Se l’acqua ride

Forse sta lì il segreto: è vero che tutto cambia, come l’acqua dei fiumi, che un giorno ride chiara e trasparente, l’altro ringhia nera e vorticosa. Ma è anche vero che le cose, per altra via, resistono e sono dure a morire, di nuovo come l’acqua, che resta sempre lei, e fa sempre lo stesso giro

Curiosa, annoiata, affascinata in un susseguirsi rapidissimo di stati d’animo che hanno accompagnato le prime pagine per virare senza incertezze verso l’innamoramento. Della storia, del linguaggio, delle evocazioni. 

Ho avuto bisogno di tempo prima di entrare nel romanzo; ho sospeso la lettura, l’ho dilatata e tutto nello spazio di poche pagine, una quindicina, prima di comprendere questa scrittura densa e rimanere agganciata all’amo. Quell’atmosfera lì la conosco, mi sono detta. Ma ho dovuto ‘annusare’ le parole prima di riuscire a orientarmi. Venezia? Padova? Dove si trovano quei posti di terra e acqua? Finché non li ho collocati: Battaglia Terme, Padova. E allora è stato come adagiarmi in poltrona, rilassarmi e concedermi alla lettura.

Perché il Veneto non è tutto uguale e se appartieni a questa terra ti senti come un cane da fiuto per le parole, fai tutto un lavorio interiore per capire la provenienza di un accento, di una sospensione, di una apertura o chiusura delle vocali, della s o della z, dello strascicamento delle frasi… Dov’è quella parlata lì? Finché non hai capito ti senti sospesa. Non sono solo le città – Verona, Padova, Venezia, Vicenza… – ma anche le diverse zone di confine tra una provincia e l’altra a modificare il modo di pronunciare le parole. Dietro ci sono secoli di storia.

Sono tante le parole che fanno parte della mia infanzia disseminate tra le pagine del libro in un equilibrio perfetto tra italiano e veneto: il primo permette a tutti di capire la trama e l’altro la colora di fascino e atmosfera. È un dialetto edulcorato, educato, reso intellegibile, depurato dalle asprezze di certe parole ma comunque capace di restituire quell’intonazione che risuona nella testa, che fa tornare indietro negli anni…

Le parole venete 

A pronunciarle risvegliano ricordi che quasi non sapevo più di avere e il loro suono riporta un gusto del passato irripetibile perché è anche quello dell’infanzia, per chi come me l’ha vissuta in piena provincia veneta negli anni sessanta:

ratatuia’ per dire cose che non sono utili, un sovrappiù di scarso valore; ‘sleppe’ e ‘pappine’ sarebbero le sberle o schiaffoni; i ‘foresti’ la gente che non è del posto. 

Ci sono anche parole che non conosco, come ‘Scravasso’ cioè l’acquazzone “con tuoni che rotolavano come badili”. Le onomatopee sono tante e spesso intraducibili in italiano. 

Giuràn giurìn, che mi venga el morbin, giurìn giuràn che muoia doman”. 

Le doppie scomparse: Mama, Nono. Le doppie non appartengono a noi veneti e a scuola è sempre stato l’errore più frequente. Un disastro per molti! La lingua è una faccenda seria, soprattutto quando tra italiano e ‘dialetto’ le cose non tornano (il proff del romanzo fa versare ai suoi studenti per ogni errore “20 lire di ammenda  per il reato di attentato alla lingua italiana”). 

La trama

Si può riassumere brevemente come il passaggio all’età adulta che un adolescente compie nel giro di un’estate, viaggiando sul burcio* del nonno in un labirinto di corsi d’acqua. Ma l’atmosfera che pervade ogni pagina del libro è il tramonto di un mondo, la scomparsa di mestieri e la trasformazione di un modo di vivere tramandato da generazioni. 

Il cambiamento personale del ragazzino, con le emozioni diverse che lo accompagnano, rispecchia un cambiamento sociale più esteso. E, in un caso e nell’altro, non ci si può fare niente perché “questa imprecisione, questo franare della realtà di fronte alle aspettative, non è un incidente di percorso, ma una delle nervature fondanti dell’esistere”.

La vicenda si snoda in una terra che, pur stesa tra pianura e colli, guarda verso il mare. Anche se i chilometri di distanza non sono molti, una quarantina, è diversa dalla mia pianura che si allarga fino all’orizzonte senza incontrare altro che il cielo e solo in certe giornate particolarmente limpide si vedono le ombre dei colli a segnare un confine, prima delle montagne che si alzano a nord.

