Polesine 1951. La madre di tutte le alluvioni

Proverbio polesano: “Dove no se crede, l’acqua rompe

Non l’ho vissuta l’alluvione del Polesine del 51, non ero ancora nata. Ma la paura della piena dei fiumi, dell’acqua che può travolgere tutto quello che incontra, è sempre stata presente nei racconti della gente della mia terra, una terra che chiamano la Bassa ed è vicinissima e confinante con il Polesine.

Il mio fiume non è il Po, ma l’Adige che passa in mezzo alla cittadina in cui vivo e la divide in due. E’ un fiume dalla corrente veloce e vivace, l’Adige, che ti trascina giù, verso il mare. Più pericoloso del Po, dicono, che è largo e maestoso, lento e pacifico. Dopo Verona, in direzione Adriatico, i due fiumi scorrono quasi in parallelo, separati da appena venti/trenta chilometri: la fascia di terra in mezzo, nella provincia di Rovigo, è il Polesine.

Sembra tranquillo, il Po. Tranne quando ci sono le piene e allora è impressionante assistere allo spettacolo della sua potenza. Mi è capitato di vederne le acque paurosamente ingrossate, le golene invase e il limite dell’argine quasi scomparire e ho provato una sensazione di paura per come la forza dell’acqua possa trasformarsi in violenza. Che è quanto è successo nel ’51 in Polesine, con quella che é stata chiamata ‘la madre di tutte le alluvioni’. Sono passati 70 anni dalla notte del 14 novembre, quando c’è stata la prima rotta, e Rovigo la ricorda con una mostra di foto che ho visitato giorni fa.

Le foto sono immediate, offrono allo sguardo innumerevoli particolari, sembrano descrivere meglio di mille parole, colpiscono e impressionano; sono un documento fedele e diretto, nonostante il tempo passato, degli eventi.

Ma è stato un libro, più delle immagini, a farmi sentire partecipe di quegli avvenimenti. Perché le foto le guardi e, per quanto suggestive, ti fanno rimane comunque al di qua, spettatore di quello che vedi. Il racconto di chi ha vissuto in prima persona un’esperienza ti entra dentro la mente e trasforma il corpo in cassa di risonanza, dilatando i confini dello spazio e del tempo. Gian Antonio Cibotto, giornalista e scrittore, nato e vissuto in quelle terre, ha prestato opera di soccorso e ha trasposto quanto ha vissuto nelle Cronache dell’alluvione, Polesine 1951. Leggendo le sue descrizioni, emozioni, riflessioni ti senti dentro quelle notti e quei giorni, partecipe della tragedia degli eventi: ti sembra di essere lì, sulla barca che viene presa dalla corrente; senti la fame che toglie energie e pensieri; hai gli occhi puntati nella nebbia a distinguere un percorso in un mare d’acqua; percepisci la stanchezza nel corpo e nelle braccia, il freddo che sale dai piedi; sei invasa dalla commozione per chi ha perso tutto e dalla rabbia per gli approfittatori dell’ultima ora.

Le cronache “partono dal mattino del 12 novembre 1951 – due giorni prima della rotta (avvenuta il 14) – e abbracciano all’incirca le prime due settimane dopo il disastro”. Sono state pubblicate nel 1954 da Neri Pozza e poi, pulite e corrette, nel ’61 da Rizzoli. Una terza edizione nel 1980 con Marsilio e quest’ultima, del 2021, con La Nave di Teseo.

La rotta del Po è avvenuta nella notte del 14 novembre 1951 a Paviole, tra Canaro o Occhiobello. Il maltempo durava da una settimana e l’allarme era stato dato il 12 novembre. Poi per undici giorni, dal 14 al 25 novembre, le acque hanno innondato, incontrollate, quasi tutta la provincia di Rovigo e oltre, sommergendo quasi centomila ettari e cinquemilaseicento case. Tra l’Adige e il Po le terre sono diventate un mare terroso, pieno di relitti che tutto urtavano e giravano come trottole. Per dodici giorni l’alta marea “ha impedito al Po di defluire in mare (i cavalloni che nascevano alla foce, dallo scontro tra Po e mare, mi spiega, accompagnando la descrizione con larghi gesti vivaci, sembravano campanili)”.

