Venezia è un pesce

Venezia è stata costruita su fango, pali e tavolati, non su vere fondamenta: è appoggiata sulla superficie. Non ha un inconscio: è tutta fuori, tutta esteriore, tutta pelle

Venezia. Se non esistesse sarebbe impossibile inventarla; sarebbe impossibile immaginare calli, canali, ponti e campielli come li vediamo; la laguna e le isole; i palazzi e tutta la ricchezza d’arte collezionata nei secoli. 

Venezia ha un’estensione limitata e la laguna è una sorta di muraglia liquida che la circoscrive ma in questa superficie è stratificata tanta di quella storia, rimasta immutata nei secoli come in nessun’altra città al mondo, che hai l’impressione di ‘calarti’ in un altro tempo pur senza abbandonare quello attuale. Probabilmente è questo a renderla magica, insieme a tante altre cose che neppure si riesce a cogliere chiaramente. Tiziano Scarpa nel suo libro ne racconta molte ma soprattutto rintraccia le orme identitarie della città.

Il libro non è una guida, l’autore ci tiene a metterlo bene in chiaro, e non è un romanzo. È un testo di impressioni, di pensieri lasciati liberi di vagare passeggiando per Venezia, guardando, toccando, annusando, ascoltando. Parla di sensazioni, Tiziano Scarpa, e intitola i capitoli con i nomi dei nostri organi di movimento: Piedi e Gambe e Mani; organi di senso: Bocca, Naso, Occhi e Pelle; e Cuore, naturalmente. 

Ci sono i ricordi, perché Scarpa è nato a Venezia, vi ha trascorso infanzia e giovinezza; c’è Storia, con aneddoti e curiosità varie. E c’è anche la lingua per la quale non esistono segni adeguati a trascriverla: non c’è alfabeto che sia all’altezza della voce come succede con tutte le lingue intensamente espressive.

La presentazione di Venezia è dall’alto e da lontano per vedere bene la sua forma di pesce: Venezia somiglia a un pesce che ha abboccato all’amo e la lenza che lo tiene fermo è il lungo ponte di quattro chilometri dove passano auto e treni, avanti e indietro. 

È una città ‘ancorata’ a enormi pali di legno sul fondo melmoso della laguna. Per non gravare sulle rive molli, per diminuire il peso, le facciate dei palazzi sul Canal Grande, il Canalasso, sono traforate di finestre e questo dona una leggendaria bellezza che incanta sempre, in inverno e in estate, con qualunque luce o ombra. 

Le strade sono lastricate dai maségni, una pietra vulcanica dei Colli Euganei, dalla superficie liscia ma non piatta perché non c’è niente di ‘piatto’ a Venezia: è un continuo dislivello, un sali e scendi in cui puoi perderti come in un labirinto, tra calli strette e buie e improvvisi slarghi pieni di luce. 

L’invito di Scarpa è quello di non seguire nessuna meta, non guardare nessuna cartina ma lasciarsi trascinare in questo labirinto dai sensi e assaporare la città non solo con la vista, ma con il tasto, l’udito, l’olfatto: “Smarrirsi è l’unico posto dove vale la pena di andare”.

A Venezia si cammina tanto, pur se non ci sono grandi distanze tra i diversi punti della città, ma il modo migliore per girarla, per guardarla e capirla è quello di attraversarla per acqua. Su gondole e batèi (vaporetti). Le gondole sono proprie di Venezia e vogare è difficile anche perché il remo non è fissato allo scalmo. I gondolieri sono quasi tutti uomini. Solo nel 2010 è stata promossa la prima donna gondoliera, Giorgia Boscolo.

