Saggio sui potenti

Il potere dei capi non riesce ad esercitarsi senza limiti e contraddizioni

^^^

È soltanto un pamphlet, scritto con l’intenzione di combattere alcuni pregiudizi diffusi” ha scritto l’autore in premessa al libro.

I pregiudizi di cui scrive Piero Melograni (1930-2012) si riferiscono alla tendenza a ‘divinizzare’ il potere, ad attribuire ai capi facoltà, conoscenze e possibilità molto più grandi di quelle reali. Si tratta di pregiudizi diffusi, oggi come un tempo, che l’autore smonta capitolo per capitolo, a mostrare come ci inganniamo sulla natura del potere. 

Il testo, ripubblicato da Einaudi nel 2019, è del 1977. Un’altra epoca rispetto alla nostra. I riferimenti sono quindi quelli del secolo scorso ma, anche se il potere assume caratteristiche diverse da luogo a luogo e da tempo a tempo, i meccanismi di base si ripetono, così come i limiti e i condizionamenti descritti. Direi anche che se questi meccanismi sono risultati sempre più evidenti negli ultimi decenni, non è scomparsa l’abitudine a proiettare sul potere un certo sentimento di onnipotenza.

^^^

L’ignoranza dei capi, come la definisce Melograni, è il primo limite: “tanto più è grande il potere di un capo tanto più è grande la sua ignoranza”. Pensiamo comunemente che i capi, per dominare la realtà, dovrebbero conoscerla ma non è così, per una serie di ragioni.

  • Le informazioni arrivano ai capi, al governo, in modo indiretto e attraverso molti passaggi che spesso ne alterano il contenuto, lo manipolano o lo travisano e soprattutto le notizie sui fenomeni complessi risultano approssimative. 
  • Anche quando i capi si affidano alla raccolta e l’elaborazione dei dati da parte di esperti incontrano inesattezze e disomogenietà: non solo nel campo delle scienze naturali, che pone molti problemi quando si fanno previsioni per cui vediamo sempre una grande varietà di congetture, ma anche nel campo delle statistiche economico-sociali, che godono di più prestigio perché i numeri sembrano certi, ci sono inesattezze e differenze sensibili dovute ai metodi di calcolo (calcolo delle retribuzioni medie o del numero di abitanti di uno Stato, esemplificati nel testo).
  • Ma se pure le statistiche descrivessero esattamente la realtà questa, che è in movimento continuo e inarrestabile, è già modificata nel momento in cui le informazioni raggiungono il tavolo dei capi.
  • Poi la sovrabbondanza di informazioni rende difficile selezionare quelle importanti e quelle meno o inutili oltre al fatto che i criteri di selezione sono arbitrari perché personali.
  • Considerando che gli uomini di governo dovrebbero fare previsioni sul futuro ci sono altri elementi che complicano: si tratta di uomini di età matura che tendono a perpetuare idee del passato, guardano al mondo di ieri e soffrono di ritardi culturali. Il guaio è che anche le giovani generazioni e le forze di opposizione soffrono degli stessi ritardi culturali, perché usano identici schemi di pensiero, solo di diversa valenza.

Insomma la situazione dei potenti dal punto di vista dell’informazione non è agevole e quando la questione si riduce al rapporto tra conoscere e agire la conclusione di Melograni è che “un capo, se vuole agire, deve saper agire anche senza conoscere“. Pena l’inazione che ha, comunque, delle conseguenze.

Mi sono chiesta se nella realtà di oggi la questione inerente l’informazione sia ancora così. Questo libro è stato scritto quando internet e la tecnologia digitale non esistevano e l’accesso alle informazioni era meno diretto. Adesso basta un clic per avere a portata di mano qualsiasi notizia. Ma pare che questo non incida sul modo di ‘conoscere’ dei capi perché i meccanismi non sono cambiati: anche se tutto è più veloce e immediato bisogna saper distinguere cosa è importante e cosa no, notizie vere e fake; la rassegna stampa che arriva ai vari capi e sottocapi viene preparata da personale assunto a questo fine che segue dei criteri per selezionare le notizie ed è soggetto a cultura e sensibilità personale nell’inserire o eliminare informazioni di genere nuovo e diverso.

^^^

Se il conoscere è difficoltoso l’agire lo è ancora di più: i capi, oltre a conoscere male, subiscono forti condizionamenti da parte di collaboratori, forze politiche, economiche, militari, ideologie, organizzazioni varie.

“Il primo grande limite all’azione dei potenti nasce dal fatto che nessuno di essi è in grado di dominare tutte le organizzazioni esistenti.”

All’interno di uno stesso Stato ci sono una molteplicità di organizzazioni che condizionano e limitano il potere: partiti, sindacati, associazioni, categorie economiche, giornali, editoria, chiesa. Tutto quello che favorisce le differenziazioni e il pluralismo limita il potere del capo (e rappresenta l’equilibrio degli stati democratici).

