Le nebbie di Avalon

Fai attenzione a ciò che desideri perché potrebbe avverarsi”

Quando avevo avuto notizia della ripubblicazione del romanzo, nell’ottobre 2018, da HarperCollins Italia con la traduzione di Flavio Santi (per la prima volta in versione integrale e senza le censure della precedente edizione del 1982), ho tergiversato sull’acquisto per la mole dei due volumi che mi hanno attirato e respinto nello stesso tempo. 

Nel frattempo mi ero affezionata alle letture ad alta voce, da Radio Tre ad Audible: camminando e ascoltando ho percorso chilometri e chilometri senza annoiarmi mai. Ho così risolto la mia ambivalenza con l’ascolto su Audible e mi sono immersa tra Le nebbie di Avalon durante lunghe camminate primaverili, prima e dopo il lockdown. 

Il libro è letto e interpretato da Stefania Giuliani. Non è stato facile abituarmi alle sue intonazioni di voce, all’enfasi o alla lentezza della narrazione, e non è stata immediata neppure la passione suscitata dalle vicende, tanto che in alcuni momenti ho accelerato la velocità di lettura (si può fare anche questo con Audible). Ma… passo dopo passo, chilometro dopo chilometro, pensiero dopo pensiero, la storia si è andata formando nella mia mente e mi sono lasciata andare al fascino del racconto, soprattutto a quello delle figure femminili alle quali Marion Zimmer Bradley ha dato vita: immagini di donne formidabili, complesse, piene di luci e ombre, che mi hanno conquistato con le loro ambivalenze, sensibilità, tormenti, ragionamenti, scelte controverse. Indimenticabili. 

L’ascolto di un libro, diversamente dalla lettura, non permette di soffermarsi sui passaggi che colpiscono il pensiero e non dà la possibilità di fermarli come si vorrebbe, ma crea atmosfere che si impadroniscono dell’immaginazione. E così Le nebbie di Avalon hanno conquistato un posto tra le mie storie preferite.

La storia è come un caleidoscopio, piena di sfaccettature, colori e atmosfere; è un racconto corale dove sono tutti i personaggi, con i loro dubbi e pensieri, a costruire la trama. Nella complessità dell’insieme ho selezionato alcune parti. 

Avalon è un’isola avvolta nelle nebbie e la strada per arrivarci non è nota a molti e permessa a pochi. È un luogo fantastico ma, anche se non è importante ai fini della storia sapere dove si trova, non ho resistito alla curiosità e al desiderio di localizzarlo: sembrerebbe stare da qualche parte occidentale delle Isole Britanniche che molti dicono essere Glastonbury (che nell’antichità era circondato da acque e paludi che la rendevano quasi simile a un’isola). Le sacerdotesse vivono lì sin da bambine per imparare i misteri, o la magia se vogliamo così chiamarla; apprendono la proprietà delle erbe, l’arte di guarire e far morire; imparano a leggere e scrivere, a suonare l’arpa, a conoscere le stelle e la natura.

Sono donne di sapere e custodi di tradizioni, le sacerdotesse di Avalon, ma i preti cristiani le chiamano streghe e combattono, con ogni mezzo, il paganesimo che loro impersonano. La nuova religione intende infatti cristianizzare e governare la Britannia pagana e per questo devono distruggere Avalon e le tradizioni dell’antico popolo. Tradizioni nelle quali le donne hanno un ruolo di peso e di valore che contrasta con la profonda misoginia dei preti.

Avalon è il luogo più affascinante ma nella storia c’è, ovviamente, Camelot dove si trova la corte di Arthur; c’è Tintagel in Cornovaglia, da dove inizia la storia; c’è Lothian nel freddo nord; c’è il Galles. C’è tutta la Britannia, in lungo e in largo.

Signora di Avalon è Viviane, Dama del Lago e Sacerdotessa che custodisce la memoria del popolo antico, la storia e i simboli che i cristiani chiamano pagani. Serve la Dea della quale impersona la Sapienza della natura, della terra, del tempo che trascorre, delle fasi della vita. Viviane dà inizio a una serie di eventi che determinano il futuro della Britannia. Nel suo intento di mantenere vive la cultura e le credenze antiche può sembrare anche cinica perché si serve delle persone, come la sorella Igraine e i figli di questa: Morgaine e Arthur. La sua posizione di Signora di Avalon non le permette di tener conto di sentimenti personali che passano in secondo piano rispetto al destino della Britannia e del suo popolo. È anche la madre di Galaad o Lancelot, come lo hanno chiamato i sassoni e che significa ‘dardo degli elfi’, cavaliere di re Arthur e suo miglior amico.

