Pensieri al tempo del Covid-19

Non si può mai sapere in anticipo di cosa siano capaci le persone, bisogna aspettare, dar tempo al tempo, è il tempo che comanda, il tempo è il compagno che sta giocando di fronte a noi, e ha in mano tutte le carte del mazzo, a noi ci tocca inventarci le briscole con la vita, la nostra. (Saramago, Cecità)

Mai prima d’ora la realtà ci ha posto di fronte a cambiamenti dello stile di vita così immediati da non lasciare il tempo di abituarsi e, anche se speriamo che le cose rientrino in quella normalità che conosciamo, ci sono tutte le avvisaglie per farci capire che sarà un tempo lungo. Ci troviamo così a fare i conti con sentimenti che abbiamo sempre tenuto in ombra e rimosso ma che ora ci invadono e ci impegnano a trovare parole e comportamenti per riuscire ad arginarli e gestirli in modo da non aumentare disagi e sintomi. Tenendo conto anche che non viviamo tutti la stessa situazione ma ci troviamo divisi in una sorta di categorie che si sono venute a creare con l’emergenza del Corona virus e che non corrispondono a quelle precedenti: la maggior parte delle persone rimane chiusa in casa cercando ‘rimedi’, soluzioni, palliativi per arginare non solo l’ansia ma anche la frustrazione che inevitabilmente un isolamento prolungato produce; dall’altra parte c’è chi è esposto in prima persona e si trova in una sorta di trincea continuando a impegnarsi in lavori di cura e in altre attività professionali utili alla vita di comunità; c’è poi chi si ammala e chi vive il trauma per la separazione a l’allontanamento dei propri cari. In un modo o in un altro ci siamo tutti dentro in questa situazione ma abbiamo vissuti diversi: se ne siamo consapevoli riusciamo a provare empatia per gli altri se no diventiamo intolleranti e coltiviamo sentimenti persecutori. I pensieri che ho scritto in questi ultimi giorni non seguono una linea precisa, nascono da quello che vedo succedere attorno a me, dall’ascolto di notizie allarmanti e contraddittorie, dai commenti che leggo sui social e che sono uno spaccato del modo in cui le persone reagiscono. Sono solo pensieri estemporanei e credo che, al presente, non abbiamo la distanza necessaria per comprendere appieno la portata di quanto sta accadendo attorno a noi e dentro di noi. Possiamo provarci.

La paura (17 marzo 2020)

In queste settimane sono stata a guardare quello che stava succedendo e il timore iniziale si è trasformato ben presto in paura. Una paura che è aumentata con i dati che ogni giorno vengono aggiornati su contagi, morti e guariti. 

Le tante domande che ci poniamo non sempre trovano una risposta, le diverse teorie e opinioni ci lasciano nella confusione perché quando siamo immersi e coinvolti nelle situazioni non abbiamo uno sguardo obiettivo ma ci sarà, speriamo, modo più avanti di avere chiarimenti maggiori. Ora la priorità è quella di fronteggiare un’emergenza che è sanitaria e sociale, ma che ha anche un impatto psicologico importante che, per molte persone, può diventare devastante. Inutile negarlo. E l’isolamento forzato, che ci rende degli hikikomori involontari, acuisce fragilità personali e di relazione che vedremo esplodere più avanti quando, forse, ci sarà modo di farsene carico. Per il momento  restano chiuse dentro di noi mentre prevale la reazione spontanea della socialità dai balconi, con canti e musica. Se da un lato tutto questo può aiutare ad alleggerire la tensione e a far sentire meno soli, dall’altro tende a rimuove il sentimento di paura e a farlo cadere nell’ombra. 

Per quanto mi riguarda non sono molto portata al canto dal balcone e quando la cosa ha cominciato a diffondersi, come il virus, in tutta Italia e a ripetersi nelle varie ore della giornata ho provato un senso di fastidio. Non ho mai partecipato. Non sono dell’umore e sicuramente la perdita recente mi fa sentire più vicina al dolore di chi si trova a fare i conti con la malattia, l’ospedalizzazione, la morte. Soprattutto mi fa pensare al trauma vissuto da chi è allontanato dalle persone care quando si ammalano e a chi è morto in solitudine. 

