Georges de La Tour

Le figure di La Tour godono spesso della potenza espressiva dell’isolamento, ma sia i personaggi raffigurati nel silenzio e nell’immobilità, sia quelli in conversazione, come nella ‘Buona ventura’ e nei ‘Giocatori di dadi’, sia quelli travolti dal rumore del reale nelle scene di taverna o di rissa, non sono del tutto immuni da una certa capacità dell’artista di scavare nell’interiorità dell’essere umano” (Pierre Rosenberg)

La mostra Georges de La Tour – L’Europa della luce era prevista dal 7 febbraio al 7 giugno, proprio nel periodo del confinamento per il corona virus, ma è stata prolungata al 27 settembre e così, in un giorno di luglio, sono andata a Palazzo Reale a Milano. Ci tenevo. Sarebbe stato un peccato perdere l’occasione di vedere i dipinti di La Tour riuniti per la prima volta in Italia in numero consistente.

Artista dimenticato, genio isolato in Lorena, maestro del lume di candela, artista delle notti e della realtà, pittore di scene di genere: sono queste le definizioni che rimbalzano da una sala all’altra della mostra e da una pagina all’altra del ricco catalogo. E tante sono le domande rimaste ancora senza risposta, perché di La Tour si conosce veramente poco e quel che si sa è frutto di ricerche, teorie, errori tanto da rendere Georges de La Tour uno dei grandi risultati della Storia dell’Arte.

Il ‘caso La Tour’ assomiglia a un puzzle in cui anche le errate attribuzioni e le repliche sgraziate figurano tra le tessere da identificare e mettere insieme con pazienza le une con le altre accanto ai capolavori indiscussi e ai dipinti problematici che si tratti di originali rovinati o copie firmate […] Al di là del raro piacere estetico che ci procurano i suoi quadri giunti fino a noi, al di là del fascino della sua figura – di cui tutti sanno che non si sa quasi nulla -, al di là dell’anomala – quasi sospetta! – popolarità di cui gode ormai da tempo, interessarsi a Georges de La Tour vuol dire accettare di stare al gioco di una storia dell’arte, a volte sfolgorante, a volte austera, che cerca se stessa, […] spesso gira in tondo, o procede nella direzione sbagliata, […] accettare di confrontarsi un una storia dell’arte ‘all’opera’.” (Dimitri Salmon)

Le notizie certe su di lui sono poche: nato a Vic-sur-Seille nel 1595 e morto nel 1652, ha vissuto e operato in Lorena tranne un breve periodo, tra il 1639 e il 1641, in cui è stato alla corte parigina come pittore ordinario del re.

Solo tre sono i quadri datati ¹, per il resto mancano documenti a confermare la cronologia di altre opere che, per la maggior parte, non sono neppure firmate ². Inoltre non si sa niente sulla sua formazione, per cui si possono fare solo ipotesi. Soprattutto il viaggio in Italia (era consuetudine degli artisti trascorrervi lunghi periodi a studiare opere dei maestri) è una questione che appassiona gli storici dell’arte tanto da diventare il problema dei problemi: pur essendo uno dei seguaci più espressivi e potenti di Caravaggio non esiste nessuna traccia che attesti la sua presenza nel nostro paese. Come può, quindi, avere conosciuto le opere e lo stile di Caravaggio tanto da sapersene impadronire in modo del tutto originale? Sono molti gli indizi e le coincidenze a dare ragione di una tale conoscenza – entrambi pittori di figure umane, la scelta dei soggetti come bari e zingare, certe pose, l’assenza di ambienti esterni, l’equilibrio tra sacro e profano – ma non si sa se diretta o tradotta da altri.

È difficile anche associarlo a qualche movimento e per molto tempo è stato considerato un pittore solitario, ma i documenti emersi negli ultimi quarant’anni mostrano che invece era un pittore famoso, che ha lavorato per il Duca di Lorena, per il re Luigi XIII e per Richelieu.

Poi è caduto nell’oblio. Per tre secoli è stato dimenticato ed è rimasto solo un nome mentre molti dipinti venivano attribuiti ad altri pittori. Fino a quando nel 1915 uno studioso tedesco del Barocco, Hermann Voss, durante un suo viaggio in Francia, ha collegato tre quadri a un certo Georges Dumesnil de La Tour e da lì è cominciato il lavoro di riscoperta.

