Referendum2020

Il 20 e il 21 settembre 2020 si voterà per un referendum costituzionale sulla riduzione del numero dei parlamentari di Camera e Senato. È un referendum costituzionale, quindi non è previsto quorum. Il sì dà il via libera alla riduzione del numero dei parlamentari, con la modifica degli articoli 56 e 57 della Costituzione. È un taglio lineare, che non tocca le funzioni di Camera e Senato (il bicameralismo paritario): il numero dei deputati passa dagli attuali 630 a 400, quello dei senatori eletti da 315 a 200.

La prima reazione a questo referendum è stata di irritazione e il primo pensiero quello di non andare a votare.

Le ragioni della rabbia:

– perché una materia così delicata e importante viene ridotta a un si e a un no;

– perché il referendum frustra le aspettative di un vero cambiamento per dar voce solo a istinti ‘anticasta’.

Il secondo pensiero è che la formula referendaria è un esercizio di democrazia e per questo andrò a votare.

Il terzo pensiero è che voterò NO, per le ragioni che riporto sinteticamente qui sotto e per le quali ringrazio molte persone, alcune le conosco personalmente e altre solo per interposta persona, e tutte mi hanno sollecitato ad andare oltre le reazioni immediate e i pensieri superficiali. La forma chiara, sintetica ed efficace nell’esprime le seguenti ragioni per la maggior parte non è mia produzione ma appartiene a un amico di mia figlia, decisamente orientato a sinistra.

1 – Un taglio è solo un taglio se non fa parte di una riforma costituzionale esposta in maniera organica. Tagliare posti e poltrone senza sapere quale riforma elettorale proporre e senza avere idea di dove andare a parare mi sembra il peggior esercizio di pensiero politico, frutto di animosità mal gestita verso quelli che negli ultimi anni sono stati chiamati i privilegi della ‘casta’.

2 – La provvisorietà diventa stabile nel nostro Paese per un meccanismo che non è semplice spiegare ma al quale ci siamo abituati e adagiati senza riuscire mai a venirne fuori. Chi ha a che fare con istituzioni pubbliche lo sa bene e faccio fatica a credere a promesse e garanzie di una legge successiva se passa questo referendum. Anche perché sembra più una forma di ricatto che una motivazione reale al fare.

3 – L’attuale sistema elettorale fatica a garantire maggioranze consistenti al Senato e tagliando senatori non faremo altro che attribuire ai pochi rimasti un immenso ruolo decisionale. In un Paese in cui la compravendita dei senatori, il salto di schieramento e il ricatto all’interno del proprio partito sono da sempre all’ordine del giorno mi pare una decisione esiziale.

4 – La riduzione del numero dei parlamentari rischia di indebolire il dibattito interno ai partiti, laddove esiste, senza più garantire la possibilità di dissenso. Ogni singolo voto avrà un valore assoluto molto più alto, con il risultato che chi non sarà fedele alla linea di maggioranza non vedrà tutelato il diritto ad obiettare. Quindi il calo della rappresentanza democratica attribuirà ai partiti maggior libertà di selezione tra ‘disciplinati’ e ‘insubordinati’.

5 – Il taglio dei costi, che molti ritengono una delle ragioni per votare sì al referendum, è assolutamente irrisorio: si tratta di un risparmio annuale di circa 60/80 milioni di euro, cioè poco più di un euro per ogni singolo cittadino. Se vogliamo risparmiare dobbiamo prima mettere mano ad altri tagli (enti, commissioni o spese militari) che, quelli sì, garantirebbero entrate molto più consistenti.

6 – Infine, ma non ultimo, abbiamo ben altre priorità in questo Stato: dopo 30 anni di tagli alla scuola, alla sanità, alla cultura ci troviamo a fare i conti con un impoverimento intellettuale ed economico sempre più profondo, con minori garanzie e tutele sul posto di lavoro, con diseguaglianze sociali e negazione di diritti sempre più ampi.

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