Quella terra lì è attraversata da fiumi, canali, argini e acque da navigare, “un mondo così prossimo eppure così strano, fatto di approdi e squeri, pontili e chiuse”.

Personaggi

Il canale di Battaglia Terme è stato uno dei luoghi della navigazione fluviale durata fino alla metà del secolo scorso, quando c’era chi continuava a partire sui burci. Come i protagonisti del romanzo: un popolo di barcari. E un ragazzo, attraverso il cui sguardo tutto accade, ne fa parte e lo racconta. Ganbeto, si chiama. È un soprannome che gli ha dato il nonno: ”L’è magro secco che pare un pellagroso. E non tiene neanche la schiena drita. Magro e curvo, come un ganbeto** ”.  

Il suo sogno di diventare barcaro e seguire il nono sul burcio diventa realtà per il breve tempo di un’estate, dopo gli esami di terza media. “Ganbeto abbracciò quel primo incarico con l’ansia gioiosa della giovinezza, incapace, per sua fortuna, di centellinare i piaceri, desiderosa di immergersi in tutto ciò che è nuovo, nell’illusione, che allora è certezza, che di piaceri, novità, avventure, la vita dovrà per forza esser sempre prodiga. Alla ricerca dell’acqua che ride, scrutava davanti a sé, godendo nell’attesa dell’avventura magnifica di quell’estate appena iniziata”.

Il nono Caronte, barcaro da sempre e per sempre, mostra a Ganbeto la bellezza di quella vita, gli insegna a conoscere l’acqua: “Quando senti l’acqua che ride, che gorgoglia, vuol dire che lì c’è una pietra, o il fondo basso, e bisogna starci alla larga. Se l’acqua ride, il burcio piange”. Caronte è un personaggio come non se ne trovano più, fa parte della categoria dei grandi veci.

Già a partire dal nome, suo nono appare come un doppiofondo, un mistero della natura. In primo luogo, è il suo vero nome, quel Caronte unico su tutti i fiumi e i canali dal Sile al Po, o è uno dei tanti soprannomi che i barcari si danno tra loro? Da quanti decenni passa la sua vita sulla Teresina? E davvero ci vive sopra, quando non si fa vedere a casa loro anche per mesi, o ha qualche altro rifugio sconosciuto lungo le rotte che percorre fin da bambino?

Caronte è il personaggio più bello che incontriamo, con le sue memorie, le imprecazioni, il linguaggio tipicamente veneto:

Dài, che ‘l sole magna le ore

– Ehi, macaco! – gli gridò burbero – Stai aspettando l’invito in carta bolata da la regina del Montenegro? Salta su, che l’ossio l’è el padre dei vissi, come che diceva sant’Antonio!

Avanti col Cristo che la procession la se ingruma!

Muso duro e baretta fracà

Zio-latte porcadiona prete-mas’cio sacramèstul orca-mona! Alto là, balengo, o ti mando al confino in Calabria! Cava via le scarpe, che me rovini la mesarìa! Ciapa su qua!

Sicuramente la cosa più rilevante del rimprovero del vecchio era la completa assenza di bestemmie, sostituite da quelle imprecazioni che, lo dice anche il prete, non sono peccato anche se si capisce distante un miglio cosa vogliono dire”.

Navigazione

Ganbeto parte quindi con Caronte dal canale di Battaglia Terme le cui acque si riversavano nel canale di sotto dove i burci “avrebbero potuto muoversi fino ai canali e ai fiumi a valle, più ampi e profondi”.

Percorrono un labirinto d’acque, con tante di quelle diramazioni che sono impossibili da seguire sulle cartine moderne. Con una prospettiva inusuale dagli argini bassi oppure senza vedere granché oltre gli argini alti. In un viaggio lungo giorni, settimane, notti da trascorrere sul burcio, fermandosi nelle osterie vicino agli approdi.

Dal canale di Battaglia proseguono lungo il Bacchiglione, passando da Pontelongo e poi a Ca’ Bianca dove in parallelo vedono scorrere la Brenta. 

– Là dietro che xé la Brenta, – gli gridò Caronte dal timone, – e là davanti che xé Brondolo, dove che dovemo arivar -. Il nonno gli fece notare che lì Bacchiglione e Brenta correvano dritti come dei fusi, finché il primo non si buttava nella seconda e tutti e due, finalmente, entravano nell’Adriatico. – L’è stati i venessiani, perchè la Brenta prima la se butava in laguna, e ai venessiani no che garbava che la laguna la se interasse. E allora li ga spostà el fiume, ‘sti cancheri!

