L’Iris selvatico

Louise Glück ha vinto il Nobel per la Letteratura nel 2020 “per la sua inconfondibile voce poetica che con austera bellezza rende universale l’esistenza dell’individuo”.

Ho sentito parlare di Louise Gluck solo l’anno scorso, poco prima della candidatura al Nobel per la Letteratura. Non mi ricordo chi l’ha citata con una poesia, fatto sta che lamentava anche il fatto che le sue opere fossero introvabili in italiano: esisteva un’edizione vecchia ed esaurita e nessuna nuova pubblicazione.

Da lì la ricerca in librerie di diverse città dove ho trovato qualche poesia singola tradotta in riviste di letteratura, oppure in qualche antologia della moderna poesia americana. Punto. Dei suoi libri nessuna traccia. Neppure il suo nome era granché conosciuto ma in ragione del Nobel, qualcuno mi ha detto il mese scorso, sarebbe sicuramente uscita una qualche nuova edizione. Con quale casa editrice e quando non era dato sapersi.

Poi ho letto, sui social, che il 3 dicembre 2020 serebbero stati pubblicati da ilSaggiatore due libri di Louise Glück: L’iris selvatico e Averno.

The Wild Iris

At the end of my suffering

there are a door.

Hear me out: that which you call death

I remember.

Overhead, noises, branches of the pine shifting

Then nothing. The weak sun

flickered over the dry surface.

It is terrible to survive

as consciousness

buried in the dark earth.

Then it was over: that which you fear, being

a soul and unable

to speak, ending abruptly, the stiff earth

bending a little. And what I took to be

birds darting in low shrubs.

You who do not remember

passage from the over world

I tell you I could speak again: whatever

returns from oblivion returns

to find a voice:

from the center of my life came

a great fountain, deep blue

shadows on azure seawater.

L’iris selvatico

Alla fine del mio soffrire

c’era una porta.

Sentimi bene: cioè che chiami morte

lo ricordo.

Sopra, rumori, rami di pino smossi.

Poi niente. Il sole debole

tremolava sulla superficie secca.

È terribile sopravvivere

come coscienza

sepolta nella terra scura.

Poi finì: ciò che temi, essere

un’anima e non poter

parlare, finì a un tratto, la terra rigida

un poco curvandosi. E quel che mi parve

uccelli sfreccianti in cespugli bassi.

Tu che non ricordi

passaggio all’altro mondo

ti dico che seppi parlare di nuovo: tutto ciò

che ritorna dall’oblio ritorna

per trovare una voce:

dal centro della mia vita venne

una grande fontana, ombre blu

profondo su acqua di mare azzurra.

La traduzione è di Massimo Bacigalupo che ha scritto anche una postfazione dalla quale traggo le informazioni.

L’Iris selvatico è una raccolta di poesie pubblicata nel 1992, quando Louise Glück era vicina a compiere cinquant’anni, per la quale ha ricevuto il Premio Pulitzer. Aveva scritto altre sei raccolte di poesie tra il 1968 e il 1990.

Louise Glück, newyorchese che vive nel Vermont, è una delle voci della poesia del dopoguerra americano (con Elizabeth Bishop, Adrienne Rich, Silvia Plath, Anne Sexton, …): “poeti psicanalizzati che nei loro racconti in versi reinventano la propria storia”.

In L’Iris selvatico Glück dà la parola ai fiori di un giardino, dalla primavera all’estate inoltrata. Una breve stagione in cui si sviluppa una sorta di dialogo tra i fiori e l’uomo, l’uomo e Dio. Glück non è religiosa, né cristiana e la sua sfida è “dire il silenzio di Dio, il senso della vita data inconcepibilmente e delle sue tappe fatali”. Il tono è colloquiale e diretto. Il dolore “un segno di riconoscimento, come il colore dei fiori”.

Cinquantaquattro poesie scritte con tratto asciutto, poste in sequenza. Il mondo privato entra direttamente ma non in modo intimistico o sentimentale. L’autrice non si mostra facile alla commozione: una coltivatrice che in queste sue poesie “con molta semplicità e apparente leggerezza” ricrea un “mondo naturalistico imbevuto di senso, timore, e qualche attimo di abbandono tanto più prezioso per la sua caratteristica mancanza di (auto)indulgenza”.

