San Patrignano e non solo…

Oh! è cosa eccellente avere la forza di un gigante… ma usarla da gigante è tirannia

«Per fare del bene puoi usare qualunque metodo?» chiede il giornalista Luciano Nigro, al tempo corrispondente da Rimini per l’Unità, in una delle interviste che ricostruiscono le vicende di San Patrignano nella docuserie prodotta da Netflix. Una domanda rimasta sospesa.

Ho visto la serie in questi giorni e l’ho trovata ben fatta. Consiglio di guardarla non solo perché è una storia tutta italiana, piena di luci e ombre, ma anche perché è rimasta congelata per troppo tempo e, come succede per le vicende scomode e imbarazzanti, lasciata scivolare nel dimenticatoio. La serie riaccende un dibattito su questioni sempre aperte come la libertà personale, l’uso della coercizione a ‘fin di bene’, il limite della ‘cura’. E mostra da dove arrivano le politiche sui servizi di cura della tossicodipendenza.

Cinque puntate di un’ora ciascuna raccontano quindici anni che vanno dalla nascita della comunità di San Patrignano, nel 1978, alla morte di Muccioli, il fondatore, nel 1995. Gli episodi sono intitolati Nascita, Crescita, Fama, Declino e Caduta. Gli autori Gianluca Neri, Carlo Gabardini, Paolo Bernardelli e la regista Cosima Spender hanno costruito una narrazione fatta di testimonianze dirette, interviste, fotografie e filmati d’epoca. Pur senza nessuna voce fuori campo il risultato è talmente chiaro che non perdi il filo nemmeno un secondo, non provi neppure un attimo di noia ma anzi una curiosità di sapere, di capire.

Ci sono le interviste al figlio di Muccioli e a Red Ronnie, strenuo difensore della comunità e del suo patriarca (imbarazzante!); al giornalista Luciano Nigro e al giudice Vincenzo Andreucci che ha condannato Muccioli nell’85 per l’uso di catene come ‘metodo terapeutico’ e in un secondo processo nel 1994 per l’omicidio di Roberto Maranzano nella porcilaia della comunità (condanne che non sono state confermate nelle sentenze successive).

Altre interviste a ex eroinomani rimasti, come una gran parte di loro, a vivere dentro la comunità e a collaborare per la sua crescita: Fabio Cantelli era diventato portavoce di San Patrignano; Antonio Boschini, medico della comunità; Walter Delogu, autista di Muccioli prima di ‘tradirlo’ con delle registrazioni per garantirsi la possibilità di una vita nella società; altri ex ospiti sono stati testimoni diretti di quello che avveniva là dentro dove oltre all’amore, ai sorrisi c’erano stanze chiuse, luoghi circondati da muri con filo spinato, posti dove i ragazzi e le ragazze più refrattari o ribelli venivano incatenati, reclusi e picchiati. Qualcuno si è suicidato, qualcuno è morto ammazzato. C’è chi dice che questi fatti non tolgono nulla al valore dell’esperienza perché la vita di molti è stata salvata da Muccioli e, infine, cosa conta qualche morte a fronte di numeri importanti?

Ci sono i filmati d’epoca, registrazioni di interviste a Gian Marco Moratti, principale sostenitore economico; commenti di giornalisti italiani come Enzo Biagi e Indro Montanelli; immagini e riprese della comunità e dei procedimenti giudiziari.

C’è tanto! E anche chi quella storia non l’ha mai conosciuta può farsi un’idea e porsi domande: come mai un singolo individuo, per quanto carismatico, ha potuto agire al di fuori delle leggi dello stato? ha potuto creare un piccolo regno dentro la nazione dove esercitare un potere che non teneva conto dei diritti delle persone? sostenuto economicamente e mediaticamente da personaggi di punta della scena italiana e chiamato addirittura come consulente esperto dal governo in carica? 

Certo bisogna conoscere il contesto sociale di quel periodo, come dicono tanti: i difficili e meravigliosi anni 70, pieni di contraddizioni ma indimenticabili, quando fare politica era entusiasmante per noi giovani di allora… fino a che l’eroina aveva cominciato a diffondersi come il virus di oggi, senza trovare ostacoli, e a disintegrare le vite di una generazione.