Dalle acque ampie della Brenta raggiungono Chioggia, in laguna, dove arrivano anche barcari dal Po, ferraresi e polesani, attraverso Porto Viro, Loreo, Cavanella. Lo spettacolo che si apre è di tante, tantissime vele di ogni colore e misura ma, più di tutto, quello dell’acqua.

Era tanta, e quieta, così diversa da quella dei canali e dei fiumi, dove pare quasi soffrire, stretta tra gli argini angusti. Lì nella laguna l’acqua appare amica, basta saperla conoscere, come si fa con la morosa, sapere quali sono i luoghi che puoi navigare senza problemi, quali invece sono le zone pericolose, dove la sabbia traditora può farti incagliare.

E poi era profumata, di un’aroma magnetico e profondo, che prendeva al naso per poi scendere alle viscere. Non era semplice freschin, il sentore di fossi e canali familiare a chiunque viva nella grande pianura, c’era anche la punta della salsedine, gusto salato di vita rapida e guizzante mescolato in strana alchimia come le note dolciastre e smaganti di alghe morte, di reliquie biancastre di lische e seppie che si puliscono e si consumano nel moto lento dei bagnasciuga limacciosi”.

I luoghi descritti sono tanti e alcuni non sembrano cambiati da allora. Come Pellegrina: “una lingua di terra stretta e lunga: le case dagli intonaci colorati e quasi accecanti al sole, sono assiepate sul lato della laguna, più protetto, mentre verso l’Adriatico si levano alti i murazzi, a difesa dalle mareggiate”.

Attraverso “un ginepraio di fiumi che si articolano in affluenti che si subarticolano in canali”, la navigazione prosegue verso sud, arrivando a risalire il maestoso Po:

“- Mezzi zingari, i molinari del Po. Nè veneti né emiliani, sangue bastardo… E poi né d’acqua né di terra… Come le rane, rumorosi e chiacchieroni uguali!

Sul Po una delle tappe è Papozze (Paposse caput mundi, et Ficaròl secundo), ricostruita dopo l’alluvione del ’51.

Racconta di come, per secoli, Papozze fosse sempre rimasta in Piazza Cantone, una fertile golena tra l’argine maestro e un argine minore. Lì c’era tutto il paese, e lì c’era la vecchia osteria della Tona. A Papozze si fermavano i barcari, i cavalanti, i viaggiatori che, da sempre, seguivano le correnti del Po, o le risalivano.

La voce della signorina trema solo un attimo quando racconta del ’51. Il Po aveva rotto, terra e acqua si erano mescolate e capovolte, Papozze si era trovata isolata. Quando il fiume si era ritirato, la gente che comanda, giù a Roma, aveva deciso che per Papozze stare lì non era più sicuro. Il paese nella golena era stato distrutto, e una nuova Papozze era stata costruita da zero, proprio in quegli anni, al sicuro oltre l’argine maestro”.

«Il mondo cambia …»

«Prima la guerra. Sentivi arrivare gli aerei americani, e ti domandavi cosa avrebbero distrutto, ancora e ancora. Fai appena in tempo a sistemare le cose in qualche modo, e il Po ti porta via tutto. Ma il fiume è fatto così, ogni tanto si prende indietro un po’ di quello che ti ha dato, non puoi avercela con lui. Dopo però le cose hanno continuato a peggiorare. Qui si ferma sempre meno gente. Adesso ci sono le strade… E gli uomini sono andati via, a cercare lavoro a Milano, o al petrolchimico, o via per l’Australia o il Brasile».

A fine agosto 1966, il burcio è in viaggio da due mesi e, carico di sacchi di zucchero dell’Eridania, risale il Po, arriva a Cavarzere, poi a Chioggia e finalmente a Venezia per scaricare dietro alla Giudecca.

Ovunque si volti Ganbeto vede spuntare barriere ininterrotte di palazzi e chiese, facciate e cupole, una selva di finestre decorate, di colonne cesellate, di marmi, di intonaci splendenti al sole fresco della mattinata serena […]

«Questa qua, – inizia a spiegare Caronte, come nulla fosse, – l’è la Dogana. Da ‘sta banda qua te vedi la Giudecca. De là la Dogana, quel là l’è el Canal Grando, el Canalasso, in fondo da poppa te vedi San Giorgio. E là in fondo a mancina de poppa, te vedi il palazzo Dogal, el campanile de san Marco, e là te vedi le cupole de San Marco».

Aldo Bergamini, La dogana a Venezia, 1938-40. Olio su tela

Per Ganbeto quel viaggio tra percorsi d’acqua è intriso di gioia e malinconia, senso di libertà e percezione della fine dei sogni dell’infanzia come anche la fine di un mondo. L’approdo alla realtà è duro perché è “una realtà incasinata, franante, caotica in cui i confini vanno a ramengo ogni istante, nella quale i rapporti sono instabili, ogni superficie precaria”.

