L’ultimo carnevale

Lo chiamano Parco, ma è una città, non dimenticarlo. E non si scherza con una città. Tantomeno con una città così vecchia. Non puoi mai sapere cosa nasconda

Non sempre le parole che conosciamo riescono a raccontare quello che succede tra mente cuore e pelle (esiste un luogo dove rintracciare le emozioni, un luogo che le contenga tutte?). Le emozioni che ho provato leggendo questo libro sono tante e sfumate, ad alcune non so neppure dare un nome: dallo struggimento alla tristezza, alla commozione; dall’interesse alla curiosità sempre più viva che, pagina dopo pagina, hanno ricreato negli occhi della mente immagini della Venezia che conosco sovrapposte alle descrizioni del romanzo. E un pensiero su tutti: tornare a Venezia e andare ancora. Perché, lo sappiamo ormai, è una città fragile che si regge su un equilibrio delicato e già compromesso.

Questa è un’opera di finzione in parte ispirata a fatti realmente accaduti. Personaggi, luoghi e avvenimenti, se reali, sono rielaborati ai fini della narrazione” ha scritto l’autore all’inizio del libro, pubblicato nel 2019. Per associazione mi si è ripresentata alla memoria un po’ della storia recente legata a Venezia, da fatti accaduti a progetti inattuati (ancora), che rendono la trama una miscela tra reale e immaginario.

La Venezia del futuro, raccontata da Paolo Malaguti, è la stessa che conosciamo oggi nell’impalcatura esteriore ma, nel 2080, è diventata un guscio vuoto, una città in ammollo e disabitata, trasformata in una città-parco dall’Ente.

Gli ultimi abitanti sono stati ‘evacuati’ nel giro di dieci anni. “Come sai ci sono stati ben dieci anni tra l’apertura del parco e l’ordinanza di evacuazione della città. No ‘i xe pochi, diese anni, per vedere la tua città morire. Xe na lenta agonia. Alcuni de noialtri i xe ‘ndai via quasi subito, altri i gà spetà de esser mandai via. In tutto diese anni de esodo […] In molti, quando i xe partii, credeva che i seria tornai presto, che sta ciavarìa del Parco no la potesse durar par tanto. Fa meno male mollare tutto, se ti racconti la bala che presto o tardi magari le cose le se sistema…”.

Vi si accede, come oggi, dal Ponte della Libertà, però solo su monorotaia e dopo aver comprato il biglietto di visita. E scordiamoci di andare a a zonzo a naso all’aria, lasciando vagare lo sguardo tra calli buie e improvvise pozze di luce, tra ponti, rii e campielli, perché ci si muove solo accompagnati e guidati, su passerelle e percorsi stabiliti, a tempo. Sembra diventata una giostra caotica, questa Venezia, soprattutto nell’ultimo giorno di Carnevale, quello del titolo, quando i turisti si ammassano come “mosche su una carcassa”.

Eppure la Venezia del 2080 conserva ancora la bellezza dei palazzi antichi e la magia di una città d’acqua, con la nebbia di febbraio che si mangia tutto. Mi sembra di vederlo , il Canalasso, dalla descrizione di Malaguti.

Il sole basso disegna sull’acqua pressoché immobile le ombre degli edifici alla loro destra, mentre nella parte sinistra del canale, invasa dalla luce, ogni minima increspatura, anche quella data da un gabbiano che si leva in volo, esplode in una cascata accecante di schegge adamantine. I giochi di ombra e luce, combinati alle facciate dei palazzi restaurati, con gli intonaci recuperati agli antichi splendori, donano all’acqua in ogni istante tonalità cangianti, dallo smeraldo allo lapislazzulo, dal grigio perla al cobalto, fino a punti nei quali pare osservare un opale liquido, in un riverbero caleidoscopio di giallo paglierino, verde mela e sfumature fluorescenti”.

Anche la lingua, continua a far parte di questa magia e, nel libro, è mescolata con l’italiano in modo sapiente.

Cosa xe che ti pensi, de Venezia“, chiede un ragazzo a una ragazza e la domanda dà avvio a una storia che incanta e commuove. Basta seguire i passi dei personaggi, poche figure e con un ruolo preciso, per scoprire un’altra città fuori dai circuiti consentiti, una Venezia muta, lontano dal clamore della ‘giostra’.

Carlo, giovane guida, funge da collegamento. Conosce la bellezza delle opere, dei mosaici e dei pezzi di san Marco che sono stati trasferiti nei nuovi musei di Porto Marghera, dopo l’innalzamento stabile dell’acqua; è affascinato dalla meraviglia della biblioteca interrata, ”un’immensa arca di Noè”, dove sono stati spostati in sicurezza “due tra le più imponenti miniere della parola scritta al mondo”, l’Archivio e Marciana. Però, a fargli conoscere il volto nascosto di Venezia, è l’incontro con Giobbe, ottant’anni di vita vissuta e satura di ricordi e tristezza. Una Venezia diversa da quella ufficiale: “non è quella la Venezia che lui conosce, la sua Venezia se ne sta bene in ordine nei manuali sui quali ha studiato, è fatta di facciate di marmo e di intonaco rosso, di chiese e di palazzi sempre illuminati, di giorno e di notte, affinché offrano la loro nobile bellezza all’umanità tutta”.

Giobbe è vecchio, ha “occhi di un grigio verdastro quasi felino, persi in un’espressione dolce e distratta, come se fossero all’inseguimento di paesaggi nascosti nei recessi della memoria, e potessero permettersi il lusso di non prestare più attenzione a ciò che avviene nel mondo”. Ha comprato un biglietto, come tutti, per entrare in quella che era stata la sua ‘casa’: «So qua par godarme Venessia, più che el Carneval… E vogio nasar l’aria del Canal… Ma no state preocupar de mi, che ste robe le go viste anca massa», dice al giovane Carlo.

