Dialoghi sul male

Quando ero adolescente frequentavo il ricreatorio della mia parrocchia ed un giorno ho avuto una accesa discussione con il parroco sul male. Lui diceva che il male era incarnato dal diavolo e io sostenevo che il diavolo era solo una delle possibili rappresentazioni. Il don si è sentito offeso dalla mia insistenza e dalla mia scarsa considerazione di questa entità religiosa che parrebbe incarnare tutto ciò che di malvagio, maligno, crudele esiste nel mondo. Io sono rimasta della mia idea ma senza riuscire mai a dare una forma chiara come la sua a questa faccenda del male.

Da allora qualcosa in più mi sembra di aver capito: il male fa parte della vita come il bene e ne è strettamente intrecciato; ha tanti modi di manifestarsi ma, soprattutto, nessuno è immune perché se ne sta annidato nell’ombra dell’animo umano. Capita nella quotidianità di incontrare persone che riescono a trasmettere la sensazione del male e quando succede nella mia attività professionale non è possibile evitarlo: la pratica analitica ti mette a contatto con le passioni che “non sono mai pulite” e sporcarsi le mani fa parte del mestiere.

È quello di cui scrive Luigi Zoja, psicoanalista junghiano, che in Dialoghi sul male dà voce a tre donne che in un lungo monologo raccontano la storia che le riguarda. Lontane tra loro nello spazio e nel tempo mostrano come la Storia ufficiale diventi storia individuale e condizioni la vita; come il male pubblico, delle dittature e delle ideologie, trovi il modo di farsi strada, anche senza troppa fatica, nell’animo del singolo individuo, lo contanimi fino a impadronirsi del pensiero e del comportamento.

La prima, Il tappeto, è una storia terribile che ho letto d’un fiato come se fossi stata trascinata in un vortice nero di orrore. Sembra una storia distopica ma fa parte di un periodo chiamato Rivoluzione Culturale, lungo dieci anni, nella Cina di Mao. La volontà di distruggere il vecchio sistema, per impedire che i modelli tradizionali continuassero a esistere, si è basata su un lavaggio mentale su 13 milioni di studenti delle scuole medie. Per dieci anni, dal 1966 al 1976, sono state compiute atrcocità e sono morte da 1 a 3 milioni di persone. Certamente meno dei 36 o 45 milioni provocati dal precedente Grande Balzo in Avanti ma risulta sconvolgente il rovesciamento, mai successo nella storia umana. Non si trattava solo di incoraggiare le denunce ma di sostenere la malvagità nei ragazzi e nelle ragazze, di favorire lo sfogo degli istinti più bassi, di rompere i legami familiari e generazionali: i giovani, gli studenti, diventando Guardie Rosse, acquisivano il potere e il dovere di rieducare genitori, nonni, insegnanti, la storia intera. La vicenda di Wang e della madre Litzhou fa accapponare la pelle per l’incontro con la malvagità che certi meccanismi di sobillazione, anonimato nella massa, desiderio di difendersi e rivalersi nello stesso tempo producono. Le vittime/carnefici sono prese in un vortice che confonde i confini tra bene e male.

Se in Europa la ferocia si era riversata tra stati, in Cina si era riversata dentro il paese attizzando l’odio, intaccando equilibri sia interni alle famiglie che interni alla mente.

Il Comitato Centrale del Partito Comunista Cinese nel 1981 ha giudicato la Grande Rivoluzione Culturale come “dieci anni di caos, responsabili di gravi danni causati alla Cina e al Partito” condannando la Banda dei Quattro ma salvando Mao come rappresentante della continuità cinese.

Il Secondo dialogo si intitola Perchè vivere? e si svolge a Zurigo nell’estate del 1978. Si intuisce che questo è, dei tre, la narrazione più autobiografica.

La protagonista è Sophie, una giovane ragazza figlia di genitori emigrati in Svizzera che entra in contatto con il terrorismo rosso. Questa è una storia che sento più vicina perchè ho attraversato quegli anni e sono stata ‘contaminata’ dalle idee e dalle passioni politiche. So quanto sia difficile mantenere la distinzione chiara tra il bene e il male nel momento in cui si abbracciano ideali assoluti che professano la lotta per un mondo più giusto ed equo per tutti, che dicono che combattere i privilegi è un dovere. Ma questa lotta fino a che punto si può spingere? E le passioni dovrebbero restare all’interno di chi le sente oppure “il cuore va gettato oltre l’ultimo ostacolo“?

Seguire i versi di Brecht che si concludono con “fucili o catene” oppure quelli di Toller che dice: nessun uomo può “uccidere un uomo in nome di una cosa“?

L’appello alla lotta assoluta ha affascinato molti giovani di quel tempo. Si è ascoltato un ‘demone antichissimo‘, come lo chiama Zoja, credendo di scrivere un nuovo domani, ma si sono raggiunte, invece, vette di follia in quel secolo appena passato, contaminando tutti.

L’ultima storia si svolge a Buenos Aires nel 2018. Telma, una signora benestante, si rivolge a una psicoanalista per un male di vivere che dipende dalle sue origini. Ha scoperto di essere una dei neonati dati segretamente in adozione durante la dittatura argentina. Anche in questo dialogo troviamo una tragedia storica e contemporaneamente personale.

Le storie di Zoja sono racconti di analisi, costruite come dialoghi con una struttura triangolare: il/la narratore, l’analista, il supervisore. Mostrano un aspetto importante della cura della parola. Come ha detto Zoja in un’intervista le analisi e le psicoterapie curano non perchè vai da un’analista, come succede nelle serie tv americane, ma perchè hai perduto qualcuno o qualcosa che ti ha fatto soffrire immensamente. Le perdite non le restituisce nessuno ma la narrazione costruisce un filo che dà continuità alla vita e senso alla sofferenza. Il male, come il dolore, è parte di questo percorso perchè ogni cosa viene costantemente filtrata dal male più per l’inconsapevolezza delle persone che per intenzionali opere di malvagità. Questa inconsapevolezza è il caos a cui dare ordine.

2 Comments

    1. Eccomi a risponderti wwayne, dopo essere andata a leggere e commentare il tuo ultimo post.
      Purtroppo ho poco tempo per aggiornare il mio e non perchè mi manchi materia su cui scrivere. Sono anche in una fase di ripensamento

      "Mi piace"

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