Ubaldo Oppi

Io volevo la pittura

Quando guardo un’opera d’arte si attivano in me diversi livelli di interesse: 

il primo e più immediato è quello della percezione estetica, che fa dire: ‘mi piace’, ‘non mi piace’ oppure ’non saprei’; 

subito dopo mi fermo a pensare ai motivi che hanno influito sul mio ‘gusto’; 

poi cerco i dettagli, le caratteristiche e le particolarità dell’opera e sto lì a rimirarmela; 

infine, ma non vuol dire per ultimo, voglio conoscere la storia dell’artista, i particolari della sua vita.

Questi passaggi non accadono nell’ordine preciso con cui li ho scritti perché ognuno contiene le altre variabili: è solamente nel processo cognitivo che vengono separate ma nell’immediatezza dello sguardo convivono in diversi intrecci. Inoltre ogni opera e ogni artista toccano in tempi diversi i tasti del gusto, dell’interesse e del pensiero.

Un esempio: Ubaldo Oppi.

Ho visto mesi fa, prima del lockdown, la mostra monografica su di lui a Vicenza e, rileggendo qualche appunto che avevo scritto per fissarlo nella memoria della carta, ho pensato che con lui ho fatto un percorso inverso dal solito, cioè è venuto prima l’interesse intellettuale per arrivare al piacere dello sguardo. Sono partita da lontano, dal suo tempo e da lì, pian piano, la sua figura ha cominciato a staccarsi dallo sfondo e si è stagliata bene in vista. Ma mi spiego meglio se riporto quello che ho scritto senza altri preamboli.

Che figura quest’Oppi! ho pensato a fine percorso. Con un nome così desueto: Ubaldo, che riporta sapori di altri tempi. Bel giovane, entusiasta, intraprendete, sicuro di sé: così appare dalle descrizioni che ne danno i critici e dalle note lasciate da chi l’ha conosciuto. Nessuna esitazione, in lui, ad osare per costruire il suo sogno: disegnare e dipingere, vivere la vita mettendo su carta e su tela quello che gli occhi vedevano ma anche ciò che i sensi percepivano e che nel mondo artistico accadeva. Ed accadeva tanto in quel suo tempo così ricco di tradizioni e avanguardie, quando le pulsioni di vita e di morte si potevano quasi toccare con mano tra guerre e ricostruzioni, sperimentazioni, proiezioni nel futuro e arretramenti nella dittatura.

Ho visto le sue opere in varie mostre che, in quest’ultimo decennio, hanno fatto riscoprire l’arte italiana degli anni 20 – dal Novecento Italiano a Margherita Sarfatti, dal Realismo Magico all’Art Déco – e ho trovato sempre il suo nome tra i maggiori rappresentanti di quel periodo. Non posso negare che, al primo sguardo, i suoi quadri mi abbiano suscitato perplessità e scarso coinvolgimento. Una pittura fredda, come l’hanno definita in tanti. Non ne sono stata toccata e così non ho mai approfondito la sua vita e il suo stile. Ho preferito altri artisti suoi contemporanei, come Felice Casorati in pittura e Arturo Martini in scultura, e lui l’ho lasciato in un angolo della mia mente. 

Quando ho deciso di andare a vedere la personale che Vicenza gli ha dedicato non ero particolarmente curiosa. Ho detto: ma sì, andiamo, andiamo a vedere queste donne di Oppi! E così ho conosciuto l’uomo oltre all’artista. 

Come succede quasi sempre nel campo dell’arte le vicende umane di Oppi sono strettamente connesse alla sua ricerca artistica. Come uomo ha sempre affrontato le sfide con determinazione, coraggio e anche con quel tanto di arroganza che affascina, così da osare, nella sua ricerca artistica, uno stile non facile al primo approccio in quanto la sua non è un’arte rassicurante e confortevole agli occhi e ai sensi.

Ubaldo Oppi è nato nel 1889 a Bologna. All’età di quattro anni la famiglia si è trasferita a Vicenza dove il padre ha aperto un raffinato ed elegante negozio di scarpe. Il giovane Oppi era destinato a seguire l’attività di famiglia ed è stato mandato dal padre nel 1906 in viaggio di lavoro a Vienna e nell’impero austro-ungarico. Ha imparato il tedesco ed è entrato in contatto con la Secessione viennese i cui riflessi sono ben presenti nella sua produzione del tempo.

