L’isola del drago

Si meravigliò per come gli uomini riuscissero a trasformare il mondo in una sorta di ballo in maschera, e della facilità con cui una donna riusciva a imparare a ballarlo

Dico subito che il quarto è il mio romanzo preferito. Se piace il genere fantasy la serie è da leggere, tutta, senza farsi spaventare dal numero di pagine che, alla fine, non ti accorgi neppure di aver sfogliato. Ma la quarta… la quarta parte trovo che sia la migliore! Non perché è al femminile ma perché il femminile è inserito a pieno titolo nell’avventura generale, non è accessorio ma ha un suo valore specifico. Inoltre rispecchia sentimenti e vissuti che mi appartengono, pensieri che ho pensato. E non faccio fatica a credere che, al pari mio, molte donne vi si riconoscano, come se Ursula Le Guin avesse condensato in queste pagine frammenti che appartengono a tutte noi.

La presenza di una figura femminile muove, a me, un maggior coinvolgimento nei romanzi e nelle storie in genere. Come quando ero piccola e amavo guardare i film western, li adoravo addirittura, ma ogni volta restavo in attesa che tra tutti quegli uomini comparisse qualche donna, almeno una donna che non fosse una presenza trasparente, chiusa solo tra mura domestiche, che non fosse una comparsa con nessun’altra funzione che entrare e uscire dalla porta di casa. E quando succedeva la storia mi piaceva di più perché, pur identificandomi nei valori che motivavano la lotta dei buoni contro i cattivi, non riuscivo del tutto a sentirmi partecipe in quel mondo così totalmente maschio, monco della presenza delle donne. 

Ursula Le Guin, nella saga di Earthsea, ha creato un’alternanza tra maschile e femminile, ha distribuito i primi piani delle scene equamente tra Ged e Tenar, descrivendo la secolare separazione tra il maschile e il femminile sancita dalla comunità degli uomini che ha confinato le donne in un genere differente e subalterno. E ha descritto come le donne hanno interiorizzato questa rappresentazione maschile del mondo. Il primo esempio che salta agli occhi è il movimento, inteso come possibilità di spostamento: nella fase della formazione Ged si muove per l’Arcipelago in lungo e in largo mentre Tenar cresce in un luogo chiuso e ristretto; nello svolgimento della vita la dinamica non cambia e l’eroe maschio, giovane o vecchio che sia, combatte per il bene del mondo girando per isole, mari e luoghi sconosciuti mentre l’eroina femmina se ne rimane a contemplare spazi che hanno un confine limitato, come nell’isola di Gont dove ci spostiamo, e rimaniamo, in questa quarta avventura. Possiamo anche dire che se per gli uomini è favorita l’azione, il girovagare per il mondo a lottare contro forze oscure, alle donne non resta che coltivare l’attività di pensiero e il fantasticare. 

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“Siamo preziose. Purché si resti prive di Potere”

Trama. A Gont, Tenar era approdata dopo la fuga da Atuan e lì aveva deciso di restare vestendo, volutamente, i panni di una comune donna dell’isola, senza nessuno dei privilegi che il suo ruolo di sacerdotessa avrebbe potuto garantirle. 

Ursula Le Guin ci sorprende per la capacità di creare personaggi che, pur inseriti in un genere fantasy, sono molto umani riuscendo così a tradurre situazioni e sentimenti che sentiamo vicini a noi. Soprattutto per i temi al femminile che, in questo quarto romanzo, sono osservati con uno sguardo che si è fatto più critico e dubitativo pur senza modificare l’assetto che la società ha costruito per le donne. Il libro è stato scritto nel 1990, quasi vent’anni dopo i primi tre, e questo tempo ha certamente inciso a favore di una maggior consapevolezza dei limiti della condizione femminile e del desiderio di superarli.

Tener, quindi. La ritroviamo nel momento in cui Ged e Arren sono in viaggio nelle Terre Aride per riportare l’equilibrio nel mondo. La ritroviamo a Gont con un altro nome e un’altra identità: si chiama Goha, ora, e vive alla Fattoria delle Querce, vedova di Selce, un agiato contadino della Valle di mezzo. 