Venezia non è una città come le altre, anche per i nomi. Non ci sono quartieri ma sestieri, perché i quartieri del centro storico sono sei: sono ciascuno un sesto di Venezia, non un quarto; la parola quartiere ha origine dai primi quattro gruppi di case, in quelle città che sono sorte all’incrocio di due vie di comunicazione importanti, nelle quattro fette di terra tagliata da una croce di strade. Ecco i nomi dei sei sestieri: Santa Croce, Cannaregio, Dorsoduro, San Polo, San Marco, Castello. I numeri civici sugli stipiti delle porte non ricominciano da 1 a ogni strada, ma continuano a contare l’intero sestiere. Il sestier de Castello arriva alla cifra record 6828, in fondamenta Dandolo, ai piedi del ponte Rosso.

C’è solo una strada, la strada Nóva, spianata a fine Ottocento per semplificare il labirinto di Cannaregio e due vie, via XXII Marzo a San Marco e via Garibaldi a Castello.

Le liste sono corsi e le crosère sono incroci; tutto il resto sono calli (al femminile).

Ci sono anche i rami e le rugheSalizada significa ‘strada selciata’; un rio terà è un rio interrato, cioè un canale diventato calle; la fondamenta (plurale: fondamente) è la riva pedonabile.

Canali sono il Canal Grande e il canale della Giudecca, ampi e profondi; quasi tutti gli altri sono rii; sono pochi gli specchi d’acqua più larghi, i bacini, le dàrsene, le pissìne;

i ponti sono ponti, e sono circa cinquecento. Molti sono sbilenchi, certi sono costruiti in diagonale perché sono stati fatti dopo, per unire le calli che sfociano sul canale ed erano degli sbocchi sull’acqua per le barche e quindi non allineate.  

Di piazza ce n’è una, piazza San Marco; tutte le altre sono campi o campielli.

Il campiello è la piazzetta veneziana (Carlo Goldoni le ha dedicato una commedia, Il campiello). Non è nata come piazza ma come dispositivo idrico che serviva a dissetare gli abitanti. In una città circondata dall’acqua non c’erano acquedotti né sorgenti. Così scavavano una grande buca rotonda di una decina di metri di diametro e, per renderla impermeabile, la foderavano di creta e la riempivano di sabbia per avere un filtro purificatore. Ai vertici di una grande quadrato inserivano quattro pozzetti di mattoni sormontati da un tombino e tutto veniva ricoperto da maségni. Al centro il pozzo. La pioggia cadeva dalle grondaie sul selciato e correva verso i tombini per essere raccolta e purificata nella cisterna . In città c’erano seimila pozzi: oggi sono chiusi perché Venezia si è dotata di un acquedotto. Quando attraversi un campo veneziano con un pozzo al centro, sotto di te c’è un’antica cisterna di sabbia.

A parte i santi e qualche famiglia aristocratica la toponomastica veneziana rifiuta il culto della personalità. Le strade sono dedicate e professioni, fatti di cronaca, abitudini popolari: Calle dei Botèri (bottai); calle dei Saonèri (saponificatori); calle dei Lavadori; calle del Calderèr (calderaio); calle dei Fusèri (fabbricanti di fusi); calle dei Spezieri. I santi dei campi sono figure di secondo e terzo piano dell’aristocrazia celeste.

Le osterie di Venezia sono i bàcari che si trovano in alta concentrazione nelle calli vicino al mercato di Rialto, intorno a Santa Margherita e lungo le fondamenta della Misericordia, a Cannareggio. L’acciuga, le polpettine, le sarde in saor , masanéte, folpi, baccalà, cipolle. Un cichéto tira l’altro. Accompagnati da un’ombra de vin : un’ombra, però, in lingua veneta, è anche una piccola quantità; un po’. Come dire ‘Beviamo un dito di vino’ (adoro i cicchetti e i piedi mi portano sempre a Campo Santa Margarita, dove oltre al bàcaro preferito ho trovato anche una bella libreria, Marco Polo si chiama).

Lo spritz, quello che adesso è diventato un aperitivo alla moda è nato come un miscuglio semplice: del vino allungato con l’acqua. Le origini della parola sono austriache: spritzen significa spruzzare; dunque, allungare il vino con dell’acqua. È un’eredità della dominazione asburgica.

