Tornare a galla

Ora siamo nel mio paese natale. Territorio straniero

Ritornare nei luoghi dell’infanzia, per chi se ne è allontanato, ha sempre qualcosa di straniante. La prima percezione, quando ci si ritrova in giardini, cortili e stanze che ci hanno viste bambine, è fisica: lo spazio che si ricordava più grande sembra essersi ristretto, mentre i profumi e gli odori, che penetrano nel corpo e nella mente, annullano le distanze e le rendono nello stesso tempo infinite. Tutto questo si traduce nella consapevolezza di una lontananza incolmabile tra la se stessa del presente e quella di un tempo. È il passato che non torna più. Ma è, anche, l’occasione per ripensare alla propria vita, alle scelte fatte, agli errori e alle conquiste. 

È proprio quello che succede alla protagonista del romanzo di Margaret Atwood: un tuffo nel tempo che la lascia in bilico tra l’adesso e il prima per capire la donna che è diventata e potersi riconciliare con la parte di sé che ha cercato di tagliar via. Non sappiamo come si chiama perché lei parla in prima persona e nessuno pronuncia mai il suo nome, ma quello che conta sono i suoi pensieri che fanno da guida a temi universali, che toccano ciascuna di noi al di là dei cinquant’anni che ci dividono dal tempo del romanzo. Pubblicato nel 1972 risente, inevitabilmente, dello stile del periodo e descrive personaggi caratteristici di allora: on the road, alternativi nelle idee e decisi nel rifiuto dei modelli familiari, alla ricerca di un nuovo modo di vivere ma ancora segnato da relazioni uomo-donna di stampo paternalista e maschilista. Sembra anche un piccolo manuale femminista che mette in scena i temi di lotta che quella generazione di donne ha portato in piazza, rivoluzionando la vita a tutte, favorendo cambiamenti e maggiori opportunità. E lasciando anche in sospeso alcune domande: è veramente più libera oggi una giovane donna nel costruire la propria identità? trova più facile fare scelte che non corrispondono a quelle attese e sperate da altri? Veramente le cose sono cambiate oppure ci illudiamo e ci troviamo intrappolate in vecchi nodi irrisolti che si intrecciano con altri di nuovi?

Nonostante l’interesse per l’argomento non posso dire sia stata una lettura facile. Margaret Atwood non è una scrittrice che fa scorrere veloci le pagine. Non si tratta solo di mettere insieme i pezzi sparsi ma bisogna lasciar andare le parole che in certi passaggi si accavallano in libertà, senza tener conto di una trama. Nella scrittura di Atwood l’immaginazione si mescola a una descrizione dura e oggettiva con un risultato, a volte, surreale. Non posso dire di esserne stata conquistata ma ci sono passaggi che mi hanno catturata e hanno guidato i miei pensieri.

La trama potrebbe sembrare semplice: una giovane donna, che fa l’illustratrice, torna nell’isola della sua infanzia, persa tra i laghi del Canada, insieme con un fidanzato e una coppia di amici sposati, per cercare il padre scomparso.

Di lei veniamo a sapere che ha abbandonato la casa dei suoi genitori prima, un marito e un figlio poi, recidendo legami che le pesavano come catene per cercare altre soluzioni e costruire una vita migliore e più libera. Ci è riuscita?

Non mi hanno mai perdonata, [riferendosi ai genitori] non hanno capito il mio divorzio; credo che non abbiano capito nemmeno il mio matrimonio, cosa che non mi stupisce dal momento che non l’ho capito neanch’io. È stato il modo in cui mi sono sposata ad addolorarli, così all’improvviso, e poi la mia fuga, abbandonare marito e figlio, la mia vita attraente come una foto su una rivista patinata, degna di essere messa in cornice. Abbandonare mio figlio, quello era il peccato senza remissione, cercare di spiegar loro perché non era veramente mio è stato inutile [] non l’ho mai riconosciuto come mio, non gli ho nemmeno trovato un nome prima che nascesse, come succede di solito. Era tutto di mio marito, me l’ha fatto fare con l’inganno e mentre mi cresceva dentro io mi sentivo solo un’incubatrice. Sceglieva scrupolosamente tutto quel che mi autorizzava a mangiare, io ero il cibo del bambino, lui voleva un duplicato di se stesso: una volta nato, io non servivo più a niente”.