Ore 20,30. E’ arrivata la notizia, portata non si sa da chi, che il Po ha rotto. Circa la località vengono fatti più nomi, ma nessuno è sicuro. Al posto di blocco sulla nazionale, piombano le informazioni più strane e allarmanti. Mai come in queste occasioni la gente dà sfogo alla sua fantasia, inventando sui fatti reali, ricamandoci sopra, fino a ingannare se stessi e gli altri. Strana natura del polesano, duro e sognatore, rumoroso e solitario, violento e delicato. non per niente qui è nato il detto: “De quelo che i dixe o che se sente, credi gnente; de quelo che te sa, la metà de la metà”.

Lo scroscio dell’acqua è assordante, pauroso. Siamo ormai in vista dello squarcio. L’acqua entra con una velocità e un fragore di cascata, scaraventando ondate furiose contro l’argine, che si sgretola aprendo sempre più la bocca”.

In quella prima notte “strana, come sospesa” i barcaioli hanno cominciato a prestare soccorso, remando anche per “venti ore con un solo pasto in corpo”, fino allo sfinimento, fino a non poterne più.

Ed è questa la parte del libro che coinvolge, terribile nelle descrizioni, nel racconto del dramma, dello sfinimento, della paura, della commozione.

Si naviga così nella più assoluta oscurità, senza più sapere né dove si è, né dove si va”.

Che strano effetto non veder più strade, cancelli, siepi, reti. Di certe casupole resta ormai fuori solo il tetto, e bisogna stare attenti a non passarci sopra”.

Da Grignano verso il Canal Bianco, i barcaioli remavano a fatica su un mare d’acqua, seguendo le punte di filari d’alberi e qualche lampione che spuntava, in mezzo alla nebbia, con solo i campanili visibili a distanza a indicare un paese. Così, per ore e ore; presi da correnti, con l’acqua che arrivava a velocità vertiginosa a scaraventare lontano anche trecento metri le barche, con il rischio dì capovolgerle. “L’impeto della corrente è impressionante” ha scritto Cibotto, trasmettendo la paura tremenda di venir presi dalla rapida, trascinati via per chilometri a cozzare contro siepi e viti, sbattuti contro il muro di un fienile.

E poi le grida della gente rifugiata sui tetti, in attesa di qualcuno che arrivasse a salvarla; gli animali sui fienili o abbrancati a qualsiasi cosa sopra l’acqua; il guaito del cane lasciato indietro perché non ci stava nella barca piena di persone. Lo strazio degli abbandoni oltre alla perdita di tutto.

Nei paesi, con la piazza ridotta a un lago, le persone rimaste erano radunate nelle chiese o nelle scuole, senza cibo da due giorni, in attesa dell’arrivo di qualche soccorso.

Abbiamo fatto la spola tutto il mattino fra il paese e Capobosco, dove per l’incidente di ieri (una barca piena di persone rovesciata e un soccorritore lombardo morto) e per la corrente rapinosa, non ci vuole andare nessuno, meno di tutti i soldati e i pompieri”.

Sotto sera, abbiamo udito delle grida di aiuto da una casa fuori mano. Stava ormai crollando, e c’erano dentro quindici persone. Ne abbiamo caricato tredici, salvo due vecchi che non ci potevano stare e sono rimasti a salutarci rassegnati, da una finestra piena di gerani. Appena partiti, dopo neanche duecento metri, la casa è crollata. Lupo si è messo a piangere come un bambino”.

Il pericolo di affondare “passando continuamente sopra reti, cancelli, pali, frutteti, non sarebbe cosa impossibile, dato che basta una punta qualsiasi”.

D’altronde, a pensarci bene, pare che l’acqua si diverta a scherzare. Non fanno in tempo a correre da una parte, che già comincia a minacciare da un altro punto. Per esempio, la corrente che fino a poche ore fa si scatenava a velocità turbinosa verso Roverdicrè, adesso ha cambiato direzione e viaggia in senso opposto. Chissà per quali ragioni. Anche nei due scoli chiamato condotti, l’acqua che fino a ieri risaliva in direzione contraria al suo corso normale, adesso è ritornata a scorrere secondo l’antico verso, rapidissima. Ho provato a chiedere dei ragguagli a un amico ingegnere, ma ne sa quanto me. “Misteri della natura, “ mi ha risposto”.

