Una vita degna di essere vissuta.

Ho sviluppato questo trattamento per adempiere a un voto che avevo fatto quando ero molto giovane. E il posto in cui ho fatto quel voto era l’Institute of Living, perché mi trovavo qui come paziente – reparto a piano terra, quello ‘chiuso’, per tutto il tempo

Marsha M. Linehan

Building a Life Worth Living: la prima cosa è stata andare a leggere il titolo originale del libro per capire se quello italiano corrispondeva oppure era ad effetto. Questo perché quel ‘degna di essere vissuta’ ha attivato il mio spirito critico: e se non fosse stata degna? ma degna in che modo e secondo quale criterio?

Solo leggendo il libro sono riuscita a rispondermi.

Marsha Linehan è una ricercatrice e scienziata che insegna Psicologia e Psichiatria presso l’Università di Washington. È nota perché ha ideato la DBT (Dialettica Behavior Therapy), un trattamento cognitivo-comportamentale per i disturbi borderline. Questo libro è la sua autobiografia e spiega perché è diventata quello che è e ha fatto quello che ha fatto. 

Sono stata incuriosita dal libro perchè non si presenta come un manuale ma racconta una vicenda dal punto di vista personale e biografico. Inoltre ho dato avvio, nel mio servizio, a una equipe di diagnosi e cura per adolescenti con psicopatologia grave, con comportamenti suicidari e di autolesionismo, per cui sono interessata alle diverse esperienze di vita e di trattamento di questi disturbi.

Marsha Linehan ha fatto un viaggio all’inferno e ritorno, passando da essere una adolescente suicidaria e autodistruttiva a una ricercatrice e scienziata in un mondo accademico dominato dagli uomini. Un passaggio lungo, difficile e tormentato, che lei descrive in questo libro esponendo molto di se stessa, della sua famiglia, dei suoi pensieri intimi, delle emozioni forti, della disperazione, della forza per riprendere un posto nel mondo. Da questa vicenda personale è nata la DBT (Dialectical Behavior Therapy), “un programma di trattamento comportamentale non tanto un approccio psicoterapico individuale” per le persone altamente suicidarie e autodistruttive, alle quali spesso viene diagnosticato un disturbo borderline della personalità. Il metodo è stato sviluppato nel 1980 ma i semi della “passione nel tirar fuori la gente dall’inferno” sono stati piantati nel 1961 quando, a 18 anni, era stata internata in una casa di cura per malattie mentali.

LA DISCESA ALL’INFERNO

Marsha era una studentessa brillante che, a un certo punto, si è rinchiusa in se stessa, sentendosi inadatta e incapace a vivere.

Nata a Tulsa, in Oklahoma, nel 1943 ha trascorso l’infanzia in una famiglia borghese e cattolica degli anni 60, quelli della società americana dove i modelli erano rigidamente definiti. Le aspettative della famiglia non erano corrisposte da questa figlia che, per quanto si sforzasse, non coincideva con l’idea della madre. Era diversa: in sovrappeso, non era attraente e non stava zitta, era impulsiva. Da adolescente non aveva neppure un ragazzo, come le altre coetanee. Non riusciva a soddisfare la madre, qualunque cosa facesse.

Questa costante disapprovazione, questa continua sollecitazione a essere qualcun altro” corrisponde all’ambiente invalidante e traumatico.

Può essere l’accumulo di una costante lettura errata delle emozioni da parte di altri, come quando qualcuno insiste erroneamente sul fatto che una persona è arrabbiata, gelosa, impaurita, o che mente, oppure insiste sul fatto che la persona ha motivazioni interiori che non ha. Il trauma è più probabile quando queste azioni fanno sentire l’individuo emarginato”.

Una disconferma continua a quello che era e una pressione ad essere altra hanno portato, qualche settimana prima del diploma, il 30 aprile 1961, al ricovero all’Insitute of Living di Hartford in Connecticut. Sintomi: notevole stress e isolamento sociale, mal di testa.

In quel luogo ha imparato a tagliarsi.