Nella mostra e nel catalogo non ci sono notizie che ci possano aiutare a conoscere l’uomo, al di là dell’artista. Ma ho trovato una nota, in un testo di Costantino D’Orazio ³, che rivela un altro aspetto di La Tour, una zona d’ombra dell’uomo.

Georges de La Tour, un pittore di cui possediamo scarse notizie, se si escludono i processi in cui è coinvolto. Quasi nulla ci parla di lui: non un testo scritto di suo pugno, non un ritratto, né un autoritratto; soltanto numerosi atti giudiziari del tempo dai quali emerge il profilo di un uomo avido, violento, dal carattere arrogante, sempre teso a difendere i privilegi nobiliari acquistati con il matrimonio.

Ama passeggiare in campagna, circondato da mute di levrieri e di cani da caccia spagnoli: li nutre e accudisce con attenzione, molta più di quanto ne riservi ai suoi contadini, che strapazza e immortala nei quadri come vecchi pezzenti, spesso accompagnati da musicanti ciechi e litigiosi. L’artista li osserva con distacco, quasi con disprezzo.

Li studia con occhi da scienziato, li cattura con la destrezza dell’entomologo per poi immergerli nella pasta della pittura a olio, immobilizzandoli in una luce irreale. Il mistero della sua pittura illumina solo in parte quello della sua vita privata, tra mediocrità e voglia di riscatto”.

Il pittore delle variazioni minime

Una delle particolarità del pittore è quella di rappresentare lo stesso soggetto in più dipinti con variazioni minime: quattro repliche della Maddalena, dieci del San Sebastiano, doppia copia del Baro, con variazioni cromatiche o altre minime differenze. La critica si chiede se sia veramente un pittore ripetitivo oppure se siano copie di bottega.

“Nel caso dei quadri di La Tour, sui quali non smettiamo di interrogarci oggi, la sensazione è che l’artista, nella ripetitività dei suoi soggetti, studiati in redazioni continue, cercasse di attivare lo spettatore in una sorta di trappola emotiva. Sono immagini coinvolgenti, che spingono ad aguzzare la vista per scoprire cosa si celi nelle tenebre, dove la luce della candela non riesce ad arrivare; o ci mostrano più di quello che vorremmo vedere – la disperazione e la miseria della vita, che giganteggia vicino a noi ” (Francesca Cappelletti, curatrice della mostra e del catalogo)

Maddalena penitente

Uno dei soggetti più noti e interessanti è la figura della Maddalena penitente: nel catalogo di La Tour se ne contano quattro. In mostra troviamo la Maddalena penitente che si trova a Washington e, si ipotizza, sia stata dipinta tra il 1635 e il 1640. Le altre versioni si trovano a New York, a Los Angeles e a Parigi.

La Maddalena è una figura di successo nell’Europa cattolica di fine Cinquecento perché porta il messaggio della penitenza dopo una vita di peccati. Molti artisti l’hanno interpretata come una donna sensuale, in abiti succinti, che vive in solitudine e meditazione. Nelle versioni di La Tour invece non è presente la componente erotica ma quella riflessiva: una giovane donna assorta in pensieri che la distolgono dal nostro sguardo, immersa in un’oscurità che solo la luce di candela rischiara quel tanto da rendere visibili i contorni degli oggetti, specchio e teschio, simboli della vanitas e della transitorietà della vita. L’austerità e l’essenzialità degli interni mostra una pittura costruita per sottrazione.

Gli Apostoli di Albi

Una serie di apostoli a mezza figura nella cattedrale di Albi era stata attribuita a Caravaggio prima di venire riscoperti come opere di La Tour. 

San Giacomo Minore

La dimensione spirituale non è mostrata da aureole o altri simboli ma dal confronto tra una povertà esteriore e la ricchezza interiore che traspare dal volto severo e austero, dagli occhi socchiusi, dall’atteggiamento meditativo. La figura collocata su uno spazio vuoto con ampie zone d’ombra è dipinta con evidente realismo nelle rughe della fronte, nelle unghie annerite dei popolani, nei capelli, barba e sopracciglia: uniche caratteristiche a risaltare in un’immagine che sembra altrimenti spoglia nell’austerità della figura e nei toni di colore.