Igraine è sorella di Viviane. È una delle donne ‘sacrificate’ per il bene di Avalon e della Britannia e il suo destino è legato ai piani di Viviane e Taliesin il druido, il Merlino di Britannia. Giovanissima viene data in sposa a Gorlois, il vecchio duca di Cornovaglia, dal quale ha una figlia: Morgaine. Il piano prevede poi che Gorlois muoia e lei sposi Uther Pendragon, re legato ad Avalon e all’antico popolo. Da questo matrimonio nasce Arthur destinato a succedere al padre e a diventare il grande re Arthur della Tavola Rotonda, come è conosciuto nella leggenda: un re che nasce dalla stirpe del drago e dal sangue reale di Avalon con il compito di unire la Britannia nella tradizione degli antichi riti e di avere cura dei sacri simboli. Le cose saranno però più complesse e non tutto andrà secondo i piani.

La terza sorella, la più giovane, si chiama Morgause. Sposa Lot re di Lothian e delle isole Orcadi e diventa regina del lontano nord. Una donna bella e ambiziosa, disinibita e libera nell’assecondare i suoi desideri: Morgause se ne fa un baffo di preti e cristiani. Anche se non è una sacerdotessa appartiene alla stirpe di Avalon, conosce le antiche leggende e le tradizioni, ma sembra guidata dalla sua ambizione di potere più che dall’eredità di pensiero. È una donna piena di ombre.

Morgaine, la figlia primogenita di Igraine è il filo conduttore della storia. È lei ad accompagnarci dall’inizio alla fine e, anche se il racconto è corale, sono i suoi pensieri, i sentimenti, le emozioni di amore e rabbia, le ambivalenze, la sua grande consapevolezza ad affascinarci. È la donna che osserva e che agisce. Che sceglie per sè, rivoltandosi contro il ruolo designato per lei ma senza riuscire a vivere secondo i suoi desideri. In bilico tra queste due posizioni si muove in modo diverso dalle altre protagoniste: da chi impersona convintamente la parte che deve svolgere, come Viviane ma anche Morgause; da chi la subisce, come Igraine ma soprattutto Gwenhwyfar. 

Morgaine è la protagonista più complessa e sfaccettata. Anche quella dal destino più difficile e doloroso, come capita alle donne che non smettono di interrogarsi e non scelgono le vie più facili. Non accetta quello che il destino (o altri) ha previsto per lei, in fuga continua alla ricerca di un posto dove sentirsi se stessa. Ma è come vivesse molte vite:

Morgaine, la vergine sacrificata;

Morgaine, la madre distrutta dalla nascita del figlio;

Morgaine la regina del Galles del Nord, sposa a un vecchio re che potrebbe esserle nonno;

Morgaine, oscura regine di Feri, o era l’orrida morte?

Gwenhwyfar, infine. L’angelica, bellissima e pia Gwenhwyfar. Data in dono a re Arthur con i cavalli, che valgono più di lei, accetta il suo destino di regina e di dama gentile, ammirata e venerata dai cavalieri del suo sposo. Amata da Lancelot. Quante passioni, paure, turbamenti, sensi di colpa e profonde frustrazioni in questa donna! 

La lotta serrata, silenziosa e tenace, che si svolge tra Morgaine e Gwenhwyfar è la lotta tra due diversi modelli di donna. E nessuno vincente! Tutte due pieni di contraddizioni:

la bionda ed eterea Gwenhwyfar, semplice e pia, profondamente religiosa, seguace dei preti, si ispira alla Madonna e alla Croce, accetta la sottomissione femminile all’unica verità di Dio;

la piccola e scura “Morgaine delle fate”, destinata a essere sacerdotessa di Avalon, colta e amante della musica, saggia e complicata, intende essere libera nelle sue scelte.

L’animo di entrambe è turbato perché, anche se in modo diverso, hanno a che fare con imposizioni e giuramenti, Ma la più grande differenza tra loro sta nella diversa consapevolezza: quella di Morgaine è costruita con la riflessione, con scelte ardite, con un continuo lavorio su se stessa mentre Gwenhwyfar è una donna che accetta passivamente il suo destino pur con tutte le frustrazioni che comporta.

Sono queste dame e regine, e altre ancora, a  raccontare le vicende della Britannia, le guerre e le lotte per il potere che non si combattono solo sui campi di battaglie ma in trame complesse i cui fili sono la tradizione e la religione, il sacro e il profano. È il punto di vista delle donne che apre altre porte per guardare a quel medioevo raccontato dagli uomini, all’amore cortese tra dame e cavalieri in cui la sensualità è vissuta e non solo idealizzata.