La letteratura di ricerca sulle ferite autoiflitte indica che sono un fenomeno altamente contagioso nelle istituzioni e che chi si taglia spesso trova l’atto virtualmente indolore ed emotivamente calmante […] Chi si taglia lo vede come una soluzione al dolore emotivo. E, da un punto di vista medico, ora sappiamo che quando una persona si taglia in questo modo, le endorfine, che possono essere pensate come oppiacei naturali, vengono spesso rilasciate nel sangue e il loro effetto è quello di ridurre lo stress e indurre un senso di benessere”.

L’istituzionalizzazione può fare più male che bene.

Fu una discesa allarmante, rapida e completa verso l’inferno. Persi il controllo e persi me stessa“.

La descrizione dei due anni trascorsi in Istituto e delle ‘cure’ adottate è spaventosa. Marsha Linehan la fa in modo neutro, senza apparente emozione, senza manifestare rabbia, anche se dalle sue parole riusciamo a cogliere la profonda disperazione di una ragazza che sta male e che viene sottoposta a pratiche di cura che non possiamo ora non considerare come pratiche di tortura.

Per riportare all’ordine le ricoverate che creavano problemi le infermiere usavano la terapia dell’impacco freddo. 

Questa consisteva nell’essere spogliate nude, avvolte in lenzuola bagnate che erano state conservate in un congelatore e legate al letto con delle cinghie. Si rimaneva sdraiate lì, immobili, per quattro ore. L’effetto della terapia è quello di calmare la persona agitata e ci sono dati fisiologici che spiegano perché funziona. Il freddo induce una risposta di rilassamento che, tra l’altro, è il risultato di un abbassamento della frequenza cardiaca e della pressione sanguigna”.

Quando il comportamento era altamente disregolato – autolesività e tentativi di suicidio –  c’era la stanza dell’isolamento. In questa Marsha è stata rinchiusa per dodici settimane consecutive, dall’inizio di novembre 1962 all’inizio di febbraio 1963 “un periodo di tempo quasi impensabile, anche a quei tempi. Lì dentro mi era proibito fumare e non dovevo avere contatti con le altre pazienti”.

La considerazione che poi, da terapeuta, Marsha ha fatto su queste tecniche che avevano lo scopo di controllare e dissuadere è stata che non scoraggiavano i comportamenti suicidari ma anzi peggioravano la situazione. “Cercare di controllare una persona suicidaria spesso la fa peggiorare, non migliorare. Invece di ridurre il comportamento disfunzionale, cercare di controllarlo può rafforzare o favorire il comportamento”. L’osservazione, da terapeuta, è che i comportamenti suicidari, come risposta inconscia, sono rinforzati dal ricovero in ospedale, a causa dell’attenzione e delle cure che vi ricevono.

Ora sospetto che il mio comportamento suicidio sia stato probabilmente rinforzato dai maggiori sforzi fatti per aiutarmi”.

Si tratta di non premiare attivamente i comportamenti suicidari, rispondendo a essi, invece, in modo avverso. Ci vuole molto coraggio per farlo, ma, se fatto bene, può essere molto efficace”.

Due lunghe serie di elettroshock (una procedura che oggi sarebbe considerata barbarica) ha provocato dei danni cerebrali che hanno contribuito a un profondo vuoto di memoria. 

Dopo aver fatto diversi cicli di terapia elettroconvulsivante, che a quei tempi non era sicura come oggi, persi la memoria di ogni cosa e persona e, purtroppo, anche la capacità di leggere e ricordare le note musicali e di suonare il pianoforte”.

Me ne stavo in mezzo alla stanza del Thompson Two per lunghi periodi di tempo, come un uomo di latta, incapace di muovermi, completamente svuotata, impossibilitata a comunicare o dire a qualcuno cosa avevo dentro, sapendo che nessuno poteva aiutarmi”.

È difficile descrivere la noia assoluta che provano i pazienti rinchiusi in questi reparti di lunga degenza”. Un tedio immenso che possiamo solo immaginare.