Gli inganni del realismo 

Sembrano racconti illustrati, narrazioni di vita queste grandi opere che è riduttivo chiamare scene di genere. Nella taverne o per strada la luce di una candela sottolinea i gesti, delinea le forme, illumina gli sguardi e la danza delle mani, fa affiorare emozioni che sappiamo riconoscere al di là dei secoli che ci separano, perché le emozioni umane sono rimaste esattamente quelle.

La rissa tra musici e mendicanti

Opera giovanile, datata tra il 1625 e il 1630, anche questa era stata attribuita a Caravaggio. Mette in scena una rissa tra musicisti di strada, una guerra tra poveri che si contendono un posto per suonare. Un mendicante minaccia, o si difende, con il coltello e la manovella dello strumento mentre l’altro gli spruzza del limone negli occhi (vuole mascherarlo come finto cieco?) e si ripara con la bombarda. La vecchia sulla sinistra ha un’espressione disperata e spaventata e altri due musicisti, al lato opposto, sghignazzano. Il conflitto non è un genere che compare molto nell’opera di La Tour ma qui acquista un tono da commedia dell’arte per la disposizione delle figure come su un palcoscenico. Sembra far ridere ma l’espressione di angoscia della donna scopre il risvolto amaro e tragico della rappresentazione. 

I giocatori di dadi

Eseguito intorno al 1650-1651, pare da più mani… che sembra un gioco di parole visto che nella parte centrale e illuminata del dipinto è proprio la danza delle mani ad attrarre oltre all’espressione concentrata dei volti sui dadi. La luce della candela è nascosta dalla manica del giocatore in primo piano e rende ancora più suggestiva la scena. Bari, giocatori d’azzardo e indovini erano temi comuni ai pittori caravaggeschi e La Tour è un maestro del genere. 

Figure 

Suonatore di ghironda con cane

Dipinto a figura intera del primo periodo di La Tour. Nella danza delle attribuzioni era stato assegnato prima a Caravaggio, poi a Zurbarán e poi ancora a de Ribera. Solo nel 1925 è stato associato al nome di La Tour ma è stata definitiva l’attribuzione nel 1972 dopo il restauro. Un ritratto duro su un personaggio riprodotto di frequente all’epoca. I suonatori di ghironda erano musicisti mendicanti che per suscitare compassione si fingevano ciechi e nel suo spietato realismo La Tour mostra le condizioni miserevoli di un uomo e del suo cane. Triste. Resta nell’ombra l’interpretazione dell’opera.

Tra sacro e profano

Anche la questione dei soggetti rappresentati da La Tour ha suscitato molte perplessità […] a proposito, in particolare, dell’ambiguità sacro/profano di molte sue tele che danno l’impressione  di poter essere ‘lette’ sia come scene religiose che come scene di genere che semplicemente riproducono momenti strappati all’intimità” (Dimitri Salmon)

Giobbe deriso dalla moglie

Essendo privo di firma, per tutto il XIX secolo il dipinto è stato considerato un’opera caravaggesca di un anonimo artista italiano” ( T. Dechezleprêtre). Nel 1922 dopo la riscoperta del pittore è stata fatta ipotesi che il dipinto fosse opera sua. La conferma è arrivata nel 1972 dopo che il restauro ha fatto scoprire la firma dell’autore: G de la Tour fec(it). Ma il titolo originale resta ignoto. Nel 1935 la scena è stata associata all’episodio dell’Antico Testamento. La nudità dell’uomo e la povertà degli oggetti che lo circondano contrastano con l’abbigliamento e la maestosità della donna che gli si rivolge, ma non vedo una derisione in questa scena, piuttosto l’interrogativo e un tentativo di conforto. 

Le due figure dominano la scena ma ancora è la candela protagonista del dipinto che illumina un dialogo di sofferenza. 

Educazione della Vergine

Oltre a questa della Frick Collection a New York, unico esemplare firmato, ci sono altre sei copie e derivazioni con lo stesso soggetto. La critica è divisa rispetto all’autenticità dell’opera per la tonalità cromatica poco raffinata e per l’atmosfera innaturale. Manca qualsiasi informazione che confermi il tema religioso.