La guerra non era così lontana, tanto da riviverne una certa atmosfera di lutto, di paura, di incertezza estrema sul futuro; di perdere tutto, ancora una volta.

In fondo noi giovani al vivere provvisorio siamo già predisposti e come assuefatti. Rassegnati in partenza, oserei dire, a buttarci dietro periodicamente ogni cosa, e a ricominciare da capo. Perché così, finora, abbiamo sempre vissuto. Forse in questo gioca anche il fattore giovinezza, certo nostro non credere più a niente, sentirci ossi di seppia, per dirla con quello che resta il poeta più caro, Montale. Ma per chi ha lavorato tutta una vita in un mondo ricco di tradizioni, e sa che ogni oggetto, ogni sedia, ogni tavolo, ogni pietra della casa gli è costata ore di lavoro, stagioni di sudori e preoccupazioni, e si può dire ha segnato progressivamente la realizzazione di un sogno, il compimento di tante speranze, una faccenda del genere deve essere come una mazzata. Tanto più che non si può ricominciare di nuovo a cinquant’anni”.

Cibotto racconta anche la guerra fra gli agricoltori: quelli a cui i terreni non erano andati sott’acqua picchettavano le loro proprietà per timore che altri tagliassero qualche argine per far defluire l’acqua nei loro campi. Oppure quelli che premevano perché un canale venisse aperto mentre altri lo volevano chiuso. Il campanilismo era – è – feroce, aveva “le facce indurite, i lineamenti stravolti” del contadino che “con taccagna tirchieria e cupa ostinazione” difendeva la roba.

Gente indocile la polesana, amara, di poche parole, sentenziosa e amante del vino e delle strambe fantasie; gente violenta, rissosa, eppure piena di abbandoni, capace di avarizie feroci e di squisite gentilezze, portata alla solitudine, ai pregiudizi, alle superstizioni, con individualità, come ha scritto Marchiori, del tipo toccato dalla follia.

L’incidente del ‘camion della morte’ a Frassinelle, nella notte del 14 novembre, è raccontato da un sopravvissuto, un soccorritore. Il camion portava viveri di estrema necessità alla popolazione di Frassinelle. Giunto in piazza è stato preso d’assalto da un gruppo di persone che volevano salire per rifugiarsi a Rovigo. Il camion è partito con quasi settantacinque persone. Ma “l’acqua non si fece aspettare, e rapidamente invase la strada… la corrente arrivava a velocità fortissima… L’acqua investiva l’automezzo con raffiche diagonali, veementi, e aumentava con ritmo impercettibile, ma continuo. Dopo un po’ le donne, specie quelle con i figli stretti intorno, persero la calma, mettendosi a gridare come disperate. Alternavano le grida con i lamenti, le imprecazioni con le preghiere ai santi e alla Madonna, aumentando il terrore generale. Mano a mano che l’acqua saliva – un’acqua freddissima e sporca – qualcuno, specie i bambini e i vecchi, moriva. Era una morte sempre uguale, silenziosa: un fiotto di sangue dalla bocca e poi via trascinati dalla corrente. I corpi sparivano, riapparivano, sparivano ancora per sempre”.

Proverbio polesano: “L’acqua e ‘l cuor fa morire in silenzio”.

Non mancano pagine di colore, verso Adria. “Ci sarebbero mille cose da raccontare. Del paese che sta tutto rattrappito sott’acqua, della gente che ci saluta tranquilla dalle finestre superiori come se fossimo cari amici di passaggio, delle carogne di bovini sparse dovunque a decine, simili a tamburi sporchi, del gatto impassibile che su un tetto sta facendo fuori a regola d’arte un topo, del cane lupo che da un pagliaio implora come un pazzo di prenderlo in barca, dei fili della corrente elettrica che affiorano appena e ricordano il pentagramma di un foglio di musica, dove gli uccelli appollaiati rappresentano le varie note, dei Salici che affondando i rami sembrano elementi irreali d’una pittura cinese”.

Poi é arrivato il momento della burocrazia, dei mediatori che “volati come falchi dalla Bassa padovana e dalla zona ferrarese, strappando a chi spaventato scappava senza nemmeno più capire quello che faceva, bestiame, attrezzi, maiali, foraggio; tutto per due soldi”. E gli scampati, sfollati, mandati “nei luoghi più disparati della penisola”, con i loro fagotti.