Devo dire che trovo affascinante questa storia dei nomi che custodiscono l’identità, che cambiano per segnare il passaggio nelle diverse fasi della vita; la differenza tra il nome d’uso e il nome vero che corrisponde alla personalità e che si rivela solo a una persona verso cui si nutre profonda fiducia. Così Tenar, dopo essere stata Arha, è diventata Goha, prendendo il nome del piccolo ragno tessitore dell’isola di Gont, dal caratteristico colore bianco, un nome che le si addice, perché anche lei è piccola e bianca. La chiamavano la Bianca Signora quando era arrivata con l’anello; la chiamavano anche la strega di Karg, dalla faccia bianca come la calce. Ma lei era Tenar dell’Anello. Eppure, per le ragioni che ci spiegherà, ha preferito/dovuto cambiare ancora identità. Si è adattata.

Tenar, quindi, che come ogni donna, come una donna qualsiasi è intenta a fare quel che fanno le donne. Abituata nella vita ad aspettare, e a pensare, a pensare… e noi, seguendo i suoi pensieri, ci troviamo spinte verso strade conosciute e verso angoli della mente poco frequentati.

Vediamo alcuni passaggi.

Cresciuta nell’insegnamento che che per essere potente si doveva sacrificare se stessa e gli altri, in uno scambio, dare per avere, si era resa conto, col tempo, di essere solo un contenitore, un’ancella al servizio di chi dettava le regole del gioco. Ha acquisito consapevolezza di questa limitatezza nel momento in cui ha trasgredito e la disobbedienza è stata possibile grazie alla libertà goduta nell’infanzia di correre per la gioia di correre (quanto mi piace scrivere questa frase!) e grazie, anche, alla fiducia di un uomo che l’ha fatta sentire ‘con’. Ripreso il suo nome vero, Tenar, era giunta a Gont con l’anello ed era diventata pupilla e allieva di un grande mago, Ogion. A lei, una donna, Ogion aveva voluto insegnare al sua arte. Come se non fosse una donna, come se fosse il suo apprendista, considerandola diversamente dalle altre. 

Ogion rappresenta il padre che sa riconoscere nella figlia delle potenzialità e le dà fiducia offrendole gli strumenti della conoscenza. Che grande valore hanno questi padri che favoriscono nelle figlie la capacità di costruire il proprio destino dando vigore alla possibilità di scegliere! Nei miei anni giovanili il femminismo definiva paternalismo l’atteggiamento di buona disposizione e aiuto da parte di un maschio adulto nei confronti di una giovane allieva. Penso che sia stato importante cogliere le implicazioni e i condizionamenti sottesi ma penso, anche, che ci fosse molta confusione e fraintendimento dovuto alla netta linea di demarcazione che impediva di cogliere le tante sfumature del rapporto. Almeno così sembra a me che ho avuto dei buoni padri: quello naturale e quello professionale. Mi hanno sostenuta con il riconoscimento e l’apprezzamento ad acquistare fiducia nelle mie capacità, ma mi hanno anche fatto sentire l’astio e l’invidia di altre. Perché il vantaggio di essere aiutate può diventare contemporaneamente motivo di rivalità con altre donne.