 “La scena è pervasa da un senso di sacralità, ma non ci vengono fornite indicazioni che possano confermare il soggetto religioso dell’opera […] vediamo una donna seduta che insegna a leggere a una bambina. Nessun’aureola, nessun abito d’epoca, niente indica che il personaggio raffigurato sia sant’Anna e non una qualsiasi donna, contemporanea del pittore, che in una stanza della sua casa aiuta una bambina, anche lei priva di riferimenti che ne suggeriscano l’identità o la condizione di santità. Tuttavia, dalla purezza del suo profilo, illuminato dalla fiamma di una candela, ma radioso come se emettesse una luce propria, deduciamo che si tratti di Maria; il silenzio e l’immobilità ci fanno capire che questa non è una normale lezione di lettura. Eppure, lo sguardo rivolto verso il basso e la stessa curva delle spalle e del collo della donna esprimono con grande efficacia la pazienza di una qualsiasi madre o maestra impegnata in una lunga lezione. Qui è assente la retorica delle pose convenzionali, la ‘presentazione’ del soggetto agli osservatori. Solo attraverso la collocazione delle forme e la geometria degli angoli, perfettamente risolte, e la semplificazione degli abiti un osservatore capisce, riandando con la memoria alle raffigurazioni del soggetto, che le donne ritratte sono sant’Anna e la Madonna. Il raffinato particolare della fiamma della candela schermata dalla mano della bambina, attraverso la cui carne vediamo la luce, è il modo in cui il pittore identifica il personaggio con Maria, l’intermediaria che consente agli uomini sulla terra di conquistare l’accesso alla luce celeste. La cesta sullo sfondo, un oggetto solido ma traforato che consente il passaggio della luce, proietta sulla parete una drammatica ombra interrotta, simboleggiando i testi sacri della Bibbia attraverso cui è possibile vedere, o parzialmente vedere, la vera luce spirituale” (Gail Feigenbaum).

La realtà della solitudine 

I toni monocromi giocati sui bruni e con poche sfumature, la plasticità delle forme rappresentate con una estrema sobrietà, l’assenza di qualsiasi oggetto che non siano la croce e la presenza dell’animale sono il segno di un minimalismo pittorico spinto fino ai “limiti del niente” (Cuzin, 2010). 

Dipinta verso la fine della vita, tra il 1649 e il 1650, in periodo di devastazione e violenza per la Lorena (4), questa tela in cui domina il silenzio chiude la mostra.

(1) Unici tre dipinti datati: Il denaro versato, (si decifrano tre numeri tra il 1634, 1641 e 1642); San Pietro e il gallo, 1645; La negazione di Pietro, 1650.

(2) L’opera di La Tour consta di 74 composizioni (4 datate e solo 18 firmate) di cui: 46 dipinti considerati come autografi; 28 tele e incisioni ritentue testimonianze di originali perduti. C’è stato un valzer di attribuzioni e nel corso degli anni sono state espunte dal suo corpus 150 opere (dal catalogo della mostra)

³ Costantino D’Orazio, L’arte in sei emozioni, Laterza 2018

(4) L’epoca di La Tour è stata un’epoca di frammentazione religiosa e politica oltre che di conflitti, motivo per cui quello tra il 1560 e il 1650 è chiamato il secolo di ferro: la guerra con gli ottomani; le guerre di religione in Francia tra cattolici e calvinisti; lo scontro tra Spagna e Paesi Bassi; le rivolte in Portogallo, Catalogna, regno di Napoli. Senza dimenticare la trasformazione dell’economia europea in economia mondiale con la scoperta di nuove rotte commerciali e di nuovi domini extraeuropei che hanno portato al confronto con il Nuovo Mondo. “L’Europa del Seicento è un continente in crisi economica, diviso ideologicamente e politicamente dalle guerre di religione, in calo demografico e soggetto a una piccola glaciazione che ne determina una serie di cambiamenti climatici, ma è anche un continente alla ricerca di nuovi equilibri politici, di un nuovo avvenire” (Manfredi Merluzzi) 

4 Comments

    1. Oltre alla luce sono attratta dal suo stile essenziale, con forme pulite e una gomma di colori così ristretta che cancella ogni sovrappiù. Diciamo che pur non essendo un pittore descrittivo è capace di narrare in modo efficace e ci permette di ‘leggere’ espressioni e gesti.

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