Nelle sue cronache Cibotto porta anche riflessioni che, “nella breve secchezza” delle parole, sono più attuali che mai. “Perché il nostro sia un paese costituzionalmente destinato a una funzione storica di secondo ordine, non è cosa tanto difficile a spiegarsi. Basterebbe entrare in piazza Vittorio Emanuele e ascoltare i soliti crocchi immobili davanti ai caffè, appoggiati alle colonne dei portici oppure seduti intorno alla base del monumento. Parlano come se intorno a loro fosse tutto normale e la vita procedesse ordinatamente. Se della gente in questo istante muore, ha bisogno di aiuto, che gliene importa? Fare appello alla solidarietà, al senso sociale, al dovere civico, è come usare una lingua sconosciuta. Salvi loro e i loro interessi, il resto non conta. In fondo perché è nato il fascismo? Perché le manganellate date al vicino di casa erano un fatto che riguardava soltanto lui, e non un’offesa alla libertà comune”.

Perché il disastro non si può già più descrivere con le parole, ma si misura dal silenzio di chi guarda sgomento, di chi non si decide ancora a dare il primo colpo di vanga, che significa ritorno alla vita”.

  • 70 anni dopo. La Grande Alluvione”, Palazzo Roncale | Rovigo 23 ottobre 2021 – 30 gennaio 2022
  • Gian Antonio Cibotto, Cronache dell’alluvione, Polesine 1951, La nave di Teseo, 2021

4 Comments

  1. Ero molto piccola al tempo; ma il racconto, da noi, è durato anni; qualche conoscente; qualche scampato. Un amico che, molto piccolo, la cui famiglia si era trasferito a Treviso, ricordava lo stupore di una o più notti in una soffitta con cani galline e il maiale o qualcosa del genere.
    Grazie di aver segnalato la mostra. Cercherò di farmi una piccola gita a Rovigo, che tra l’altro è una cittadina molto bella.
    E certamente sarà interessante il libro di Cibotto, che non conoscevo.

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    1. Il libro di Cibotto è veramente interessante. Per quanto riguarda la mostra mi sarei aspettata un maggior numero di foto, vista la quantità di immagini che ci sono in rete, invece non è molto ampia. Hanno lasciato spazio, nella seconda parte, alle bellezze naturali del delta e alla ricollocazione del territorio nell’ambito turistico. Ma, frequentando quei posti d’estate, io li vedo tuttora abbandonati e depressi.

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  2. Intanto, è un piacere rileggerti, Gina! Ci dai conto di una mostra importante e bella ( ma tu ci hai sempre informati di mostre da visitare ed io spesso ho seguito le tue indicazioni; altre volte i tuoi commenti sono stati un approfondimento di mostre già viste) e tragica . L’ avevo già notata, questa e volevo metterla in calendario ma…la sospensione con cui dobbiamo fare i conti è sempre lì a decidere per noi. In ogni caso, il libro di Cibotto è davvero molto interessante, crudo e sincero, come è necessario.
    “Parlano come se intorno a loro fosse tutto normale e la vita procedesse ordinatamente. Se della gente in questo istante muore, ha bisogno di aiuto, che gliene importa? Fare appello alla solidarietà, al senso sociale, al dovere civico, è come usare una lingua sconosciuta.”
    Illuminante nella sua efficace sinteticità, peccato che illumini il buio in cui stiamo vivendo.
    Un caro saluto.

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    1. Ciao Renza, sono tornata un po’ a rilento, ma le cose della realtà di cui devo occuparmi (lavoro soprattutto) mi tolgono tanto tempo ed energie. Ti ringrazio per le parole che mi scrivi, fanno bene allo spirito!.
      Per quanto rigurda il libro di Cibotto posso solo confermare che vale veramente la lettura. La sua è una cronaca priva di retorica e coinvolgente, fa capire veramente il dramma di quanto è successo.
      Della mostra sono invece rimasta un tantino delusa perchè mi sarei aspettata un maggior numero di foto, vista la quantità di immagini che girano in rete. Inoltre viene dato spazio, in una seconda parte, alla ‘ripresa’ odierna che significa bellezze naturali del delta (ed è vero) e turismo nelle località di mare. Frequentandole d’estate però io vedo, di quel territorio, l’isolamento e l’abbandono che un turismo mordi e fuggi non riesce a superare. Un caro saluto a te

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