Quando è tornato in Italia nel 1909 ha preso studio a Venezia e partecipato da protagonista alla nuova vita artistica (Klimt e la Biennale di Venezia del 1910, per dare un esempio).

Se, in questa fase, i suoi pastelli appaiono crespucolari nel 1911, dopo essersi trasferito a Parigi, ha guardato ad altre forme. Parigi significava Picasso, Braque, Modigliani, Utrillo, Max Jacob. Qui è avvenuta una svolta nella vita e nell’arte di Oppi. E anche un piccolo scandalo. Il primo di altri che seguiranno. Uno scandaletto visto con gli occhi di oggi, da gossip, da copertina di settimanale.

Autoritratto, 1911

Oppi era un bel ragazzo e, a Parigi, è stato introdotto da Gino Severini negli ambienti artistici. Uno dei luoghi del ‘dopolavoro’ era la Brasserie de l’Ermitage dove ha incontrato Fernande Olivier, compagna di Picasso da otto anni, una vera e propria bellezza con gli occhi a mandorla: “così bella e dalla carnagione stupenda” ha scritto di lei Gertrude Stein. 

Femmina rossa. Fernande Olivier, 1912

Conosciamo la vicenda attraverso le parole dello stesso Severini. “Mi era venuto a trovare nell’inverno precedente un giovane pittore italiano mandato dai futuristi […] il giovane pittore era simpatico e intelligente . Giovanissimo, un bel ragazzo, U.O. non mancava di qualità. […] naturalmente fu subito sedotto dalla vita parigina, e dal fervore con cui a Parigi si dipingeva, senza far tante professioni clamorose di fede. 

Una sera, divenendo sempre più amici, feci l’errore di introdurlo nell’intimità de l’Ermitage, ma me ne dovetti amaramente pentire.

La bella Fernande, che fu sempre molto civetta, un po’ per scherzo, un po’ per provare le armi sul giovanotto di provincia, iniziò un attacco al quale il mio giovane amico resistette molto male […] successe poi quel che doveva succedere”. 

Tra i due è stato subito un ‘coup de foudre’ appassionato tanto che il tradito Picasso mandò via Fernande e lei per, un pò, se ne andò a vivere nello studio di Oppi.

A Parigi Oppi, passando tra diverse suggestioni, ha sviluppato lo stile che conosciamo e che lo ha reso famoso. Lasciati da parte Klimt e la secessione, ha preso i colori forti e luminosi dello stile fauve, che vediamo in Fernande di rosso vestita, con quegli occhi speciali, quegli occhi che Oppi ha scoperto dai dipinti di Giotto e poi nelle sculture a Parigi e che ha dato alle donne dei suoi ritratti.

Biacca-minio-bistrio (Donna con abito rosso), 1913

Dal colorismo fauve è passato alle linee fluide, prese da Matisse, e poi al periodo blu di Picasso: saranno queste ultime immagini che porterà con se al ritorno in Italia, allo scoppio della guerra nel 1914, e che riprodurrà nelle sue opere di “paesaggi semplici” e di “figure magre e sofferenti”.

Come tanti giovani artisti del suo tempo Oppi è andato in guerra, nel 1915. Ha fatto la guerra delle trincee e dei campi di prigionia. “Non devo mettermi fuori dalla vita, devo ficcarmi giù fino al collo nella vita, e da essa devo prendere forme brutte che sono belle, forme belle che sono brutte, che importa se alle volte dò forme al fango?, son capace di dar forma pure al profumo” ha scritto nelle sue lettere a Barbantini, “Voglio e cerco dare la forma-colore – Il colore lo comprendo come massa, e non come atmosfera. Perciò nei miei quadri vi è certe volte della durezza, e certe cose che dovrebbero essere in ombra, sono in luce, e ciò risulta appunto, da questo mio desiderio immenso di dare la forma assoluta […] son divenuto più sobrio più scheletrico, più conciso, e quello che più importa più forte”. È diventato l’Oppi che conosciamo, quello del dopoguerra, oggettivo e nitido, fatto di colore-forma, vicino alla nuova oggettività tedesca come pochi in italia.