Nella seconda metà degli anni 70 ho conosciuto i primi ragazzi dipendenti da droghe pesanti, eroinomani, ma all’inizio non sapevo bene di cosa si trattasse. Fino al primo anno di università quando, con alcuni compagni di corso, ci siamo trovati un pomeriggio – ah, la bellezza di essere giovani e non aver bisogno di un motivo per incontrasi e stare insieme! Abbiamo deciso di fare una specie di gioco e ci siamo messi in cerchio, tenendoci per mano. Sono capitata vicino a un ragazzo di Palermo e mi ha imbarazzato sentire la sua mano sudata tremare in maniera incontrollabile per tutto il tempo. Era un ragazzo dolce e mite, con i capelli lunghi e una bellezza triste. Non volevo offenderlo con domande importune e ho poi chiesto alla mia amica cosa avesse. «È in astinenza» mi ha risposto «sta cercando di disintossicarsi. La famiglia lo ha mandato all’Università a Padova per staccarlo dall’ambiente palermitano dove frequenta un brutto giro». Non so che fine abbia poi fatto questo ragazzo, l’anno dopo non l’ho più rivisto in università ma, col tempo, gli eroinomani avevo imparato a riconoscerli al primo sguardo. Erano tanti. Un’emergenza umana e sociale, aggravata da risposte repressive che avevano creato un circolo vizioso tra droga e criminalità. Alcuni mi facevano pena e altri fastidio, un miscuglio di sentimenti e di pensieri che era difficile da districare.

Dopo la laurea ho iniziato a lavorare in un centro antidroga. Anzi, il centro è nato proprio con noi, nei primi anni 80: eravamo quattro colleghi giovani e freschi di studi, ancora in corso di specializzazione, entusiasti e pieni di ideali. Presi tra l’urgenza delle istituzioni di fare qualcosa, senza sapere bene cosa, per arginare un problema sempre più incontrollabile e loro: i tossici. Il SSN “Servizio sanitario nazionale” (istituito con la L. 833 del 1978 su proposta dalla ministra della salute Tina Anselmi e con decorrenza dal 1 luglio 1980) era nato da poco e i servizi per la cura delle tossicodipendenze erano a macchia di leopardo, gestiti da personale precario. Eravamo medici e psicologi alle prime armi e nei primi anni prestavamo servizio a ore con contratti libero professionali. Per i ricoveri ci appoggiavamo a un piccolo reparto di neurologia il cui primario si era mostrato più sensibile di altri nei confronti di questo tipo di pazienti (o forse aveva bisogno di numeri per non chiudere). Erano pochi i primari che accettavano di ricoverare tossicodipendenti e quando succedeva sembrava che fosse un favore speciale a noi operatori. 

Nel frattempo continuavamo a frequentare corsi di specializzazione e anche qui i tossicodipendenti non erano ben visti perché considerati pazienti incurabili. Solo col tempo le regioni hanno organizzato corsi specifici per la cura e la gestione delle dipendenze.

Muccioli l’ho conosciuto in quel periodo, quando i media lo elogiavano come il salvatore di tanti ragazzi, la gente lo adorava per il pugno di ferro e, soprattutto, perché toglieva dalla strada quella ‘feccia’ della società. «Mettiamo i tossici in un’isola circondata da squali e lasciamoli là»: sia a destra che a sinistra era la frase che circolava e trovava consenso (luogo comune trasversale come quello di oggi sull’immigrazione). Gli interrogativi della gente, delle famiglie coinvolte, del personale sanitario e della politica erano molti e si guardava a diversi modelli di intervento per valutarne l’efficacia. La curiosità di capire come funzionava San Patrignano era quindi tanta, anche perché le informazioni su questa realtà erano contraddittorie: era un metodo di cura oppure un sistema di segregazione?

All’apice della fama Muccioli è stato invitato a un incontro pubblico nel mio comune, mi pare nel 1982 o 83. La grande sala era piena di gente e dal palco lui dominava per l’imponenza fisica, il vocione e lo sguardo. Aveva sicuramente carisma. Noi che lavoravamo nei servizi per le tossicodipendenze eravamo seduti in prima fila ad ascoltarlo. A distanza d’anni non ricordo le sue parole ma so che eravamo rimasti perplessi e ci chiedevamo se il metodo di rinchiudere questi ragazzi a lavorare senza nessun altro tipo di cura potesse funzionare. Certamente non avrebbero avuto accesso alla droga, ma sarebbe stato sufficiente ad aiutarli a ristabilire un equilibro emotivo e a costruire un altro stile di vita? Inoltre ci sembrava poco chiaro l’atteggiamento di ‘accarezzare’ la ripulsa della gente verso questi soggetti disturbatori della scena pubblica e privata e avvalorare la richiesta di isolamento coatto.

Quando è arrivato il momento degli interventi il mio collega si è alzato in piedi e ha parlato di valori, di rispetto della vita e dignità delle persone ma… non è riuscito a terminare perché si è visto Muccioli diventare paonazzo, strabuzzare gli occhi, alzarsi in piedi e spingersi fino al limite del palco urlando a tutta voce: “Ma quali valoriiii….!”, con una veemenza tale da intimorire chiunque. Se non fosse stato per l’altezza del palco in cui si trovava gli si sarebbe buttato addosso e abbiamo avuto la netta impressione che qualche schiaffo glielo avrebbe anche mollato! Questa è l’immagine che mi è rimasta impressa di lui: un uomo che si lasciava trasportare dalle reazioni di rabbia quando gli venivano proposti punti di vista differenti; una persona che non accettava obiezioni e che viveva il confronto come un attacco personale. C’eravamo fatti l’idea di una personalità narcisista, con aspetti persecutori importanti e bisogno di controllo assoluto. La comunità di San Patrignano sembrava costruita a immagine e somiglianza del suo fondatore e i suoi aiutanti erano delle sue proiezioni. Quali metodi, quindi, avevano adottato? C’è anche da dire che mancava qualsiasi contatto tra la comunità e i servizi per le tossicodipendenze: quando qualcuno entrava a San Patrignano non c’erano rette da pagare ma non c’era nessun controllo sulla evoluzione della ‘cura’.