Lo descrive bene Tenar questo aspetto del confronto con le altre donne. Racconta come le parlavano con massimo rispetto ma “aveva però avuto l’impressione che quel rispetto fosse falso e che nascondesse un’invidia, un’antipatia e una sfiducia che aveva incontrato molte volte nelle donne rispetto alle quali si era trovata in posizione di superiorità, donne che vedevano se stesse come normali e lei come straordinaria e privilegiata […] distante dalle altre, superiore. Gli uomini le avevano dato il Potere, avevano condiviso il loro Potere con lei. Le donne la guardavano da lontano, a volte con rivalità, a volte con aria appena beffarda.
E Tenar si era sempre sentita abbandonata, esclusa. 
Così “era fuggita dai poteri delle conoscenze e delle capacità che le offriva il suo tutore, Ogion. Aveva voltato la schiena a tutto questo, era andata dall’altra parte, nell’altra stanza, dove vivevano le donne, per essere una di loro. Una moglie, la moglie di un agricoltore, una padrona di casa, che si serviva dei Poteri che spettavano per nascita alle donne, dell’autorità che le concedeva il mondo. E laggiù nella Valle di Mezzo, a Goha, moglie di Selce, le donne avevano sempre dato il benvenuto; certo, lei era una straniera dalla pelle bianca, che parlava in modo bizzarro, ma era anche una buona padrona di casa, bravissima a filare, con dei figli robusti e bene educati, e una fattoria ricca: una persona rispettabile. E per gli uomini lei era la moglie di Selce, che faceva quel che doveva fare una donna: letto, figli, torte, minestre, pulizia, filatura, cucito, lavare i piatti e servire in tavola. Un’ottima donna. La approvavano”.

Per sentirsi accettata, per provare un senso di appartenenza, si era adeguata all’unico potere concesso a una donna e l’aveva usato: essere moglie e madre. Come tutte le altre donne. Noi la ritroviamo così, una signora invecchiata che si è ben adattata al suo ruolo.

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«Vi hanno mai insegnato a fidarvi delle vostre forze?» […]
«No» disse la donna. «La fiducia non è una materia che ci hanno insegnato».

Trama. È ancora un uomo a dare una svolta alla vita di Tenar: il suo vecchio maestro Ogion la manda a chiamare perché sta morendo e le lascia un’eredità, quella di aspettare Ged al ritorno dalla Terra Desolata.

«Tenar, aspettalo…» le dice

E Tenar, che sa aspettare, lo aspetta. Lassù sul Grande Precipizio che si affaccia verso ovest, una cornice di roccia dove soffia il vento, un nido di falco, dove si trova la casa di Ogion, dove non aveva niente sopra la testa. Nella mia immaginazione questo è diventato uno dei mei luoghi dell’anima: il Grande precipizio, il Nido del falco, dove si può osare, nella solitudine, di essere se stesse al di là dei luoghi comuni e dei nomi imposti, in libertà. Un luogo un po’ selvaggio, solitario certo, ma immerso nella forza della natura. Fa bene a tutti trovare nella propria mente un’immagine dove stare nei momenti in cui si ha bisogno di un luogo protetto e solitario!

E qui succede un fatto di quelli che nella fantasia ti restano impressi, che ti piacerebbe vedere in un film con quei meravigliosi effetti speciali come quelli del Signore degli anelli o il Trono di spade. Tenar è lì che aspetta e a un certo punto vede arrivare il drago, con le spire di fumo dietro di lui, le ampie ali rosse come il fuoco, i lunghi artigli e il corpo scuro come il ferro. Ed è gloria della fantasia:

 «Kalessin», si presenta il drago. 
«Tenar», risponde lei. 

Si presentano così, semplicemente si riconoscono. Una donna e un drago! Ma non erano solo i maghi uomini a conoscere la lingua della Creazione? E ora, lassù, dove si è posato Kalessin, lei è Tenar. Lei adesso è una donna che parla con i draghi. Lei, che è vedova e con l’età non ha nemmeno più i poteri di una donna, entra in una nuova fase della vita, all’eterna ricerca di cosa? di identità? di appartenenza? «Io cerco ancora dove posso vivere» dice.

Poi il drago, che ha svolto il suo compito, se ne va. Ha riportato Ged, che sembra più morto che vivo. Ma siccome non è Ged, qui, il protagonista possiamo per un po’ lasciarlo in disparte. A riprendersi.