Il segno che porta dentro è quello di un pezzo di vita tagliato via, una carne cancellata. Un errore che ha cercato di dimenticare, ma che torna con la memoria del corpo, che è la memoria delle donne.

Memoria del corpo è l’aborto che fa sentire una donna spaccata in due: “da allora mi ero portata dentro quella morte, creandole una serie di involucri, una cisti, un tumore, una perla nera”.

È il parto. “Troppe sofferenze per nulla, ti rinchiudono in un ospedale, ti radono e ti bloccano le mani e non ti lasciano guardare, non vogliono farti capire, vogliono farti credere che tutto dipenda da loro, e non da te. Ti pungono con degli aghi in modo che giù non senta nulla, come se fossi un maiale scannato, hai le gambe sollevate da una struttura metallica, si chinano su di te, tecnici, meccanici, macellai, studenti maldestri e sogghignanti che fanno tirocinio sul tuo corpo, estraggono il bambino con una forchetta, come un cetriolo da un barattolo di sottaceti. Dopo ti riempiono le vene di plastica rosa, l’ho vista che scorreva giù attraverso il tubo. Non lascerò mai più che lo facciano”. Siamo sicure che sia così cambiato il parto in ospedale, nonostante le belle campagne su mamma&bambino?

È il controllo della fertilità. I disturbi che le prime pillole provocavano erano pesanti: coaguli alla gamba, annebbiamenti alla vista. “Bastardi! Intelligenti come sono, dovrebbero inventare qualcosa che funziona senza farti fuori. […] Amore senza paura, sesso senza rischio, è questo il sogno che volevamo realizzare”. Anche se ce l’hanno quasi fatta, è stato un successo parziale e “un successo parziale è un fiasco e noi ritorniamo agli altri metodi”.

È la fatica di costruire un rapporto d’amore. “Sto cercando di capire se lo amo o no. […] Gli sono affezionata, mi fa piacere averlo intorno: però sarebbe bello se potesse essere qualcosa di più per me. Il fatto che non lo sia mi rattrista: dopo mio marito, nessuno lo è stato. Un divorzio è come un’amputazione: si sopravvive, ma menomati”.

«Il matrimonio. Come fate a tenerlo insieme?» chiede, a un certo punto, all’amica.

Tutto riconduce alle pressioni della nostra cultura intrisa di belle immagini fasulle per far credere che la felicità si possa conquistare con le scelte giuste e copiando il modello indicato.

Abbozzo una principessa, una normale, busto gracile da indossatrice e viso infantile, come quelle che ho fatto per ‘Le fiabe più belle’. Da piccola le trovavo irritanti, mai che i racconti ti rivelassero le cose essenziali della loro vita, ad esempio cosa mangiavano o se le loro torri e segrete erano dotate di bagno: era come se i loro corpi fossero fatti d’aria pura. Non era la capacità di volare a rendermi poco credibile Peter Pan, era l’assenza di un gabinetto esterno vicino alla sua tana sotterranea”.

Ma il tema principale, da cui parte tutta l’analisi, è la ricerca del padre scomparso: un simbolo di quella fase storica che ha cambiato i rapporti sociali. Il padre è la figura che più si è sbiadita dopo la rivoluzione femminista, ma rimane insostituibile. Ha perso i contorni definiti dalla cultura secolare e ha faticato a trovarne di nuovi ma ogni bambina ci deve fare i conti perché parte da lì la ‘costruzione’ del maschile che la donna si porta dentro e che permette od ostacola le relazioni con gli uomini. Il padre scomparso nel romanzo rappresenta quindi un’ombra che continua a pesare sulla vita e con al quale prima o poi è necessario confrontarsi in un viaggio interiore di cui non si conosce l’esito finale.

Il viaggio di ricerca è un altro elemento simbolico del libro. Come nelle favole è calarsi in un mondo sconosciuto e antico per recuperare qualcosa di prezioso. Atwood racconta, con descrizioni molto belle, paesaggi e luoghi dove lo “spazio in cui nascondersi era infinito”, dove è la natura a dominare e, come l’inconscio, è una forza ignota. I confini del mondo si confondono man mano che ci si inoltra tra i grandi laghi del Canada, i boschi e le isole. Così i confini dell’Io sembrano farsi meno definiti dal momento in cui la barca, che porta la protagonista verso il suo passato, si allontana dal paese che rimpicciolisce e “appare improvvisamente più lontano e nitido, le case indietreggiano e si raggruppano, la chiesa bianca si staglia sullo sfondo scuro degli alberi”.

