Il mio profilo migliore

Una sera, girando i canali alla ricerca di qualcosa che mi aiutasse a passare la serata, ho visto che trasmettevano in tv questo film uscito un anno fa, nel 2019. Attratta da Juliette Binoche, l’ho scelto. Nessun altro interesse particolare. E qualche spunto di riflessione.

Il titolo in francese Celle que vous croyez è di più ampio respiro rispetto a quello italiano perché non limita, nella presentazione, i temi che il film tratta e che si situano a diversi livelli. Il titolo italiano mette l’accento sulle relazioni virtuali e su come i social abbiano influenza sulla nostra psiche indirizzando l’attenzione verso uno degli elementi trattati e non il prevalente. I social, anche se prendono molto spazio e sembra che tutto giri attorno a loro, non sono generatori ma amplificatori di problemi. La creazione virtuale di profili, per ‘conquistare’ relazioni che vorrebbero essere compensatorie di qualcosa che manca e coltivare l’illusione di una parte migliore e ideale di se stesse/i, sono il confine verso cui ci siamo spinti con le tecnologie ma non sono il problema, che rimane sempre circoscritto al nostro essere nel mondo e alla nostra identità.

Il tema principale che Claire (Juliette Binoche) pone è quello di una donna che si affaccia sul precipizio della vecchiaia, che si trova con il corpo segnato dagli anni che passano, con le relazioni cambiate e i conflitti irrisolti. Un discorso vecchio come il mondo, con il quale ogni donna si troverà a fare i conti in ogni epoca. Anche gli uomini, beninteso, passano questa crisi dell’età ma c’è una grande differenza legata alla cultura e alla società che offrono diverse opportunità e modi a seconda del genere.

Per le donne rimane un interrogativo tutto personale, potenziato da una percezione sociale che non lascia scampo.

«Una donna come me».

«Una donna come me?».

«Una donna con le palpebre cadenti e la carnagione spenta». 

«Per lei è importante che la gente la trovi bella?».

«Per lei no?».

In questo dialogo con la psicoterapeuta (Nicole Garcia) Claire parla del corpo che cede alle offese dell’età e cambia il rapporto con gli altri; svela il trauma di essere stata lasciata dal marito dopo vent’anni di matrimonio («un uomo che era tutto per me»); della sua fatica a crescere due figli maschi («pensavo che allattare avrebbe fatto di me una buona madre») cercando di conciliare la madre con la donna che desidera buttarsi nella vita alla ricerca di passioni che la facciano sentire ancora giovane e desiderabile («Mi manca tanto far l’amore. Non solo quello ma … baciare accarezzare toccare. O essere toccata»).

Claire ha 50 anni, un’età in cui le donne sono ancora belle ma conoscono già i segni del tempo sul corpo e temono l’età che avanza. Claire è intelligente e colta: insegna all’università e nelle sue lezioni parla dei grandi scrittori, cita Ibsen e la sua Casa di bambola, Le relazioni pericolose di Laclos e Marguerite Duras come rappresentazioni del rifiuto di conformarsi e sottomettersi alle norme che imprigionano. Ma, pur possedendo gli strumenti per far fronte alle crisi di passaggio (è consapevole, sa usare il pensiero e le parole, conosce l’importanza dei simboli ed è capace di mentalizzare) resta presa in una ragnatela di luoghi comuni e non riesce ad accettare di invecchiare. Si sente ferita. Sopraffatta. Dall’età e dall’abbandono del marito, dopo vent’anni di matrimonio, per una donna giovane (che poi si scopre essere la nipote di lei: «Mi hanno distrutta. Lei mi ha distrutta»); dal disinteresse sempre più evidente del giovane amante.

Presa dentro una spirale in discesa Claire sembra volersi fare del male, ancora e ancora: diventa prigioniera di una illusione costruendo un’identità virtuale, appropriandosi del viso e dell’età della giovane nipote che l’ha tradita.

Quale parte di sé mettere in gioco?

«Era proprio lei, la sua rivale, la donna che ha scelto di incarnare?»

«Volevo la sua bellezza, la sua giovinezza. Lei aveva rubato la mia felicità».