Dopo la fine della guerra, nel 1919, è tornato a Parigi dove ha esposto le sue tele dai colori freddi e dai tratti duri, con quella sintesi che è la sua cifra.

Il chirurgo, 1919

Rientrato a Milano nel 1921 si è sposato con Adele Leoni che, nelle sue opere, riconosciamo dal nome stampato sui libri: Dehly o Dhely. 

In Italia il ritorno alla classicità e all’ordine, alla ricerca di uno stile nazionale, era portato avanti da due critici: Sarfatti a Milano e Ojetti a Roma. Inizialmente Oppi è entrato a far parte del gruppo del Novecento riunito da Margherita Sarfatti ma lo lascerà attratto dalla prospettiva, offertagli da Ojetti, di esporre da solo alla Biennale di Venezia del 1924. Dove ha proposto, tra le altre, tre opere che rappresentano tre filoni dell’immagine di donne vere o trasfigurate: la donna moderna, il tema del doppio e il fascino dell’avventura, il mistero dell’eros. 

Sono tutte figure piene, belle e robuste quelle che riempiono la scena e si stagliano sullo sfondo “atteggiate con grazia di statue”. È il fascino dell’eros quello che ci mostra Oppi, stimolato dalla perfezione e sensualità dei corpi che descrive con un il freddo linguaggio neoggettivo.

La donna moderna e La giovane sposa, 1922-24

La moglie Adele Leone è la modella di molti ritratti di Oppi. Una donna moderna, alla moda che il pittore ritrae con uno stile iperrealistico nella cura dei particolari (la seta luminosa del vestito, la pietra dell’anello e della spilla, lo smalto sulle unghie) e classico (nella posa cinquecentesca e nel paesaggio sullo sfondo) pieno di riferimenti antichi e moderni. I colori freddi e cupi del cielo si riflettono negli occhi della modella e danno tono a tutto il dipinto.

Il tema del doppio e Le amiche, 1924

Le amiche, 1924

Due donne sono unite in un abbraccio che mostra confidenza e intimità, un abbraccio casto e sensuale insieme nell’intreccio delle braccia e nella prorompente fisicità. La luce delle carni risalta dall’ombra che le circonda e sui vestiti dai colori freddi che scivolano sui corpi. Un’amica è bionda e ha il viso rivolto a noi ma lo sguardo punta oltre i nostri occhi, come perso in un sogno pacato. L’amica bruna è di profilo e sembra guardare qualcosa sullo sfondo, dove si staglia una statua antica: l’Amazzone ferita, conservata nei Musei Vaticani di Roma. 

Antico e moderno insieme, quindi, in continuità artistica messa in evidenza anche dal gioco delle braccia: quella alzata della statua nell’atto di estrarre una freccia dalla faretra, e quella della ragazza bruna che circonda le spalle della bionda. Nel segno della protezione, l’una e l’altra. I lineamenti classici delle due donne si specchiano in quelli della statua e il gioco dei rimandi continua, come in uno specchio che mostra le diverse prospettive. Chi sono queste due amiche se non l’immagine della stessa donna con la sua luce e ombra? La bellezza del dipinto viene esaltata dai toni freddi giocati su una gamma di pochi colori che danno forma alle figure; dall’immobilità della scena che è satura di mistero e di una sorta di inquietudine nella sospensione  dell’attesa che è un’attesa di niente perché l’impressione finale e che queste donne moderne, nutrite dall’antico, bastano a se stesse. Ma è anche il tema del maschile e del femminile uniti e non contrapposti nella donna che li incarna entrambi: il maschile dell’abbraccio della donna bruna e della statua antica, con la virilità manifesta e il simbolo della faretra, e il femminile della donna bionda, nell’atteggiamento passivo e nello sguardo sognante e leggermente malizioso.