Ogni governante inoltre deve tener conto del potere militare, economico e politico di altri Stati per i rapporti di interdipendenza che oggi risulta molto più coattiva.

^^^

Gli apparati burocratici sono, da sempre, difficilmente governabili.  La macchina burocratica rappresenta una funzione permanente e insostituibile e anche dove ci sono stati rivolgimenti la burocrazia, poco appariscente, ha continuato ad esistere per mantenere l’efficenza di uno stato. Lo si è visto nelle grandi rivoluzioni come quella francese e quella russa: ogni nuovo governo ha avuto bisogno, per governare, degli stessi burocrati del potere precedente. E, anche se i capi hanno il potere di nominare e destituire le persone al posto di comando, devono cedere a compromessi vari che rendono ambivalente il rapporto tra capo e collaboratori.

^^^

Il potere dell’economia: i governi per assicurare quella crescita di livello di vita che chiedono i cittadini sono dominati dalle leggi che regolano i processi economici.

Esiste un sistema mondiale di relazioni economiche che rende interdipendenti i vari Stati e ha numerose leggi a regolare il sistema della esportazioni, delle importazioni, dei salari. Le affinità sono numerose tra Stati socialisti e non socialisti e non esiste capo di stato che non sia assoggettato a queste regole.

Il potere economico ha sempre avuto una grande influenza nelle vicende storiche ma ha pure sofferto di grossi limiti nel governare il futuro perché, sottolinea l’autore, le situazioni sfuggono di mano a tutti: nelle due guerre mondiali non si può dimostrare che “il potere economico previde e volle le conseguenze di quella guerra e di quei regimi“.

^^^

Il rapporto tra potere e morte è stretto.

I detentori di potere assoluto, i dittatori, possono imprigionare, esiliare e condannare i loro avversari. Il diritto di vita e di morte costituisce la manifestazione più terribile del potere. Ma anche questo potere non riesce a esercitarsi senza limiti e contraddizioni e, soprattutto, sfugge alla mano. Melograni riporta gli eventi storici più eclatanti.

  • Lo sterminio di sei milioni di ebrei compiuto dal Reich hitleriano, un prodotto del fanatismo ideologico, è stato contrassegnato da profonde incoerenze: i ricchi ebrei, quelli considerati più pericolosi, ebbero spesso il modo di riscattare le loro vite. Inoltre il capo supremo Hitler non ha sovrinteso costantemente all’operazione, anzi se ne è ‘disinteressato’ quando si è immerso nella guerra, e i nazisti che si sono spinti al genocidio sono stati trascinati dai loro ‘demoni’ (cosa che rende ancor più drammatico il problema).
  • Le purghe di Stalin che hanno prodotto almeno venti milioni di vittime, secondo lo storico Robert Conquest, delle quali un milione di iscritti al Partito comunista, sono un esempio delle tendenze autodistruttive in gioco più che di tendenze distruttive verso l’esterno. 

L’altra faccia della medaglia vede i capi non sono solo dispensatori di morte ma minacciati loro stessi di morte violenta e, nel testo, segue un lungo elenco di capi di stato uccisi in tutto il mondo, senza contare altre figure di governo. “Non esistono dubbi sul fatto che i capi di Stato costituiscono, nel mondo, la categoria di lavoratori di gran lunga più esposta a incidenti mortali sul lavoro“.

^^^

Le masse, la folla rappresentano, infine, l’elemento che influisce maggiormente, anche se in modo meno evidente di altri, sul potere.

Con l’avvento dell’industria una elevata percentuale di popolazione si è concentrata nella città e nelle fabbriche e in questo modo è nata la società di massa che è diventata uno degli elementi determinanti nella società moderna. Ogni società di massa ha vita e caratteristiche proprie e i capi, i governi non possono non tenerne conto. Melograni porta l’esempio di Lenin che si è trovato a dover conciliare il carattere del popolo russo con l’esigenza di favorire il processo di industrializzazione e modernizzazione ripiegando infine su un compromesso. “Un capo deve sottostare in qualche modo alle caratteristiche culturali delle masse, alle abitudini secolari e alle aspirazioni profonde di esse” perché non c’è decreto che modifichi il modo di vivere di una nazione. 

Le masse, con le loro aspirazioni, sono le vere forze a determinare i cambiamenti e non rappresentano un soggetto passivo.

Quando, ad esempio, pensiamo che sia la pubblicità a spingere al consumismo sbagliamo perché la spinta al consumismo è determinata dell’aspirazione delle masse degli stati industrializzati a voler elevare il loro tenore di vita (come reazione alla fame e alla miseria millenarie e al desiderio di uscirne). Certo le masse sono sottoposte a tante forme, anche contrastanti, di propaganda per essere ‘dominate’ e ‘indirizzate’ ma la propaganda è efficace solo quando intercetta e interpreta le aspirazioni profonde delle masse (un esempio è la politica di Mussolini contro la diminuzione del tasso di natalità: fu un insuccesso).

