Io e loro

Anch’io farò delle cronache. E saranno le cronache di una famiglia. La mia

Come se scrivesse un diario Brunella Gasperini (qui) racconta quello che succede in famiglia: registra fatti minuti che si mescolano in un caleidoscopio di immagini, colori, dialoghi, parole, liti e risate, tutto nello spazio ‘stretto’ della casa, quella di Milano in inverno e di San Mamete d’estate; ci trascina dentro gli interstizi del quotidiano dove una donna si barcamena tra marito, figli, cani, gatti, amici, macchina da scrivere, lettere da rispondere e romanzi da completare.

Una trasposizione della realtà? Non sappiamo quanto sia ideale. Vent’anni dopo, in un altro suo romanzo, ha scritto: “fu in quel periodo che scrissi le cronache familiari, e mi parevano vere. Non che fossero false. Ma non erano vere. Erano anestetizzate”. E ci sarebbe da aprire un capitolo intero su cosa intenda per anestetizzate e su come le cose del passato appaiano sotto una luce diversa quando le guardi da lontano, dopo una vita in cui hai maturata una maggior consapevolezza. Ma questo porterebbe ad altre considerazioni e invece voglio fermarmi su di lei, su Brunella e le sue cronache che la distanza temporale e sociale non ha reso anacronistiche.

Certamente sono numerosi gli elementi autobiografici rintracciabili nella descrizione dei luoghi, degli animali, delle persone, nei ricordi. Dal confronto con la realtà sappiamo che i figli nella vita vera erano due, ma sarebbero stati tre se il primo non fosse morto tra le sue braccia schiacciato dalla folla durante un bombardamento, e nella trasposizione letteraria tornano a essere tre, forse per una compensazione della perdita subita o una fantasia che aiuta a sopportare un’assenza. Quanto dei pensieri, desideri e fatti narrati siano riferiti ai figli reali o alla figlia che lei stessa è stata non sappiamo, ma in fondo si tratta solo della solita curiosità di indagare tra gli spazi intimi di chi scrive. Quello che conta è la capacità di Brunella/Bianca di dare vita ai sentimenti, ai risentimenti, risate e arrabbiature, tutto con una leggerezza che ci fa sorridere, pensare e commuovere. E la famosa frase di Tolstoj “tutte le famiglie felici si assomigliano fra loro” non sembra applicabile alla famiglia raccontata da Brunella Gasperini che ci trasmette un sentimento di ‘felicità’ (per quanto possa essere possibile far durare la felicità più di qualche istante) e di originalità insieme. Niente è solito e ripetitivo in queste cronache. Nonostante il padre iroso, le litigate tra fratello e sorelle, l’adolescenza che adombra l’umore, il sentimento di non corrispondere alle aspettative, le piccole incomprensioni, le cose che non vanno come si vorrebbe… nonostante tutto questo e altro ancora si respirano istanti di gioia e, soprattutto, si legge la forza dei legami e dell’amore, che può essere anche turbolento ma non viene a mancare neppure quando i dissapori si toccano con mano. 

Oltre alla leggerezza del linguaggio anche l’uso della prima persona trascina dentro le situazioni tanto da dare l’impressione di assistere in diretta a quello che succede, anche se avviene in un altro tempo e ambiente. Brunella Gasperini preferisce l’Io alla terza persona, “che non mi viene bene” ha scritto in un altro libro. Pure quando dà voce al marito, come in Io e loro, o alla figlia in Noi e loro, preferisce l’Io.

Il marito, che in ‘teoria’ è il capo della famiglia, diventa il narratore di questa prima puntata e presenta l’elenco dei personaggi che ritroveremo nelle altre cronache:

Da subito si mostra iroso e brusco, impulsivo, facile all’ironia che a volte sfiora l’insulto. I suoi sono racconti semiseri, prevale la battuta, la facilità a litigare ma anche un amore profondo per questa famiglia in cui tutto vive in relazione con tutti, alla pari. Anche la Vecchia, l’automobile riceve speciali carezze, dei pat-pat sul cofano che sono un saluto ma servono anche a tenerla buona.

Ricorda l’ironia di Lessico Familiare ma senza la sottile amarezza e nostalgia di quelle pagine. Qui prevale una specie di felicità di vivere che intride tutto, nonostante le liti, anzi le liti sono parte essenziale del gioco di amarsi, un elemento costitutivo della relazione. Io e loro è del 1958 e precede di poco il romanzo della Ginzburg, che è del 1963.