Così si ’trasforma’ in Clara Antunes (in omaggio ad António Lobo Antunes, scrittore portoghese), 24 anni, bella e bionda, in una sorta di desiderio di identificazione ma anche di vendetta. Vuole un’altra vita per sentirsi ancora innamorata.

Ho conosciuto qualcuna così, con questo senso di disperazione e di ricerca a vuoto che è un girare attorno a se stesse. Mi sono sempre chiesta se sia la solitudine priva di risorse o la frustrazione e la rabbia per essere state abbandonate da un uomo. Ho visto come i social e il telefono diventino strumenti attraverso i quali cercare… cosa? Vendetta verso chi se ne è andato o nuove sensazioni? Anche Claire ripete comportamenti che l’avvitano sempre più. Fa tutto da sola, anche il sesso, come voci nella sua mente che proietta fuori. 

Con l’identità di Clara avvia una relazione sentimentale con un giovane ragazzo. Una relazione a distanza, vuota di contatti se non di una voce. Fatta di illusioni e di fantasie.

«Quando ero con lui io mi sentivo viva. Non fingevo di avere 24 anni. Io avevo 24 anni».

«Lui era diventato il centro del mio universo».

«Ci sono dei limiti Claire», le ricorda la psicoterapeuta quando, nella difficoltà a reggere le separazioni e la solitudine, il limite lo oltrepassa: parla in pubblico ad alta voce, balla da sola e comincia a coltivare un’ossessione, una di quelle che rovinano la vita e che fanno soffrire, che fanno dimenticare ogni altra cosa, casa e figli compresi. Il rischio di non accettare il limite può portare a confondere realtà e fantasia, a discapito della prima perché il potere dell’immaginazione è più forte.

Vivere in un sogno ad occhi aperti, può essere meraviglioso, finché non ci si accorge che è solo un sogno. Disancorata da ogni aggancio quotidiano, la fantasia di Claire prende il posto della realtà e la fa sostare nella dimensione del desiderio, nell’illusione di un amore assoluto e romantico privo di forma e fatto di pura sensazione.

Cos’è se non il desiderio dell’immortalità, l’idea dell’eterna giovinezza per allontanare il pensiero della morte?

Cos’è se non il bisogno, che non finisce con l’infanzia, di essere accuditi e coccolati, anche nelle illusioni?

«Che scelta abbiamo?».

Claire riesce a raccontarsi nel confronto reale con un’altra persona, la sua psicoterapeuta, una donna di fronte a lei in carne ed ossa. Una presenza viva che accoglie le sue parole e le restituisce in forma di pensieri. Entrambe sono colte, vicine per età e status, e belle nella loro diversità. Si guardano, si osservano: separate da una relazione asimmetrica, una si racconta e l’altra tiene al minimo le informazioni personali, nella quale Claire trova un confine, un limite.

«Io racconto tutto di me e lei?»

«Io sono solo il custode provvisorio».

«Immagino dover essere frustrante non poter dire quello che pensa

«Se sapesse cosa mi passa per la testa…»

«Impariamo sempre qualcosa di noi stessi attraverso il paziente. A volte sono benefici che riguardano la teoria e a volte benefìci personali […] A volte vediamo in un paziente qualcosa che avevamo e che abbiamo perso»

Tutti perdiamo qualcosa nella vita e ne restiamo disorientati. Alla ricerca di un nuovo equilibrio, a volte, ci spingiamo verso confini pericolosi, come Claire. Se c’è qualche significato nel film (lasciando stare la staticità dei ruoli e la prevedibilità delle situazioni), mi pare sia questo.

Ci sono ancora due frasi che riporto in conclusione, entrambe con un significato che va oltre le parole e che ognuno può sviluppare da sé:

«Crediamo di essere colpevoli ma non lo siamo»

«Tutto è ancora possibile. Non c’è un solo finale».

One thought on “Il mio profilo migliore

  1. Questo l’avevo perso e mi spiace, perché anche per me Juliette Binoche è sempre da vedere. Anche se recentemente l’ho vista in High Life, l’ultimo film di Claire Denis, che non mi ha molto convinta e che, perciò, ho bypassato senza recensire. Vedrò se mi riesce di ricuperarlo. Grazie

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