Raccontano il passaggio di una delle epoche più affascinanti e misteriose della storia occidentale alla cristianità, arrivata al seguito dell’impero romano e rinforzatasi con il suo decadimento, che sostituisce gli antichi riti e tradizioni considerati pagani. I preti e i vescovi diventano così influenti da determinare le scelte dei re e dei potenti cambiando gli orientamenti e la cultura di un popolo; introducono l’idea di peccato, di vergogna del corpo e delle sue funzioni e, imbrigliando la sessualità in norme, costringono le donne in categorie chiuse e umilianti. Esercitare il controllo sul corpo sessuato e sulla generatività, sui rapporti tra uomini e donne, significa acquisire un grande potere sui pensieri e comportamenti delle genti. E le donne che vengono cresciute nei conventi diventano le tenaci sostenitrici di questa nuova visione dei ruoli assegnati da un Dio superiore a tutti. Come Gwenhwyfar che assume il cristianesimo come unico credo ed è ferocemente combattuta tra la freddezza del corpo e il desiderio di cedere alla passione fisica.

Non è un romanzo di avventure e guerre, che pure non mancano, ma una storia fatta di riflessioni interiori, di pensieri, interrogativi e dubbi, sentimenti.

Gli uomini? Sono le stelle nel firmamento della storia ufficiale, quella nota ma, in questa, non valgono quanto le donne. Nè Arthur, né Lancelot, né il Merlino di Britannia. 

È Guidion, il frutto dell’unione incestuosa tra Morgaine e Arthur, il più complesso tra i protagonisti maschili perché porta dentro il dolore e la rabbia nella ricerca  di un’identità che la nascita gli ha negato e che continua a non essere riconosciuta. Abbandonato dalla madre, mai riconosciuto dal padre, la sua nascita è una vergogna per tutti, da nascondere. É un personaggio tragico, destinato a essere il cattivo della storia: Mordred lo chiamano, che tradotto è Malconsiglio. In lotta contro il padre e pervaso dall’odio rappresenta la cultura maschile che dominerà il mondo e sottometterà le donne con l’idea di proteggerle: “Le donne che vivono nel mondo che verrà avranno bisogno di uomini che le difendano. Il mondo, Ninien, non è della Dea ma degli dei, forse di un solo Dio!”.

Due mondi in lotta, due culture che si contrappongono: il nome di Cristo o il nome della Dea? Il vescovo Patricius dice che “il vecchio ordine cede il passo al nuovo” e i simboli antichi della Dea, i simboli pagani entrano a far parte del rituale cristiano: la coppa della Dea diventa il Calice del sangue di Cristo, il santo Graal alla cui ricerca si dedicano i cavalieri di Arthur, disperdendosi.

La cultura del cristianesimo cambia il ruolo delle donne e la frase dei preti “la donna ha portato il male nel mondo” apre una nuova era: la visione del peccato determina una scissione nel genere femminile tra l’immagine della Dea, assorbita nella figura della donna libera e malvagia, e la Vergine Maria, obbediente e pronta a inchinarsi a un volere maschile superiore. Avalon, l’isola delle sacerdotesse, è destinato a diventare un sogno alla deriva, un altro mondo quasi inaccessibile, perso nella nebbia e vivo solo nei pensieri di chi ancora crede in un altro modo di vivere.

È Morgaine, ormai vecchia, a concludere la storia di un mondo che scompare ma lascia tracce e resta vivo nel cuore di uomini e donne, basta andarlo a cercare. Si reca sulla tomba di Viviane, in una chiesa cristiana, e osserva come le monache siano così simili alle sacerdotesse di Avalon. Una novizia l’accompagna a vedere la cappella delle consorelle.

«Qui preghiamo la madre di Cristo, Maria Immacolata. Dio è così grande e terribile che ho sempre paura davanti al suo altare. Ma qui, di fronte a Maria, noi che siamo le sue vergini consacrate sentiamo di essere in presenza di nostra madre. E guarda, abbiamo anche le statue delle nostre sante: Maria di Magdala che asciugò i piedi di Gesù con i suoi capelli; e Marta che cucinava per lui e rimproverava la sorella quando non l’aiutava. A me piace pensare a Gesù come a una persona in carne e ossa che faceva qualcosa per sua madre come trasformare l’acqua in vino a un matrimonio per renderla felice.

E questa è una statua antichissima, dono del vescovo. Viene dal suo paese natale ed è una delle loro sante. Si chiama Brigida».

Morgaine guardò la statua di Brigida e sentì l’immenso potere che si irradiava nella cappella.

«Brigida non è una santa cristiana» si disse «anche se Patricius lo crede. È la Dea come viene venerata in Irlanda. Però, nonostante la pensino diversamente, queste donne riconoscono il divino. Seppure esule la Dea trionferà, non abbandonerà mai gli uomini».

La Dea è in noi, ma adesso so che è anche nel mondo per sempre. Sei ad Avalon come nel cuore di tutti gli uomini e di tutte le donne”.

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