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Tehanu

E passiamo a un’altra figura che diventerà centrale nella storia. Anche lei femmina. Una misteriosa bambina che Tenar ha portato con sé, lassù. E – bisogna ricordarlo? – una bambina rappresenta sempre il futuro e il cambiamento. Sempre. Prima che la società, a un certo punto, le possa tarpare le ali per effetto di quella violenza simbolica che è invisibile perché passa attraverso la visione del mondo. Noi dobbiamo sapere che c’è un collegamento diretto con la violenza manifesta perchè quella simbolica ne è il precursore. Ursula Le Guin usa, quindi, questa terribile immagine di una bambina che è stata spinta nel fuoco quando aveva sei o sette anni. È stata consumata dal fuoco e dagli uomini che l’avevano usata per i loro bisogni e i loro giochi e la donna che era sua madre l’aveva permesso. L’avevano violentata, picchiata, poi gettata sul fuoco. Una povera, piccola bambina maltrattata, quindi. Una bambina deforme, con solo mezza faccia e una mano rattrappita (metafora dello svantaggio delle donne e del danno che questa società riserva loro?). E Tenar l’ha presa a vivere con sé, dopo averla salvata, nonostante non fosse possibile guarire la mezza faccia e l’occhio bruciati. L’ha chiamata Therru che significa fiamma, incendio. Simbolo del male che le era stato fatto con la violenza e con il fuoco (ah, il significato dei nomi!).

Tenar prende dunque con sé la bambina bruciata. Per vincere sul male. Perché anche lei è stata una bambina data alla Potenza delle Tenebre, era stata ‘divorata’, era stato loro proprietà. Anche se è riuscita a cambiare vita porta questa distruzione dentro di sé, e la bambina bruciata rappresenta una incarnazione del male che ha subito. La bambina alla quale avevano fatto un male irreparabile è un’altra vita rovinata. Ed è così facile portarle via la luce del sole e la giovinezza, ma è così difficile poi ridarglieli! Basta poco per buttarli via di nuovo, un semplice gesto. Ma riparare! Sarà mai possibile?

Ascoltami, Therru, vieni qui. Hai delle cicatrici, brutte cicatrici, perché ti hanno fatto una cosa brutta, malvagia. La gente vede le cicatrici. Ma vede anche te, e tu non sei le tue cicatrici. Tu non sei brutta. tu non sei malvagia. Tu sei Therru, e sei bellissima. Tu sei Therru, che sa lavorare, e camminare, e danzare a meraviglia, con il tuo bell’abito rosso”.

Therru che sarà Tehanu, come il nome che titola questo romanzo.

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«Qual’è il Potere delle donne?»
«Non credo di conoscerlo»

Troviamo figure di donne, come Tenar, che ci raccontano la capacità di adattamento, e come Therru che ci mostrano la violenza. Troviamo anche un’altra donna, in questo romanzo, che ci racconta quella ribellione che sta tra il silenzio e la protesta: il rifiuto dell’obbedienza. Si chiama Muschio ed è una strega. 

La fonte qui è la storia del medioevo e della stregoneria. La costruzione della figura della strega sappiamo essere stata opera di religiosi e uomini che andavano costruendo il potere della scienza e della medicina, in quei primi secoli del millennio, e per questo dovevano fare piazza pulita di tutto ciò che non era sotto il loro controllo. Sono riusciti a privare le donne dei poteri che venivano loro attribuiti, cioè la conoscenza delle erbe e delle cure, le hanno perseguitate e bruciate. Ridotte, nell’immaginario popolare, a una macchietta, a una figura maligna e serva del male.  

Con Muschio, Ursula Le Guin ci offre un personaggio sfaccettato che ci racconta la differenza tra uomini e donne nell’esercizio del potere. Ci viene presentata come una figura singolare, poco amante del sapone, con i capelli grigi legati in bizzarri nodi portafortuna, e gli occhi sempre rossi a causa del fumo delle sue erbe. È una strega di villaggio, con i talismani e le sue povere stregonerie. Il dialogo con Tenar è interessante.

