamo chi è, non conosciamo la sua identità, il suo viso. Possiamo fare delle ipotesi e soprattuto vedere come e dove si muove, interpretare i principi che lo ispirano e leggere, nel contempo, le contraddizioni con le quali interroga le nostre coscienze occidentali.

Le opere di Banksy hanno fatto la loro comparsa nell’ambito della street art alla fine degli anni 90 del secolo scorso quando, sulla scena mondiale, sono iniziate le manifestazioni e proteste no global a Seattle nel 1999 e a Genova nel 2001. Il collegamento con questi movimenti è evidente non solo nella coincidenza temporale ma anche nei contenuti che rendono la sua arte un soggetto politico di protesta.

La matrice artistica è quella dell’arte concettuale degli anni 70 e delle serigrafie di Andy Warhol che hanno messo in discussione l’unicità dell’opera rompendo la mediazione fra arte e mercato. Banksy ha scritto: “L’arte che guardiamo è fatta da solo pochi eletti. Un piccolo gruppo crea, promuove, acquista, mostra e decide il successo dell’Arte. Solo poche centinaia di persone nel mondo hanno realmente voce in capitolo. Quando vai in una galleria d’arte sei semplicemente un turista che guarda la bacheca dei trofei di un ristretto numero di milionari”. Così il suo agire si fa opposizione politica e sfida all’impero delle immagini con l’interporsi, in modo abusivo e illegale, nello spazio pubblico tra la segnaletica, a uso dello stato, e la pubblicità, a uso del mercato.

La ragione della sua grande popolarità sta anche nella capacità di muoversi nel mondo digitale: se come artista usa strumenti del mondo analogico (supporti e strumenti fisici concreti, come lo stencil, oggetti riciclati e sculture), come divulgatore li riproduce nel digitale amplificando le immagini e diffondendole con rapidità e semplicità, così da aumentarne la visibilità e il successo. In tal modo opere che per natura sarebbero temporanee e locali diventano immagini durature e universali. E qualsiasi provocazione lui lanci suscita reazioni a catena, come un grande fuoco d’artificio che si moltiplica con effetti speciali attraverso i media e accresce la sua fama nonostante, in questi 20 anni, abbia mantenuto inalterato il suo progetto artistico. Ancor più paradossale è il successo della sua critica etica al potere che viene acquisita dal potere stesso che acquista le sue opere, organizza mostre e diffonde i suoi racconti sulla patologia del sistema. E l’anonimato gli permette una grande libertà e spontaneità d’azione.

Ma la facilità di diffusione non basta se il contenuto non genera interesse e partecipazione: ciò che proviamo quando guardiamo le sue opere sentendoci inorriditi e ammirati nello stesso tempo perché, con facilità e intelligenza, Banksy ci mostra la contraddizione del nostro modo di vivere, il paradosso che ci costringe tra ideali etici e interessi privati. Usa la cronaca, la realtà, ci mostra l’ingiustizia, la povertà, la guerra, la politica, illustra le questioni sociali del nostro tempo; mescola la satira a immagini commoventi mettendo in luce l’incoerenza tra il nostro sentire e l’agire. Ci colpisce e ha successo perché penetra in quello strato profondo di noi in cui esiste un pensiero addormentato, che resta passivo e inerte finche non viene scosso e stimolato da una frase, da una figura; pungola quel senso critico che oggi non siamo più abituati a usare, che abbiamo lasciato addomesticare.

Il titolo della mostra, Il secondo principio di Banksy, origina da una sua frase che leggiamo sul muro appena entrati e che significa: la verità si può dire solo sotto forma di menzogna.

Self-portrait 2001-2002 spray e schizzo di smalto, acrilico su tavola

Love Is In The Air o Flower Thrower è apparso nel 2003 come stencil sul muro che separa israeliani e palestinesi a Gerusalemme. Un muro che “trasforma la Palestina nella prigione all’aperto più grande del mondo”. Questa edizione su fondo rosso è dello stesso anno. Bansky nel libro Wall and Piece scrive: “I più grandi crimini del mondo non sono commessi da persone che infrangono le regole ma da persone che seguono le regole”.