Con questo non intendo negare che la musica condivisa sia una sorta di antidoto alla paura a patto che non neghiamo che questa è entrata a far parte del nostro sentire quotidiano. 

«Sentirsi tristi o rabbiosi è la condizione da accettare. Reagire da adulti è la risposta» ha detto lo psicanalista Stefano Bolognini in un’intervista a Repubblica del 13 marzo. «È sano provare un po’ di depressione, nel senso di sentire una tristezza adeguata, un fastidio comprensibile, anche rabbia e paura che può essere un sentimento autoconservativo. Il panico al contrario ci impedisce di ragionare e di difenderci. Intendo una paura realistica, non temerarietà, cioè irresponsabilità non cosciente del pericolo, né l’essere arditi».

L’insicurezza (18 marzo 2020)

Dalla fine del secolo scorso il sentimento di insicurezza è aumentato fino a diventare paura di vivere questi tempi moderni. Soprattutto ora che siamo minacciati da un virus, un nemico invisibile, che si conosce poco e sul quale ci sono ipotesi diverse e contrastanti, l’insicurezza ha preso maggior consistenza. Non mi riferisco tanto a quella individuale ma collettiva. All’insicurezza individuale, che si manifesta per esempio in una scarsa autostima, si può far fronte migliorando la tenuta dell’Io perché essa deriva da un problema psicologico personale che si può, in certa misura, risolvere. L’insicurezza collettiva è invece una caratteristica ineliminabile della condizione umana perché abbiamo scarse possibilità di controllo su questioni che non dipendono da noi: il luogo in cui nasciamo, il corredo genetico, il contesto sociale in cui viviamo e, in crescendo, le guerre e le pandemie. Ma nella nostra cultura occidentale, soprattutto grazie alle scoperte scientifiche e tecnologiche, abbiamo sepolto questo sentimento con l’idea narcisistica di onnipotenza e iperattività; ci siamo crogiolati in una visione del mondo ai nostri piedi che ha sovrastato e rimosso le fragilità dell’essere umano trasformandole in sintomi. 

Ora ci troviamo a fare i conti con entrambe queste forme di insicurezza che l’isolamento forzato inasprisce e che non possiamo eludere. Possiamo però cercare di attenuare la frustrazione e l’angoscia prodotti dall’insicurezza usando tutto ciò a cui il pensiero sa dare vita: in passato sono stati usati i miti, la magia, gli amuleti vari, ora gli slogan di questi giorni – #iorestoacasa e ‘andrà tutto bene’ – hanno la stessa funzione e danno l’impressione di poter controllare qualcosa di quello che succede. Possono avere un effetto positivo sull’umore tranne quando diventano rigide parole d’ordine che scatenano le emozioni più primitive spostando il controllo su chi fa qualcosa di diverso identificandolo come l’untore dei giorni nostri.

13 thoughts on “Pensieri al tempo del Covid-19

  1. Quella che manca è infatti la chiarezza sull’intera faccenda… Siamo di continuo storditi da un flusso di notizie che invece di riassicurarci ci lasciano più dubbiosi di prima. Il fatto è che l’incertezza stavolta investe tutti, dalle classi politiche a quelle dei medici fino all’ultimo dei cittadini. E questo non fa che allargare il cerchio della paura. Certo, hai perfettamente ragione: questa è una di quelle situazioni che mettono a dura prova il senso di onnipotenza dell’uomo. Speriamo almeno di uscirne con una maggiore consapevolezza e umiltà acquisite. Bellissimo leggerti, un abbraccio!.