L’iris selvatico è la prima poesia, quella che dà il titolo al libro. Non l’ho scelta per questo ma per le sollecitazioni che mi ha dato, molto personali e diverse da quelle originali. Le poesie spesso, o quasi sempre, escono dal contesto particolare in cui sono state scritte e diventano qualcosa di universale, qualcosa che si adatta come una pelle o come un vestito a ciascuno di noi. Siamo noi a dare respiro e vita ai versi che leggiamo, a rendere significati altri, ad dilatare le parole con il nostro sentire.

In questo caso la poesia rappresenta la vita che ritorna a primavera e l’iris racconta la propria nascita: un bulbo che è “sopravvissuto come una coscienza sepolta nella terra scura“. Il ritorno alla vita sarebbe quindi l’interpretazione data.

Io vi ho ritrovato, invece, la morte. Le esperienze di vita si proiettano nelle cose che vedi, che leggi, che fai e quella della morte è troppo vicina a me per non influenzare i miei pensieri e sentimenti. Ma in realtà più della morte è stata la sofferenza del morire a modificare il mio sguardo alla vita. Così “Alla fine del mio soffrire / c’era una porta” è diventato per me il passaggio all’aldilà. Essere cresciuta in un ambiente cattolico mi porta ancora a vedere la fine della vita come una transizione verso un dove che, in un secondo tempo, mi chiedo quale sia. Mi rendo conto che, pur avendo attraversato molti cambiamenti e maturato diverse convinzioni, l’impronta della cultura che ho respirato dalla nascita resta persistente nel mio sentire e solamente con un percorso di pensiero posso riuscire a comprenderla e analizzarla. A distaccarmene.

Ma è un altro verso quello che mi ha spinta versa la direzione della morte e che mi ha toccato profondamente: “È terribile sopravvivere / come coscienza / sepolta nella terra scura. / Poi finì: ciò che temi, essere / un’anima e non poter / parlare, finì a un tratto …”. Qui ho ritrovato il dolore di assistere a una coscienza ancora viva in un corpo incapace di dare parole, sguardi; una coscienza viva in un corpo muto. Una sofferenza che ti porta a sperare che finisca presto.

Infine credo che in questa poesia ci possano stare entrambe le interpretazioni perché nascita e morte sono intersecanti, parte di uno stesso ciclo della vita. Si toccano in modi che non sappiamo sempre riconoscere.

3 Comments

    1. Non sono facili le poesie di Louise Glück. Sembrano semplici, come dialoghi a volte, e richiamano l’intensità della Dickinson ma ti accorgi che è un guardare direttamente in faccia la vita nella sua cruda realtà.
      “Ho paragonato me stessa / a quei fiori, la loro gamma di sentimenti / tanto più piccola e senza sbocco” ha scritto in una delle poesie intitolate Vespro e in effetti è questo che fa: racconta il giardino che coltiva come una metafora del mondo creato da Dio. La vita nei fiori, diversi uno dall’altro, che attraversano il ciclo della vita, nella bellezza insieme alla sofferenza. Come in Bucaneve
      “Sapete cos’ero, come vivevo? Sapete
      cos’è la disperazione; allora
      l’inverno dovrebbe avere senso per voi.

      Non mi aspettavo di sopravvivere,
      con la terra che mi schiacciava. Non mi aspettavo,
      di svegliarmi, di sentire
      nella terra umida il mio corpo
      capace di rispondere di nuovo, ricordando
      dopo tanto tempo come riaprirsi
      alla luce fredda
      della primissima primavera:

      impaurito, sì, ma di nuovo fra voi
      gridando sì, rischia la gioia

      nel vento aspro del nuovo mondo”.

      Ecco, una poesia così a me fa pensare tante cose ma se dovessi dare un significato prosaico è quello di chi ha vissuto un trauma e cerca di uscirne, come i bambini in certe terribili situazioni. Mi rendo conto anche che ogni volta che si attribuiscono significati alle poesie sembra di impoverirle.
      Ti ringrazio Pina del commento che mi ha dato l’opportunità di scrivere qui, per te, un’altra delle poesie che mi hanno toccato. Ciao

      "Mi piace"

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