L’indipendenza femminile e l’eros con Le amazzoni, 1924

Le amazzoni, 1924

Potente immagine di nudi femminili. Sono delle veneri o delle guerriere selvagge? I corpi perfetti, le carni luminose, le pose languide convivono con l’imponenza fisica e muscolare e con i simboli di forza animale che fanno da sfondo alla scena, come la pelle di leopardo che nel simbolismo ha evocato l’eros femminile. Ma non è solo il fascino dell’eros che il pittore ci racconta con il dipinto ma ancora l’indipendenza femminile: le amazzoni sono, nel mito, un popolo di donne guerriere e cacciatrici, bastevoli a se stesse e ostili agli uomini. Incanto, magia, sospensione nel tempo tra antico e moderno nulla tolgono alla fisicità delle carni e delle forme che in questa tela hanno colori più caldi che nelle altre.

Altre donne

La figlia di Jefte, 1926

Oppi racconta in questo dipinto un episodio contenuto nel Libro dei Giudici della Bibbia.

Jefte, un giudice di Israele, promette a Dio, in cambio della vittoria sugli Ammoniti, il sacrifico della prima creatura che gli fosse venuta incontro al suo ritorno dalla battaglia. E questa è la sua unica giovane figlia. Lei accetta il destino chiedendo al padre di poter «vagare tra i monti a piangere la verginità» per due mesi. Oppi immagina l’ultima notte della giovane: «la bella fanciulla è stesa sulla cima dei monti, e tutto il suo corpo nudo è stanco delle esitazioni e delle disperazioni della sua anima. Ora tutto è pace e silenzio nell’imminenza del nuovo giorno, e la bella vittima si gode e si bea nella contemplazione del cielo, e nella purezza dell’aria». 

È il corpo femminile che si offre al sacrificio. Ed è eros, insieme.

I nudi sono numerosi nella produzione di Oppi e molti hanno generato scandalo per diversi motivi, non ultima l’accusa di aver copiato da cartoline che giravano a Parigi negli anni della sua permanenza, ma gli hanno dato anche visibilità e successo. Una forte attrazione verso il mistero femminile da parte di Oppi è innegabile ma i significati possiamo solo interpretarli. 

Sono stati gli ultimi anni di successo, quelli degli anni 20. Poi…

… Oppi rimarrà escluso dalle commissioni del regime e da mostre importanti come la II Mostra del Novecento italiano a Milano nel 1929 e la Biennale del 1930 a Venezia. Erano gli anni del fascismo e del rigido controllo del sindacato degli artisti che aveva impostato un ferreo sistema dell’arte. Gli artisti dovevano partecipare alla dimensione politica per non finire oscurati o dimenticati e i dipinti di Oppi non erano come quelli di altri, come Sironi ad esempio, celebrativi della nuova fase politica. Ma ad aver determinato il suo ritiro a Vicenza poteva essere stata anche una irrequietezza dell’uomo e la fine della vena creativa, testimoniata da opere dove prevale la bravura sull’arte. A Vicenza Oppi eseguiva opere su commissione e girava sempre in tuta e basco, la sua divisa da lavoro. 

Nel 1941 è stato richiamato dal Ministero della Guerra e, con il grado di tenente colonnello, è stato trasferito in diverse sedi. L’ultima dalla quale è tornato a Vicenza in gravi condizioni di salute è stata l’isola di Lussino, in Croazia. È morto a Vicenza nell’ottobre del 1942.

Ritratto di donna

Il sogno degli anni Venti e lo sguardo di Ubaldo Oppi

Vicenza, Basilica Palladiana

6 dicembre 2019 – 13 aprile 2020

7 Comments

  1. Mi è molto piaciuto leggere questo tuo post . . . e pensare che è la prima volta che sento parlare di Oppi. Ad un primo sguardo devo dire che i suoi quadri mi piacciono, non hanno nulla di particolarmente attraente ma nell’insieme hanno il loro fascino.
    Un saluto

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    1. Questo artista, e non il solo, appartengono a un periodo della nostra storia che abbiamo rimosso e penso che Oppi, come altri, meriterebbero di venire riscoperti e rivalorizzati.
      Grazie dell’osservazione

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  2. “Ed accadeva tanto in quel suo tempo così ricco di tradizioni e avanguardie, quando le pulsioni di vita e di morte si potevano quasi toccare con mano tra guerre e ricostruzioni, sperimentazioni, proiezioni nel futuro e arretramenti nella dittatura.” Tutto il post è scritto benissimo, ma questo passaggio è proprio un capolavoro.

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