È vero che in quegli anni i servizi pubblici erano impreparati, con poco personale (questo ancora oggi), e facevano affidamento sulle comunità terapeutiche private. Che, però, non erano solo San Patrignano: si è fatta tanta retorica considerandola l’unica risposta o la più importante ma in realtà c’erano altri tipi di comunità, sorte soprattutto in ambito religioso ma capaci di proporre programmi più trasparenti e rispettosi delle persone. Come le comunitа del gruppo Abele di Torino (è stato Don Luigi Ciotti ad aprire il primo centro di accoglienza per tossicodipendenti in Italia, nel 1973). Come il CEIS di don Picchi che, nei primi anni 70, aveva fondato una comunità a Roma e poi in altre città, tra cui Verona (ricordo che la mia ULS mi aveva mandato in quegli anni al CEIS di Roma per un corso sulle tossicodipendenze). Come la comunità San Benedetto al Porto di Genova, fondata da Don Gallo nel 1975 e tuttora un modello di riferimento.

Anche se ho cambiato settore nei primi anni ottanta e, specializzandomi nella clinica infantile, mi sono occupata d’altro, ho comunque continuato a seguire le evoluzioni nell’ambito della cura delle dipendenze di questi ultimi quarant’anni. Mio marito (il collega che era intervenuto all’incontro con Muccioli) ha continuato a lavorare nel SERT, diventato poi SERD, della nostra aulss: ha ideato e realizzato una comunità diurna pubblica (una delle poche), una cooperativa di reinserimento lavorativo e sociale, un’associazione genitori, un centro per il gioco d’azzardo. Aveva capito che bisognava costruire una pluralità di risposte a un problema che non era solo personale ma anche sociale; che erano necessari diversi strumenti e la sola clinica individuale era fallimentare. Il coinvolgimento delle famiglie nei programmi terapeutici, la terapia di gruppo oltre all’inserimento lavorativo e sportivo si sono mostrati efficaci per favorire un collegamento tra il percorso terapeutico e la società nella quale ri-tornare a vivere. Ha mostrato che esistono metodi di cura delle fragilità che non prevedono la coercizione e l’uso di catene, neppure la soggezione e la suggestione, ma che passano dal rispetto della dignità e dei diritti delle persone. Per quante difficoltà o patologie vivano. Sicuramente avrebbe molte cose da dire in merito. Tutto questo non è che un’ulteriore conferma del fatto che quella fase di San Patrignano è stata una bruttissima pagina della nostra storia. Ricordarla serve a non ripeterla.

2 Comments

  1. Luci e ombre. Lo Stato era assente , metadone e nessun contatto. certo di esperienze ce n’erano tante, alcune anche fraudolente (pappe vitaminiche molto costose). Ma Muccioli aveva tanta corte e gli altri poco oltre al passa parola. Non l’ho visto ma avevo 20 anni e in parrocchia cercavamo di aiutare le famiglie che erano disperate. Non abbiamo mandato nessuno a San Patrignano e qualcuno si è salvato, purtroppo pochi!

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    1. La realtà delle dipendenze è così complicata da non avere una soluzione unica. Per l’esperienza che ho avuto ogni situazione avrebbe bisogno di una presa in carico attenta a quello che serve. E non a tutti serve la stessa cosa. Muccioli usava lo stesso sistema con ogni persona che entrava nella comunità e c’era chi ne trovava beneficio e chi no. La mancanza di una diagnosi iniziale porta sempre errori.
      Per venire al metadone: è stato ed è uno strumento per contenere i danni. Non l’ho mai considerato una cura.
      Quando lavoravo in questo settore facevo molta attenzione prima di far accedere al metadone e mi basavo su diversi criteri diagnostici. Anche l’età aveva importanza. Mi ricordo che con un ragazzo di 18 anni ho resistito alle sue insistenze e alle pressioni della famiglia per metterlo sotto metadone per il rischio di rendere strutturale una situazione che poteva invece evolvere. Anni dopo questo ragazzo mi ha cercato per ringraziarmi perché anche quel mio rifiuto lo ha aiutato a non restare invischiato nelle dipendenze.
      Grazie delle osservazioni

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