Giurai a Dio che mi sarei tirata fuori da quell’inferno e che, una volta fatto questo, sarei tornata all’inferno e ne avrei tirato fuori le altre persone. Da allora, quel giuramento ha guidato e controllato pressoché tutta la mia vita”.

Il 30 maggio 1963, dopo due anni e un mese, è uscita dall’Institute of Living. Aveva vent’anni.

Ha sofferto di un’amnesia completa di quel periodo, dai 18 ai 25 anni, frutto delle ‘cure’ a cui era stata sottoposta. Dei due anni trascorsi in istituto ha solo qualche flash e non è in grado di raccontare tutto per la quasi totale mancanza di memoria. Per ricostruire i ricordi ha dovuto ricorrere alle testimonianze di altri: dei fratelli, della sorella, di amiche e professori che l’avevano conosciuta.

Di quello che ha vissuto Marsha fa alcune considerazioni.

L’ospedalizzazione e l’eccesso di farmaci ebbero probabilmente un ruolo importante nella mia discesa all’inferno”.

La compassione degli altri non basta. All’inizio è un sollievo ma non può placare il dolore“.

Più che dei farmaci, dei periodi di isolamento, degli impacchi freddi e dell’osservazione costante, più che delle sedute con uno psichiatra compassionevole, avevo bisogno di ‘abilità’. Abilità per regolare le mie emozioni e il mio comportamento, abilità per tollerare il dolore con cui vivevo e abilità per chiedere e ottenere effettivamente ciò di cui avevo bisogno”.

GLI STUDI, IL PERCORSO SPIRITUALE E LO ZEN

Il processo di riadattamento alla vita, con la ripresa degli studi, il diploma e la laurea, è stato lungo e difficile. Il dolore non era scomparso ma c’era la capacità di chiedere aiuto e un obiettivo da raggiungere per dare un significato alla vita.

Chiama “Competenza apparente” il modo di vivere di quel periodo, apparentemente normale ma pervaso da una sofferenza interiore. “Si tratta di quando una persona sembra avere il controllo della sua vita mentre dentro di sé è in una condizione di totale tumulto e sofferenza emotiva. Spesso dentro di me provavo un intenso dolore, soffrivo, ma allo stesso tempo apparivo padrona di me stessa […] chiamavo questi due aspetti di me stessa ‘abito di superficie’ e ‘abito interiore’ “.

Gli studi e la ricerca sono stati una parte importante del percorso.

Il primo progetto era di diventare psichiatra, ma la scoperta che “la psichiatria non sembrava avere trattamenti efficaci per i disturbi mentali gravi, in particolare per i soggetti suicidari” ha spostato la decisione verso la ricerca scientifica, scegliendo la scuola di specializzazione in Psicologia Sociale, un approccio che si concentrava principalmente sulla ricerca sul comportamento umano. Nell’area della Psicologia Sociale – in cui non si presta molta attenzione ai diversi tipi di psicoterapia, perché non prevede il contato con i pazienti come nella Psicologia Clinica – la pubblicazione di alcuni testi l’ha orientata verso la prospettiva comportamentista, che si basa sull’apprendimento sociale.

Grande spazio hanno sempre occupato per l’autrice, accanto agli studi, le esperienze spirituali e mistiche. Molte pagine del libro sono dedicate alla fede e ricerca spirituale sulla quale non mi soffermo perché mi hanno un tantino annoiato, anche se penso che chi ha vissuto le esperienze di Marsha abbia bisogno di sentirsi parte, in modo totalizzante, di un credo forte che dia senso alla vita. La religione cattolica ha rivestito un ruolo importante per lei e, dentro il cerchio chiuso del cattolicesimo, è nato anche l’amore per Ed che però ha scelto di diventare prete e poi di rinunciare alla veste per sposare un’altra. Una delusione, quindi.

Nel 1971 ha conseguito il dottorato e poi ha seguito, nel post dottorato, il primo programma di terapia comportamentale, nel 1972.  