Pillole di Storia

La storia ufficiale della Serenissima Repubblica preferì sostenere che erano stati gli unni, devastando Altino, a provocare la fuga degli abitanti e la fondazione di Venezia ma in realtà il porto di Altino venne abbandonato perché si stava insabbiando e rischiava di diventare una palude così gli antichi altinati si trasferirono a Torcello, l’isola più vicina. Intanto a sud altri abitanti e nobili feudali si insediavano sulle isole di Rialto. Venivano da Metamauco, a est, un’antica isola sulla voce del fiume Brenta. Anche se il veneziano doc, convinto di essere superiore agli atri, ritiene che i suoi avi fondarono la città non per scappare dai barbari ma per stare lontano dai veneti, che lui non sopporta: troppo rozzi, triviali; una versione trash dei veneziani.

La leggenda di San Marco risale a dodici secoli fa. La salma di San Marco è stata trafugata ad Alessandria d’Egitto da due mercanti lagunari, Bon da Malamocco e Rustego da Torcello. Nascosta dentro la carne di maiale, che per i musulmani è tabù, è passata dai controlli doganali arabi, per essere trasportata attraverso il Mediterraneo e l’Adriatico fino a Venezia. Ma può un corpo di santo venire immerso nella carne di porco? A sanare i dubbi e i sensi di colpa apparve un angelo con il motto che troviamo scritto in lettere maiuscole sul libro aperto tra gli artigli del leone alato: PAX TIBI MARCE EVANGELISTA MEUS. 

Prima di Marco Evangelista, il santo patrono della città era Teodoro, in veneziano Todaro […] che non volle sacrificare agli dei pagani e una notte diede fuoco al tempio di Cibele: i veneziani lo hanno messo su una delle due colonne in piazza San Marco, con il drago, il suo nemico, disteso ai suoi piedi.

Le chiese. Venezia è stipata di chiese e sarebbe troppo lungo ricordarle tutte. Ne cito solo una, la chiesa della Madonna della Salute: al centro esatto e sotto il lampadario di piombo c’è un dischetto di bronzo incastrato sul pavimento con una scritta fusa nel metallo: ‘unde origo inde salus‘. Indica che la salvezza viene dall’origine e l’origine è la terra: il 21 novembre, festa della Madonna della Salute, porta bene strisciare la suola sul dischetto con la scritta, la salute sale su dai piedi. 

Nell’immaginario il secolo di Venezia è il Settecento, quello delle damine con le parrucche e le gonne gonfie, dei cicisbei con i pantaloni sotto il ginocchio. Di Casanova. Del Carnevale. Non essendo più al centro del potere geopolitico, che dal Mediterraneo si era spostato all’Atlantico, Venezia era diventata la capitale dello spettacolo con il Carnevale, i bar, i teatri, la musica, la prostituzione. Quel Carnevale che è rinato nel 1980, con la Biennale Teatro, e che continua a rappresentarla e a richiamare turisti da tutto il mondo.

Venezia è tutta un’opera d’arte. Statua e pitture, opere e collezioni. Venezia è costipata di passato, che è sciaguratamente stupendo […] Prendi il vaporetto che percorre il Canal Grande: come se non bastassero quattro chilometri di palazzi lungo la esse d’acqua, alla fine il canale sfocia nel bacino di San Marco: ti sei appena lasciata alle spalle la Basilica della Salute e la Punta della Dogana, ed ecco che ti attendono al varco l’isola di San Giorgio, a destra, e a sinistra la Zecca, la biblioteca Marciana, la Torre dell’Orologio, la Basilica di San Marco, il Palazzo Ducale, il ponte dei Sospiri, le Prigioni!. Accanto a queste meraviglie troviamo anche quello che Scarpa chiama il “bunker d’orrido”: la prima facciata dell’hotel Danieli, la sede centrale della Cassa di Risparmio in campo Manin, l’Inps e l’Asl e l’Enel e l’Inail. La Venezia modernista non è sempre all’altezza.

Venezia è laguna.