Ci si inoltra in paesaggi d’acqua che sono “un dedalo contorto, basse colline rotonde alte sull’acqua, insenature ramificate, penisole che diventano isole, isole vere e proprie, lingue di terra protese su altri laghi. Su una carta geografica o in una fotografia aerea l’acqua si espande a raggiera, simile a un ragno, ma da una barca se ne vede solo una porzione ridotta, quella in cui si trova. Il lago è infido, il tempo cambia continuamente, il vento si alza in un attimo; ogni anno c’è qualcuno che annega […] con tutti quei meandri è facile perdersi se non si sono imparati i punti di riferimento”.

Poi la foresta. Un luogo dove perdersi per ritrovare una parte di se stessi, affrontando i rischi e le difficoltà: è luce verde, foglie umide che marciscono, “rami che crescono attraverso il sentiero, nocciolo e acero montano, alberi robusti dal legname poco pregiato. Non ci si vede a un metro di distanza, arbusti e radici formano una barriera che si intreccia compatta, verde, grigioverde, marrone grigiastro”. E zanzare, tafani anche.

Per compiere questo viaggio bisogna imparare il rispetto: la Natura è come l’inconscio e verso ciò che non conosciamo ci si deve accostare con cautela e riguardo. Quello dell’autrice è un richiamo ecologico ante litteram: la Natura non è il luogo bucolico delle vacanze, ma è un ambiente difficile, anche pericoloso e viverci significa prendere solo quello che è necessario, senza alterarne l’equilibrio e senza fare i comodi propri abbandonando i rifiuti. Come fanno i turisti! C’è una critica precisa verso l’uomo (che qui è rappresentato dagli americani, dagli yankee e dalla loro cultura) che usano violenza alla natura e portano distruzione. L’episodio del ritrovamento di un airone morto, torturato e lasciato appeso all’albero dà spunto per i pensieri che seguono.

Non importa da che paese vengono, ragionavo, sono americani lo stesso, sono quel che ci riserva il futuro, ciò in cui ci stiamo trasformando. Si diffondono come un virus, penetrano nel cervello, occupano le cellule, le cellule mutano dall’interno e chi è malato non se ne accorge. […] Se assomigli a loro, parli e pensi come loro, allora sei uno di loro, mi dicevo, parli la loro lingua, una lingua è tutto quello che fai.

Chissà come si erano formati, da dove era venuto il primo, perché non erano invasori di un altro pianeta, erano abitanti della Terra. Come è stato che siamo diventati cattivi? Quando eravamo piccoli per noi l’origine era Hitler, la grande forza del male, tentacolare, antico e indistruttibile come il Diavolo. […] Lui era la misura di tutte le atrocità possibili. Ma Hitler era passato e la cosa era rimasta; qualunque cosa fosse, anche in quel momento, […] io mi chiedevo se gli americani non fossero peggio di Hitler. Era come tagliare un verme solitario, i pezzi ricrescevano”.

Il disagio che certe persone provano perché sono tedesche io lo provo in quanto essere umano”.

Quest’ultima frase richiama un sentimento di questi giorni, dopo la morte di un ragazzo di 21 anni, Willy Monteiro Duarte, colpevole di niente, ucciso senza ragione come l’airone torturato del romanzo. Non si tratta di tedeschi o di americani, non è la nazionalità, ma il disagio di essere umani, quello sì.

5 Comments

    1. Grazie Pina ❤️, ogni tanto ritrovo piacere a scrivere e ogni tanto mi sforzo. Ma per questo libro, anche se non mi sono sentita presa, non ho fatto fatica perché i temi sono quelli che capisco e mastico di più.

      Piace a 1 persona

    1. I libri di Margaret Atwood non sono di facile lettura, in effetti. Anche per questo ho un pochino penato. Ma poi sono contenta di essere arrivata alla fine perché mi sembra che si aprano spirargli nuovi che conducono lo sguardo a una parte di noi che spesso rimane inconscia. Ciao Ivana

      Piace a 1 persona

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