Eventi e trauma

Si cita spesso, in questa emergenza del Corona virus, la parola ‘trauma’ o ‘trauma secondario’ e, siccome le parole hanno un impatto importante sul nostro modo di percepire la realtà, mi sono chiesta come si possano considerare gli eventi attuali in base alle conoscenze sul trauma.

I fatti che dell’ultimo mese o giù di lì ci sottopongono a molte sollecitazioni, non certo positive, ci impegnano anche a cercare nuovi adattamenti. E noi non siamo abituati al panorama che ci si apre davanti: intendo noi occidentali che, dalla metà del secolo scorso, abbiamo conosciuto gli sconvolgimenti nella storia solo attraverso libri, racconti, film, fotografie, telegiornali; noi che siamo nati in una società ricca e democratica e abbiamo assistito a drammi e traumi solo dietro a uno schermo; noi, ora, dobbiamo fare i conti con esperienze che ci trovano, per molti versi, impreparati.

Conosciamo ormai le situazioni attuali che determinano un carico emotivo e una pressione psicologica e sappiamo che sono diverse per ciascuno di noi a seconda che siamo esposti direttamente, indirettamente o che assistiamo con preoccupazione:

il cambiamento repentino delle abitudini con la limitazione degli spostamenti e delle libertà personali;

la minaccia di essere esposti al contagio, di ammalarsi, di morire, di perdere le persone care;

la paura per il lavoro e la difficoltà a sostenere il peso economico e il costo dell’emergenza;

la separazione da genitori, nonni, parenti, fidanzati, compagne, amici per le misure di distanziamento.

Per chi si trova a curare le persone malate: il peso e la fatica a reggere lo stress dei turni, della costrizione dei DPI, delle tante morti in solitudine, degli sguardi angosciati.

Per i bambini: l’interruzione della socialità e la regressione, inevitabile, che vivere solo tra mura domestiche comporta.

Ancora: la noia; le liti continue tra chi è costretto a convivere senza nessuna armonia; la violenza familiare; l’acuirsi di sintomi come ansia e depressione; il sentimento di solitudine di chi vive senza nessuna compagnia.

Si potrebbe continuare con l’elenco dei disagi e dei problemi (dai quali ho volutamente escluso chi è stato toccato direttamente dalla malattia in forma grave e chi ha subito uno o più lutti) ma, per tutti, vale la sospensione del tempo e la mancanza di certezze di quello che sarà tra quindici giorni, un mese, sei mesi: abbiamo percepito che ci dovranno essere modificazioni nel nostro stile di vita e il protrarsi di alcune misure ma non conosciamo i tempi e non sappiamo ancora in che modo regolarci.

Sono, questi, tutti agenti stressanti (stressor). Ma non per forza di cose si trasformano in sindromi. Il fatto di essere eventi condivisi e comunitari comporta una sorta di mitigazione della loro portata: elemento protettivo per la maggior parte di noi perché ci fa sentire uniti nello sforzo di reagire. Ma possono anche essere eventi potenzialmente traumatici per persone con diverse suscettibilità o fragilità pregresse sulle quali vengono a pesare le nuove sollecitazioni. Dipende dal fattore soggettivo.

Per non creare confusione e fare sovrapposizioni è utile una precisazione terminologica iniziando dalla parola trauma che deriva dal greco e significa ‘ferita’, ‘lacerazione’:

in medicina somatica è riferita a lesioni di tessuti o organi;

in neuropsichiatria e neuropsicologia si riferisce a lesioni del sistema nervoso o dell’organismo psichico per eventi improvvisi e distruttivi.

La psicoanalisi ha elaborato una specifica teoria del trauma mentre la scuola di neuroscienze americana spiega la dimensione e cosa succede quando trattiamo il trauma. Brevemente:

a) La teoria del trauma studiata da Freud si riferisce all’intensità di un evento a cui la persona non è in grado di rispondere in modo adeguato: “un’esperienza” scrive Freud “che nei limiti di un breve lasso di tempo apporta alla vita psichica un incremento di stimoli talmente forte che la sua liquidazione o elaborazione nel modo usuale non riesce”. Si è portati a considerare due poli nel trauma: fattori costituzionali-endogeni da un lato e fattori esperienziali dall’altro. Non sono antagonisti, per cui piccoli o minimi traumi possono avere una forte incidenza su una vulnerabilità costituzionale o resa sensibile da precedenti esperienze difficili.

b) Le neuroscienze spiegano come il trauma si struttura e blocca il Sistema Nervoso Centrale quando il corpo del soggetto non riesce a compiere un’azione, ad attivare una difesa. Descrivono il trauma come un fallimento del sistema attacco/fuga (il nostro più primitivo sistema di sopravvivenza) che porta a uno stato di ipervigilanza e iperattivazione oppure cede a meccanismi di ipoarousal che portano a uno stato di rallentamento. Si innesca insomma una sorta di corto circuito: i sistemi biochimici, che garantiscono la sopravvivenza e il benessere, sono di-sregolati e la neurorecezione è difettosa. Per la cura sono state messe a punto tecniche e terapie che, molto sinteticamente, agiscono sul corpo per attivare i meccanismi della memoria e per favorire una scarica emozionale.