Ma che cos’è una laguna? È un bacino d’acqua poco profonda, che sta al di qua del mare. Questo va messo bene in chiaro. Venezia non è ‘in riva al mare’ […] Due isole-grissino, lunghe e strette, la separano dal mare: il Lido e Pellestrina. Tra la laguna e il mare ci sono tre varchi, le bocche di porto, in cui le maree entrano ed escono, tenendo pulita l’acqua: il che permetteva agli antichi veneziani di fare a meno delle fogne tradizionali. Oggi, il sistema fognario è misto, in città ci sono migliaia di fosse settiche, e bisogna comunque dragare i canali urbani. In passato era soprattutto la marea a fare da sciacquone […] In ogni caso, chiudere le bocche di porto equivarrebbe a trasformare la laguna in una palude fetente. Aprirle troppo, allargare escavare i fondali dei canali navigabili per accogliere navi sempre più grandi farebbe diventare la laguna una baia marina: Venezia, Murano, Burano e le altre isole verrebbero sommerse e spazzate via […] La profondità media è scarsa, circa un metro e mezzo […] Ma ci sono canali invisibili, subacquei: molti sono naturali, scavati dalle correnti; qualcuno è stato approfondito dall’uomo, per non far incagliare le navi più grandi, nella stagione industriale di Marghera, quando le petroliere attraversavano la città passando accanto a piazza San Marco: in questi anni ci passano le navi da crociera […] Le enormi navi da crociera sgretolano Venezia, la intossicano con i loro fumi, rovinano i suoi fondali, fanno tremare le sue case e si schiantano sulle sue rive”.

Arriviamo quindi al problema dell’acqua alta che è una sfortunata combinazione di brutto tempo, venti e correnti. Lo scirocco soffia in asse con il Mare Adriatico, è come una scopa che spazza l’acqua verso nordovest stipando l’alta marea nella sua sacca terminale: la laguna di Venezia […] Succede soprattutto nel cambio di stagione fra autunno e inverno, da ottobre a dicembre, quando i dislivelli delle temperature spostano grandi masse d’aria […] L’acqua alta è una sciagura che si è fatta sempre più grave nel Novecento; una parte della laguna è stata interrata, canali profondi sono stati scavati per non far incagliare le petroliere e i portacontainer, permettendo al mare di allagare la città in pochi minuti, rapinosamente.

Ci sono zone di Venezia più basse e alte più alte. Piazza San Marco supera di ottanta cm il livello medio del mare: con una marea di un metro, dunque, va sotto di venti centimetri. Per molte zone della città, l’emergenza seria scatta oltre il metro e dieci. Nella notte del quattro novembre 1966 l’acqua arrivò a 194 centimetri sul livello medio del mare […] Nella marea del dodici novembre 2019, la peggiore dopo quella del 1966, l’acqua ha raggiunto 187 centimetri di altezza rispetto al livello medio del mare. I danni, oltre che per l’altezza in sé dell’acqua, sono stati provocati dalla differenza rispetto a quella annunciata: poche ore prima, infatti, erano previsti 140 centimetri sopra il livello medio del mare, ma in meno di un’ora il vento si è rafforzato, c’è stata un’accelerazione rapida, l’acqua è salita di mezzo metro in più […] Cos’è successo? Cinquanta chilometri a sud di Venezia, in una piccola area davanti alla foce del Po, si è abbassata improvvisamente la pressione dell’atmosfera, rinforzando il vento di scirocco, che a sua volta ha aumentato la marea di trenta centimetri più del previsto.

Il punto critico di Venezia è quindi il futuro e i provvedimenti per la sua salvaguardia non dovrebbero più essere continuamente rimandati e non applicati.

Pochi giorni fa ho letto la notizia della maxi multa di 20mila euro per la manifestazione del 24 settembre 2017 sul canale della Giudecca che deve essere pagata entro il 7 aprile: sono arrivati aiuti economici da tutto il mondo ai militanti. Ma come è possibile che a essere punito sia chi protesta per la tutela di una città e non chi la mette in ginocchio?

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