Debole come la magia delle donne, perfido come la magia delle donne” le avevano detto centinaia di volte. E in effetti Tenar aveva visto quanto la magia di donne come Muschio o Edera avesse, spesso, poco senso e a volte fosse addirittura malvagia, di proposito o per ignoranza. Le streghe di villaggio, anche se conoscevano molte formule e molti incantesimi e alcuni dei grandi canti, non conoscevano mai le Grandi Arti e i principi della magia.
Nessuna donna riceveva quel genere di insegnamenti. L’alta magia era un lavoro per uomini, richiedeva capacità maschili; l’alta magia era fatta da uomini. Non c’era mai stato un mago di sesso femminile. Anche se alcune donne si erano date il nome di maga o incantatrice, il loro Potere non era addestrato, era una forza priva di arte e conoscenza, per metà superficiale, per l’altra metà pericolosa.
Le comuni streghe di villaggio, come Muschio, campavano su […] un certo numero di incantesimi banali per trovare e per riparare, e molti rituali inutili che servivano solo a fare impressione sugli altri, una buona esperienza come levatrici, come conciaossa, e nel curare le malattie degli uomini e degli animali, una buona conoscenza delle erbe unita a un mucchio di superstizioni… il tutto in aggiunta a eventuali doti naturali di curare, incantare, cambiare forma o fare fatture. Una simile miscela poteva essere indifferentemente buona o cattiva.
Alcune streghe erano donne cattive e amareggiate, pronte a fare del male e prive di ragioni che impedissero loro di farne. In genere erano levatrici e guaritrici con in più qualche pozione amorosa, qualche incantesimo per la fertilità e contro l’impotenza, e un fondamento di recondito cinismo. 

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Un uomo sta dentro la sua pelle come una noce nel suo guscio […] Il guscio è duro e robusto, ed è pieno di lui. Pieno della sua polpa di uomo, della sua personalità. E nient’altro. Dentro il guscio c’è solo lui e nient’altro

Questo è un romanzo dove le figure femminili sono quelle più resilienti, capaci di far fronte ai traumi e ai cambiamenti della vita: la forza di Tenar, la capacità di rinascita della bambina violata e la resistenza silenziosa della strega. Non è così per gli uomini che, nella figura di Ged, sono qui rappresentati con tutta la fragilità e fatica a sopportare la perdita di un ruolo, dell’identità sociale. Nella trama Ged ha perso il grande potere che aveva e, di conseguenza, il ruolo di uomo potente. Ed entra in crisi profonda. 

Ursula Le Guin usa una metafora per questa situazione ed è quella del guscio di noce pieno solo del potere che ha un uomo e quando il suo potere sparisce, sparisce anche lui. Resta un guscio vuoto…. Terribile questa immagine. Ma quanto vera! Ged quindi cambia nome. Non è più un mago ora, è un uomo che deve imparare a essere quel che è adesso, alla ricerca quindi di una nuova identità. Prende il nome di Falco. E fugge il mondo rifugiandosi nella solitudine delle montagne.

Sfugge agli uomini, al re a tutti quelli che lo conoscevano per il potere che aveva perché loro vogliono che torni a essere quello che era. E lui prova vergogna. Una vergogna che Tenar non comprende perché anche lei ha perso pezzi di se stessa, ha perso il potere di essere la sacerdotessa delle tombe di Attuan, l’ha gettato via ed è diventata Tenar; e poi ha perso la primavera della vita, con i figli e il marito, ed è diventata una vedova anziana e senza Potere. Quindi non riusciva a capire la vergogna di Ged e la sua umiliazione.  «Forse solo un uomo poteva provarli. Una donna era abituata alle umiliazioni» si dice. O forse, come nella metafora degli uomini che le torna in mente, una volta sparita la polpa, il guscio era vuoto.«Pensieri da strega»si dice.

Ma, le insegna Muschio, per una donna è diverso. Chi può mai dire dove inizia e dove finisce una donna?.

Capisce poi che il rifiuto di Ged a farsi trovare ha anche altre motivazioni, più sentite, ed è perché il tentativo di onorarlo non è altro che la negazione della sua perdita, la negazione del rimpianto di ciò che aveva perduto. Quegli uomini volevano costringerlo a recitare una parte che non era più la sua
Lui non è più come prima e se non puoi fare il tuo lavoro, o se te lo tolgono, allora che ti resta? Occorre avere qualcosa….
«Ritroverà l’orgoglio!» pensa Tenar. E lo aspetta.

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