Il mondo cambia…” e non come si desidera. Così dal trasporto via acqua si è passati al trasporto via strada su camion e quella vita lì, “quella vita zingara sui barconi”, è finita. I burci sono diventati legna da ardere e comprati “per una pipata di tabacco”. Non ci si può far niente e Ganbeto capisce che “i cambiamenti bisogna seguirli. Non solo seguirli, bisogna dominarli, possederli. Altrimenti anche tu vieni macinato via, assieme alle cose vecchie e ai quattro coglioni che si ostinano a difenderle”.

 È l’aqua granda, l’alluvione che nell’autunno del ’66 ha cancellato i confini tra fiumi e terra a Venezia e a Firenze, a chiudere la storia.

Il 3 novembre del ’66, nel tardo pomeriggio, il vento è cambiato. Ha iniziato a tirare uno scirocco umido e appiccicoso. La pioggia, che già cadeva ininterrotta da una settimana, è diventata ancora più fissa, e ha continuato così per trentasei ore, senza mai fermarsi.

Le temperature si sono alzate velocemente di dieci, dodici gradi, la pioggia calda ha sciolto la neve. E i fiumi si sono gonfiati.

Adige, Brenta, Bacchiglione, Piave, Livenza, Tagliamento sono cresciuti rapidi di acqua torbida, feroce, rabbiosa, che succhiava e mugghiava, tirava dentro tutto ciò che trovava, di vivo e di morto.

Ma non è finita lì. Lo scirocco, nel pomeriggio del 4, l’anniversario della Vittoria, ha iniziato a soffiare oltre i novanta all’ora. Il mare, a forza otto, ha spinto indietro l’acqua dei fiumi, e ha sfondato i murazzi, è entrato a Venezia, l’ha sommersa, nella marea più alta di sempre, 194 centimetri di massima.

I fiumi allora hanno rotto gli argini, o li hanno superati riversandosi nelle campagne, spazzando via le deboli barriere di sacchetti di sabbia messi all’ultimo”.

Il mondo cambia…” a volte succede in modo impercettibile e lento, a volte in modo improvviso. Quella del romanzo è la storia delle trasformazioni di un piccolo mondo che, seppure non così lontano nel tempo, sembra appartenere a un’altra epoca. Il Museo Civico della Navigazione Fluviale di Battaglia Terme (Padova) ne conserva molte tracce. Un luogo da visitare e un percorso da scoprire.


* Il Burcio era una grossa barca con il fondo piatto, molto solida, usata nella bassa valle Padana, principalmente sui canali veneti, sul Po sino a Pavia e sul Po di Volano sino a Ferrara, per il trasporto commerciale

** Il ganbeto è un gancio che, nel burcio, serviva a unire due catene.

4 Comments

  1. Malaguti è un autore imperdibile. Ho recensito due suoi romanzi, bellissimi, pubblicati con la Casa Editrice Santi Quaranta, una piccola CE di alta qualità. Mi fa piacere che sia transitato a Einaudi. Magari prima o poi anche le sue opere precedenti, davvero imperdibili, avranno una vera possibilità di riconosciemnto. In un certo modo, tuttavia, mi dispiace. In qualche modo va perduto il lavoro che lo ha riconosciuto, accompagnato e che, temo, una grande CE non avrebbe forse saputo fare.

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    1. Una casa editrice come la Einaudi gli dà certamente più possibilità di diffusione. Comunque non è per la casa editrice che ho preso il suo libro ma per una associazione di idee.
      Parte tutto da un altro scrittore padovano, Molesini. Insegna pure lui ma all’università. Nell’ultimo suo libro che ho letto nel 2017 il protagonista si chiama Malaguti. Carlo Malaguti, ne ‘La solitudine dell’assassino’. Ne ho anche scritto nel blog. L’ho letto in vacanza con mio marito dove eravamo soliti rifugiarci qualche giorno d’estate. Un’assonanza di varie cose quindi mi ha spinto verso questa lettura: nomi, autori e personaggi. E ricordi. Così sono finita a leggere questo scrittore che mi è piaciuto tantissimo, tanto che mi sono già procurata altri suoi libri. Forse non lo avrei conosciuto con la precedente casa editrice. O forse sì, se ci avessi inciampato.

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      1. Cara Ivana solo perché ha più notorietà e diffusione, ma la casa editrice negli ultimi anni non è proprio più garanzia di qualità. Certamente con Malaguti ha acquisito un autore di valore.

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