Sa muoversi con facilità nella città morente, dove il silenzio fa rabbrividire. È una figura commovente, Giobbe, e ci mostra “quanta tristezza possa nascondersi nelle pieghe della vita”. 

Anche i due guardiani, Sandro e Michele, che percorrono con la barca le calli e le piazze invase dall’acqua a controllate che tutto proceda per il verso giusto, fanno parte della storia. Pur senza avere un ruolo determinante ci portano in giro tra vecchie consuetudini: «No se pol» passare tra la colonna di San Marco e la colonna di Todaro, porta sfortuna, perché lì vi si svolgevano le esecuzioni al tempo della Serenissima.

Però questa Venezia, città-parco transennata e con le passerelle, non piace a tutti. C’è chi dice no, come i resistenti. Tra loro Rebecca, una ragazza con gli occhi tristi, che ha un piano e non si ferma di fronte a niente pur di portarlo a termine. Con lei attraversiamo la laguna, ci fermiamo al vecchio cimitero nell’isola di San Michele e arriviamo fino al “Paròn de casa”, il campanile che svetta alto sulla città. Lì si compie la sua “azione di protesta contro il Parco, contro l’Ente, contro tutti voi”. 

È possibile piangere per delle figure di carta? Sì, quando commuovono come Giobbe e Rebecca. Appartengono entrambi a (non)generazioni, un popolo di figli vecchi i cui sentimenti sono stati trascurati a vantaggio di interessi altri e non hanno potuto farci niente perché “in fin dei conti quando le cose ti capitano addosso puoi anche piangere o sbraitare o spaccare le porte e le ante degli armadi a pugni, ma quelle continuano a capitarti, né più né meno”.

Ma arriva il momento in cui viene chiesto il riscatto. Anche con azioni estreme, come succede quando il male viene da lontano. È “difficile arrivare al male profondo in unico passo”.

La vera protagonista resta, comunque, Venezia. È insieme lo scenario dell’azione e la ragione di quanto accade in questa storia. Una città unica al mondo, che suscita profonde emozioni. E sembra anche eterna, immersa in quella sua laguna che non è mare: “la laguna, alle sue spalle, è una quieta follia di riflessi accecanti e di bianchi voli di gabbiani sul fondo terso del cielo. Inspira profondamente, riempiendosi i polmoni di aria tiepida: odore di salsedine e di freschìn”.

6 Comments

  1. Un autore come pochi, incredibilmente, pare a me, finora poco noto. Avevo recensito due suoi bellissimi romanzi, “Sul grappa dopo la vittoria”, e “I mercanti di stampe proibite”, scritti anni fa e pubblicati dall’editrice Santi Quaranta di Treviso (piccola casa editrice che non ha finora, davvero, mai fallito un libro, per qualità).
    Ora ho su tavolo il suo “Se l’acqua ride”, Einaudi 2020, che non ho ancora letto; e con piacere vedo questo che segnali. Non lo perderò. Sperando che finalmente venga letto quanto merita.
    Mi aspetto di leggere due libri importanti.

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    1. Hai ragione Ivana, la capacità di questo autore non corrisponde alla fama e non è facile neppure di trovare i suoi libri. Finora ho letto questi due suoi ultimi romanzi ma ne sto cercando altri, perché mi piace molto il suo modo di scrivere. Mi segno quelli che hai indicato tu.

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      1. Io l’ho conosciuto come lettrice con “Sul Grappa dopo la vittoria”. Che mi ha lasciata sconvolta e infine grata per la restituzione di una storia che poteva provenire solo da un, impossibile, vissuto diretto. Un’esperienza di dolore e fatica e resilienza quali non avevo mai veramente conosciuto. Mi ha riportato le voci, e i racconti, che ascoltavo, bambina, dai vecchi reduci della Grande Guerra; nel tempo in cui, in un altro dopoguerra, le famiglie vivevano, e incontravano gi amici, in cucina e i bambini vivevano con gli adulti, non ne erano separati, e ascoltavano, ignorati, storie che l’autore non può, per età, aver ascoltato ma che solo avendole vissute può aver scritto come ha fatto.
        Quel libro è stata un’esperienza vissuta, enorme, capace di aprire comprensioni impensate.
        Si trova, va da sé, su Amazon.
        Mi farebbe piacere una tua lettura. E una tua restituzione.

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      2. Grazie della segnalazione. Lo cerco senz’altro, come sto cercando gli altri suoi libri. Nelle librerie non sempre si trovano ed è una sorpresa essendo uno scrittore così capace. E parlo delle librerie del Veneto, non di altre regioni. Una conferma che notorietà e capacità non vanno insieme. Ciao Ivana e buona giornata

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  2. Non ho letto nulla di suo ma i vostri due giudizi mi bastano per dire che siamo davanti ad un autore che merita. Questa cosa di Venezia poi… mi attira tantissimo. Un po’ per la bellezza decadente di questa città, un po’ perché è così maltrattata, e un po’ perché temo che l’aspetti un destino malsano…. come mi sembra di capire si ipotizzi in questo romanzo distopico.

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    1. È così, Pina, Malaguti è uno scrittore che merita anche se poco conosciuto. Ho letto questi due ultimi suoi romanzi e mi sono convinta a cercare i precedenti. C’è una commozione, un senso di nostalgia in quello che scrive e come lo scrive che mi incanta. Soprattutto in questa storia su Venezia.

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