Love Is In The Air (Flower Thrower) 2003 serigrafia su carta

I topi, ha scritto Banksy “esistono senza permesso. Sono odiati, braccati e perseguitati. Vivono in una tranquilla disperazione tra la sporcizia. Eppure sono capaci di mettere in ginocchio intere civiltà”. L’analogia è tra la condizione dei topi e quella dello street artist.

Get Out While You Can, 2004 – Gangsta Rat, 2004
Serigrafie su carta

Nel suo libro Wall and Piece Banksy scrive: “ Quando verrà il momento di andare, allontanati in silenzio, senza fare tante storie”. La ragazza con il palloncino rosso è sicuramente una delle immagini più famose che l’artista ha riproposto in diverse situazioni. L’ultima ha suscitato scalpore nel 2018, quando il dipinto si è “autodistrutto” appena dopo essere stato venduto a un’asta di Sotheby’s a Londra per oltre un milione di sterline. Banksy ha pubblicato un’immagine sul suo profilo Instagram commentando: “Going, going, gone…”, “Sta andando, sta andando, andato…” (https://www.instagram.com/p/BomXijJhArX/?igshid=1reqiz6ixpw9y).

Girl with Balloon, 2004-2005 serigrafia su carta

Molti genitori sarebbero disposti a fare qualsiasi cosa per il loro figli tranne lasciarli essere se stessi”. Il giubbotto antiproiettile contrasta con la corsa spensierata dei due bimbi nell’acqua a indicare un parallelo tra la preoccupazione dei genitori e una società militarista.

Jack & Jill (Police kids) 2005 Serigrafia su carta

Questa dichiarazione artistica contro la guerra è comparsa per la prima volta vicino al Parlamento britannico nel 2003, ed è stata subito rimossa, in risposta al coinvolgimento della Gran Bretagna nella guerra in Iraq. “ Mi piace pensare di avere il fegato di far sentire la mia voce in forma anonima in una democrazia occidentale ed esigere cose in cui nessun altro crede come la pace, la giustizia e la libertà…”.

CND Soldiers 2005 serigrafia su carta

Non possiamo fare nulla per cambiare il mondo finché il capitalismo non si sgretola. Nel frattempo, dovremmo andare tutti a fare acquisti per consolarci”. L’opera sembra illustrare il proposito di “to market the revolution” (commercializzare la rivoluzione e i suoi ideali).

Festival (Destroy Capitalism) 2006 serigrafia su carta
Illustrations For Disks 46 copertine per vinili da 12”

Il serpente che ingoia Topolino è un’installazione presentata a Dismaland, il parco temporaneo aperto dall’artista a Weston-Super-Mar, nel sud dell’Inghilterra, nel 2015. Banksy è esplicito nel ritenere la rappresentazione dell’infanzia della Disney favolistica e irreale.

Mickey Snake 2015 fibra di vetro, poliestere, resina, acrilici

Una piccola pensione di Betlemme si è ritrovata il muro costruito da Israele davanti alle finestre e Banksy ne ha curato il rifacimento pubblicizzandolo con lo slogan: “L’hotel più brutto del mondo”. L’infanzia che si diverte con spontaneità in uno degli scenari più brutti costruiti dagli adulti, come le torri di guardia israeliane che intervallano il muro, esprime le contraddizioni più forti di questo mondo.

Walled Off Hotel Box Set 2017 stampa digitale su carta e pezzo di muro

E a conclusione del percorso posto la foto di una bella bambina che si è divertita a disegnare liberamente sul muro a disposizione degli ospiti. Questa sì, immediata e fuori mercato.

Il sito di Banksy: https://www.banksy.co.uk/

E il profilo Instagram: https://instagram.com/banksy?igshid=u6nq5boho1tz

* Il secondo principio di un artista chiamato Banksy

Genova, Palazzo Ducale

23 novembre 2019 – 29 marzo 2020

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