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  2. Già, cara Gina, le canzoni in coro, la musica…A me fanno una certa impressione, per non dire altro. Appena è iniziata, la ” reclusione”, sono iniziate le contromisure, come se non si potesse vivere un po’ nel silenzio, fuori dalla pazza folla. Qui,a Bologna dove vivo io, la movida ha raggiunto livelli deliranti. Uno stile di vità e di caciara che non è ” vitale” come si afferma ma distruttivo. Folle straripanti, bevute, mangiate ovunque, nel frastuono più impossibile : è vita, questa? Non ho cantato nè suonato, confesso che la città più vuota ha un suo fascino, è più bella. Il silenzio è importante per raccogliere i pensieri e per ragionare su questa ” novità” che ci è caduta addosso. In un articolo di qualche giorno fa, Domenico Quirico, sosteneva, più o meno, che il canto, la musica a tutto volume per tacitare le nostre paure erano un’ offesa, una lesione dei sentimenti di chi piangeva i propri morti.
    Avremmo bisogno di chiarezza, ha ragione Alessandra, una chiarezza che non può esserci, forse, ma che è mistificata dall’ eccesso di informazioni a diaspora. Basta aprire la versione web di un qualunque quotidiano per essere catturati in un gorgo. Sullo stesso piano, troviamo lo scienziato ( che magari polemizza con un/una collega) , il fatto di cronaca, il breve video, la morte di qualcuno, la stupidata di qualcun altro, in un caleidoscopio impazzito. E noi qui, a inviare messaggi sciocchi per dire ” ce la faremo”. Insomma, alla fine di questa mio esagerato commento, sostengo che madre paura forse non ci fa così male. Proviamo a conviverci, ad ascoltare ciò che ci insegna e optare per uno stile di vita più sobrio, anche mentalmente. Come dobbiamo elaborare lutti strazianti- e tu ce lo insegni con la tua determinazione- , così dovremmo imparare a governare la paura, a conoscerla e a trarne insegnamento. Scusa Gina, invocando la sobrietà ho esagerato assai😏. Un saluto molto caro.

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    • Ciao Renza, non hai esagerato per niente: non è possibile esporre concetti non semplici con poche parole e io ho letto le tue con molto piacere: sono in sintonia con il mio sentire e le condivido pienamente. Un abbraccio (virtuale)

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  3. Sai, da privilegiata quale sono (ho una casa accogliente, ho tanti libri, un compagno e, sia pure lontani, ho figli e nipoti, sia pure, oggi, nella tristezza di non abbracciarli e con quel tanto, abbastanza, anche molto, di preoccupazione per loro), mi rendo conto che non c’è virus al mondo che possa rubare la mia vita: l’ho già avuta. Certo, potrebbe darmi ancora grandi dolori, ma sarà in ogni modo per poco e saranno gocce nel dolore del mondo. Non dovrei aver diritto di parola. Almeno, dovrei ringraziare se mi vien dato ma non prendermelo.
    C’è, che in questo nostro pazzo mondo, tutto va a rovescio: pochi i giovani, molti, troppi, i vecchi, che quel diritto di parola, come se il mondo fosse loro, lo occupano. E non è così che funziona. E se i vecchi percepiscono sé, e non i loro figli, come “società”, tutto andrà male.
    Un po’ di hikikomori volontario credo farebbe bene ai vecchi, potenti, di questo nostro mondo malato, che dovrebbero lasciare a chi deve vivere, per diritto e di dovere, il farsi carico di prendere provvedimenti. Perché no, non tutto andrà bene, ma potrebbe.

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  4. Penso, Ivana, che il pericolo che tu paventi sia sul punto di dissolversi😏. I vari protocolli o documenti ( in Itali quello deggli anestesisti, ma anche in Francia e in diversi Paesi europei) hanno chiaramente espresso il principio che, stante la carenza di cure e letti per tutti, il medico dovrà fare delle scelte e dire più o meno ” questo sì, questo no”. Dove il no si identica con il vecchio. Una svolta radicale e inaspettata e direi eugenetica. Come vedi, la rapidità delle cose e delle decisioni corre veloce, come il virus…

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    • No, non credo sarà così. Anche se il fatto che a morire saranno i vecchi è nelle cose. Fisiologico, direi. Il problema sta, e questo sarebbe terribile, se a morire saranno i deboli, altra cosa. La fragilità, sociale in primis, è rappresentata da tutte le età, è infanzia, è marginalità, è donna, è disabilità. È povertà, economica e culturale.
      State a casa: purché la casa ci sia; purché la casa sia un luogo sicuro.
      Ma vado fuori argomento. Forse. È un tema enorme.

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