Sia la psicoanalisi che le neuroscienze ritengono quindi che all’origine del trauma ci sia un evento o un accumulo di eccitazioni che non possono essere integrati nel sistema fisico e psichico della persona. Dicono anche che l’effetto è sempre legato alla soggettività e non solo all’evento perché non ci sono mai gli stessi sintomi in due persone che hanno subito la stessa condizione: dipende dalla suscettibilità, dallo stato psicologico al momento dei fatti, dal conflitto psichico preesistente, dalla situazione che favorisce/impedisce una abreazione (scarica emozionale) o dalla reazione resa possibile dall’ambiente.

Tra evento oggettivo, qualcosa di esterno che succede, e la reazione soggettiva e personale non c’è quindi necessariamente una dipendenza stretta. I danni non li fa l’evento ma la dinamica che sottostà all’evento per cui anche quello più catastrofico può non diventare traumatizzante. Entrano in gioco fattori come Vulnerabilità e Resilienza che fanno la differenza tra la disintegrazione delle difese e della tenuta psichica (trauma) e la possibilità di elaborare l’esperienza e farla diventare un ‘brutto ricordo’.

Ad esempio nell’emergenza che stiamo vivendo consideriamo come dati oggettivi le situazioni elencate prima e come dati soggettivi i modi di reagire che possiamo inserire tra due cluster: far leva sulle risorse personali o subire/soffrire ciò che accade. Nel primo caso proseguiamo la nostra vita riassestandola e adattandoci ai cambiamenti con una dose di flessibilità. Nel secondo caso è più complicato perché ci sono pregresse esperienze difficili o traumatiche che potrebbero riemergere nella fase di difficoltà con sintomatologie: di queste è necessario prendersi cura.

Concludo con un’immagine che, nella sua semplicità, aiuta a comprendere meglio queste dinamiche: quando un vaso si rompe possiamo ripararlo e nascondere o valorizzare (come nell’antica arte giapponese del kintsugi) le linee di frattura ma poi dobbiamo aver cura di quel vaso e posizionarlo, ad esempio, in un luogo sicuro, in modo da non sbatterci contro e farlo cadere incidentalmente perché il danno potrebbe diventare irreparabile. Quel danno corrisponde al trauma. Che non riguarda, quindi, tutti i vasi ma i più fragili ed esposti. Ora se pensiamo che il vaso siamo noi cerchiamo di conoscere le linee di frattura che attraversano la nostra vita; diamo peso alle emozioni e significato ai sentimenti che trasudano dalle crepe; colleghiamoli a quello che succede nella giornata per capire e circoscrivere ciò che non funziona senza lasciarsi prendere dallo sconforto che tutto sia negativo; non avere timore o vergogna a riconoscere un sentimento di disagio; sforzarsi di tradurlo in parole da far emergere in un contesto sicuro. Chiamiamola pratica individuale di prevenzione pur sapendo che non esistono prescrizioni o strade da seguire che vadano bene per tutti e «l’unico miracolo che possiamo fare» ha scritto José Saramago in Cecità «sarà quello di continuare a vivere, difendere la fragilità della vita giorno per giorno».

2 Comments

  1. Come sempre rinnovo i complimenti per i tuoi post straordinari e ricchi di umanità!
    Oggi, desidero farti anche gli auguri di Pasqua con le parole di una splendida canzone di Lucio Dalla
    “Balla, balla ballerino tutta la notte fino al mattino
    balla su una tavola tra le montagne
    e se balli tra le onde del mare io ti vengo a guardare
    prendi il cielo con le mani
    e vola in alto più degli aereoplani”

    Perché quando questo triste periodo volgerà al termine
    Noi tutti ci ritroveremo così
    Adriana

    Piace a 1 persona

    1. Ciao Adriana e grazie per le parole stupende che mi scrivi come pure per i versi della canzone di Dalla. Vedremo come ne usciremo da questa fase. Ci sono le possibilità di cambiamento ma speriamo di saper coglierne il valore. 🤗

      "Mi piace"

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...