Ma l’atmosfera magica, che è la caratteristica principale di questo racconto, è data anche da un paesaggio che sembra, questo sì, del bel tempo che fu: San Mamete in Valsolda è il “paese ispiratore di tipi come Fogazzaro e mia moglie, sta nell’ultimo pezzetto, italiano, del lago di Lugano, che è svizzero […] Ogni volta che arriviamo lì […] è come se tornassimo, dopo un lungo esilio, verso l’infanzia e le favole. Vecchie favole fatte di fruscii fondi di tigli, brontolii freschi di onde, gridi felici di bambini, e siepi da potare, prati da falciare, pesci da pescare, persiane da aggiustare, e corse sulla ghiaia e tuffi dal molo diroccato e rossi tramonti e neri temporali e lunghi pini segreti sotto immobili pleniluni”.

Le piccole avventure di ogni giorno costruiscono la trama del libro, semplici episodi di vita quotidiana che diventano toccanti. 

Come la storia dei cigni. Una coppia di cigni aveva fatto il nido sulla secca che si forma in estate allo sbocco del torrente che si butta nel lago. Una notte di pioggia e temporale il fiume cresce, il posto viene innondato e il marito, nonostante tutti i grugniti e rimbrotti, si alza per andare a mettere in salvo i cigni e le loro tre uova. La moglie poi gli va incontro e lui vede “gli occhi più teneri e fieri e miei che io abbia mai visto. Vedete, forse mia moglie non è molto bella, forse non è molto giovane, e certo sono quasi diciassette anni che viviamo e litighiamo insieme, ma essere guardati così dalla propria moglie, per disordinata e mingherlina e stramba che sia, è la cosa più bella che possa capitare a un uomo”. Un sentimento di commozione misto a tenerezza ti viene incontro. E ti rimane dentro.

La moglie è lei, la scrittrice, svagata e sempre a battere sulla macchina da scrivere, scalza appena può, chiamata Osso per la sua magrezza. “Eccola lì, la pazzoide, coi calzoni rimboccati, una faccia pseudo-ansiosa sotto il cappello di rafia e il Bu che le saltava addosso uggiolando e dimenandosi come dieci cani che uggiolano e si dimenano”. 

E sì, ti ripeti durante la lettura, un famiglia felice. Una felicità fatta di quotidiano, di solito, di prosaico anche, di tristezze e di malumori, di litigate e di sorrisi. Una felicità fatta di legami, di presenze. Non è la felicità patinata e piatta e priva di ombre. Questa è piena di momenti ‘celesti’ e di momenti bui. 

È la sicurezza di amarsi nonostante gli anni, la guerra, le morti, il tempo che passa, i denari che mancano, i figli che crescono, le cose da fare: “ci guardammo, mia moglie ed io, al di sopra di tutti quei fiori e di tutti quegli anni, al di sopra del dolore e della fatica e della morte e della speranza, e non mi importava più niente che fosse spettinata e di malumore e coi calzoni, era lei e io l’amavo, molto più adesso di allora […] Siamo sempre gli stessi, pensai. Non abbiamo mai mezze misure, io e te. Ogni cosa che facciamo dobbiamo farla tutta, dobbiamo farla subito e dobbiamo farla con tutto il nostro fiato”.

Un altro bell’episodio è l’anniversario di matrimonio che nonostante le disavventure, i ritardi, le multe si conclude con la stessa dichiarazione d’amore: “Asciutta o bagnata, con gli occhiali o senza, coi calzoni o col vestito flou, era sempre la stessa: quella che aveva camminato al mio fianco, nei giorni belli e nei giorni brutti, per diciassette anni: bisbetica e dolce e piena di coraggio. Lei”.

Quando le vacanze finiscono si torna a Milano, all’appartamento, alla scuola, al lavoro e tutti sono scontenti.

Una casa angusta e pullulante, tre figli movimentati e altisonanti, una domestica piena di punti interrogativi, di fumetti e di piatti rotti, un cane confusionario, un gatto mefistofelico, un televisore imperversante, valanghe di dischi negri e di peluches, e in mezzo alla micia lei: una donnetta mingherlina e indomita, coi capelli irti e le dita vorticanti, che pretende di scrivere, rispondere al telefono, tener d’occhio i figli, limitare le catastrofi culinarie della Rosa, agire e pensare, tutto insieme: tra cachet, sigarette, caffè, Dio che tardi, …”.

Arriva il momento di festeggiare il sedicesimo compleanno della figlia grande che passa da entusiasmi a profonde malinconie. Sedici anni sono come le montagne russe. Per organizzarle la festa e invitare i ‘tizietti’ si cambiano divano e tappeto, si rende il salotto più carino.

E tra la malattia di Bu e la John che fa i gattini arriva il Natale e ci sono corse per il ritardo dei regali da comprare e lui, il marito, guarda lei carica di pacchetti e pensa: “Mi chiedo se esista al mondo un’altra donna capace di intenerire tanto un uomo proprio nello stesso momento in cui lo manda fuori dai gangheri. Doveva capitare proprio a me”.

Cosa volete farci? È nata così, e così dobbiamo tenercela. E così, sia detto in privato, l’amiamo”.

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