In tutto ciò che ha fatto – esperienze di studio e lavoro, ricerca incessante di Dio e della dimensione spirituale che l’hanno portata a diventare una maestra ZEN – Marsha Linehan ha mostrato una grande perseveranza: “La perseveranza è sempre stata una delle mie caratteristiche principali: ho perseguito con tenacia i miei obiettivi, senza mai arrendermi. Adempiere al mio giuramento a Dio è il tema primario, naturalmente”.

Racconta come situazioni e avvenimenti della sua vita l’abbiano portata a ideare strategie di tolleranza e superamento delle difficoltà, che sono i punti della DBT. Gli stessi episodi che riporta sono esemplificazioni di quello che può capitare nella vita e del modo di farvi fronte. Fa della sua vita un manifesto per il trattamento che ha ideato.

A metà libro si trovano descritte le abilità DBT che insegnano a essere efficaci nel mondo, come l’assertività e la tolleranza alla sofferenza; la mindfulness che ha introdotto nella sua forma di trattamento; le esperienze ZEN che ha cercato di inserire nella pratica clinica.

Sono molto lontana dalla cultura della società americana che Marsha Linehan descrive; guardo con scarso interesse alle pratiche spirituali e mistiche, che siano del cattolicesimo o di altre religioni; sono scettica rispetto alle teorie cognitivo comportamentali in quanto mi sono formata nella cultura psicoanalitica; adotto nella pratica clinica altre modalità di cura rispetto a quanto previsto dall’autrice ma mi sono sentita partecipe nella lettura delle sue esperienze di vita e della sua ricerca.

L’ultima parte è stata commovente. 

Nel 2011 decise che era il momento di raccontare la sua storia. A parte la famiglia quasi nessun altro sapeva del suo ricovero come paziente in un istituto psichiatrico. I pochi colleghi con i quali si era confidata in passato l’avevano sconsigliata di rivelare questa fase della sua vita in quanto l’avrebbe discriminata in un mondo accademico e di ricerca estremamente selettivo e molto maschile. Ma la tecnica che aveva ideato aveva ormai raggiunto notorietà e solidità nel trattamento della cura dei pazienti borderline per cui decise che era ora di raccontare che dall’inferno si può fare anche il viaggio di ritorno. Propose quindi una importante presentazione accademica sulla storia della DBT proprio all’Institute of Living, la struttura psichiatrica in cui da ragazza aveva trascorso due anni.

Ho sviluppato questo trattamento per adempiere a un voto che avevo fatto quando ero molto giovane. E il posto in cui ho fatto quel voto era l’Institute of Living, perché mi trovavo qui come paziente – reparto a piano terra, quello ‘chiuso’, per tutto il tempo”.

Il libro segue a quella rivelazione pubblica. 

La progettazione di questo libro ha richiesto un lungo viaggio attraverso la mia vita per poterla comprendere e descrivere in modo coerente […] La mia ultima speranza è che questa storia aiuti altre persone a vedere che è possibile uscire dall’inferno e costruire una vita degna di essere vissuta”.

La lettura di questo libro mi ha fatto attraversare territori della mia esperienza di vita. Anche quelli che non pensavo di avere.

Sono entrata nella dimensione di una adolescente sofferente che ha trovato risposte che noi oggi consideriamo allucinanti e terribili; mi sono annoiata nella lunga fase di recupero e formazione (ma il pensiero mi dice che ogni fase di recupero è lunga, lenta e inevitabilmente noiosa); la professionista che è in me non ha potuto non considerare esorbitante e improprio l’approccio al trattamento per passare, comunque, alla curiosità di capire come e perché funziona. Infine sono arrivata a comprendere, in modo empatico, le rivelazioni di questa donna che, ormai anziana, si sta palesemente distaccando da una vita intensa, dolorosa e impegnata. Quindi: un applauso a lei e alla sua tenacia, determinazione o resilienza, se vogliamo usare un termine attuale, alla sua capacità di usare la vita vissuta come uno strumento di aiuto per le persone che la vita la soffrono.

Una vita degna di essere vissuta by Marsha Linehan è stato pubblicato nel 2020 e in Italia nel 2021 per Cortina nella serie Storie di psicoterapia.

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