Oppure quando vediamo un partito politico, rimasto in posizione di stallo, improvvisamente in ascesa è perché ha cercato di corrispondere meglio alle aspirazioni delle masse: sono le masse a determinare il successo dei capi e dei movimenti politici.

Uno degli aspetti della società di massa con il quale il potere deve fare i conti è l’irrazionale collettivo. L’irrazionalità della collettività, dei partiti, dei corpi elettorali non è la stessa cosa dell’irrazionalità individuale. Una dose di irrazionalità è ineliminabile in tutti noi e a maggior ragione nella massa di individui. Elementi irrazionali come le ignoranze, i ritardi culturali, le tendenze autodistruttive non sono razionalmente spiegabili e, di conseguenza, difficilmente governabili.

Il primo studioso di questi temi è stato lo psicologo francese Gustave Le Bon che ha pubblicato nel 1895 Psicologia delle folle. Da allora, dopo un’accelerazione iniziale, gli studi hanno subito un arresto che prosegue tuttora. È un argomento complesso, analizzato da tante discipline e oggi soprattutto si tenta di definirlo con le statistiche ma la massa, la folla, non è la somma degli individui e non è così facilmente misurabile. Gli individui cambiano nella folla e anche Freud, nel 1921, ha riconosciuto che quando gli individui fanno parte di una moltitudine si determina una regressione dell’attività psichica.

Alla base della tendenza delle persone a cercare capi, ideologie, partiti a cui appoggiarsi troviamo il sentimento di insicurezza: l’insicurezza, che è condizione normale dell’esistenza, è difficile da accettare e il tentativo di arginare quest’angoscia esistenziale spinge alla ricerca di un punto fermo. Questa tendenza favorisce il dilagare di uno spirito gregario che porta a sacrificare la propria autonomia e spirito critico e a fidarsi di ‘verità’ trasmesse dai propri capi o partiti. È anche più semplice e meno impegnativo.

“I gregari cercano di rassicurarsi immaginando che i capi sappiano guidarli. E i capi finiscono per restare prigionieri delle false certezze dei loro seguaci.”

^^^

Se i capi sono limitati dall’ignoranza, subiscono l’influsso delle organizzazioni esterne, sono inceppati dagli apparati burocratici, condizionati dalle leggi economiche, impegnati a corrispondere alle aspirazioni delle masse che agiscono con irrazionalità e sono, infine, ritenuti responsabili di tante aspettative e colpe per cui minacciati di morte, la domanda che ci si pone è: chi glielo fa fare?

C’è chi ritiene che l’ambizione di fare il ‘capo’ sia frutto di una ‘malattia’. Bion, uno dei maggiori studiosi della psicologia dei gruppi, ha scritto che il capo è, di solito, un caso psichiatrico: succede che il gruppo (qualsiasi gruppo) quando è libero di agire spontaneamente sceglie come guida “la persona più malata”.

Senza inoltrarsi ulteriormente in questo campo minato Melograni si sofferma su alcuni casi famosi nella storia: Stalin, Mussolini e Hitler. 

Su Stalin ci si è interrogati se soffrisse di paranoia, sicuramente era sospettoso a un livello inusuale; non amava le manifestazioni di folla ed era facilmente preda agli scatti d’ira; non sopportava le adulazioni, ne’ venire contraddetto, ne’ perdere una partita a scacchi.

Mussolini era un uomo pieno di incertezze che si lasciava influenzare da tutti e approvava le disposizioni più antitetiche. Una cosa sicuramente amava fare ed era pavoneggiarsi di fronte alle masse.

Hitler è stato descritto come un uomo ‘ondeggiante’ e un incompetente accentratore: abulico, aveva scarso impegno nel lavoro, ed era soddisfatto della popolarità che godeva tra i tedeschi.

Tutti hanno avuto successo perché le masse hanno guardato a loro come capi sicuri, potenti e lungimiranti, hanno affidato a loro il futuro.

Gli psicologi direbbero dunque che, tra le masse e il capo, si determina un transfert, un trasferimento di sentimenti: le masse proiettano sul capo aspettative e speranza e il capo le accetta e le interpreta.

Quanto sia pericoloso questo meccanismo la Storia ce lo ha mostrato, ma pare che anche nella nostra epoca si continui a cercare la sicurezza nell’uomo forte al potere, delegando a lui la verità: è successo recentemente in America con Trump; sta accadendo in Russia con Putin. Nel nostro piccolo, in Italia, abbiamo i Salvini e i Renzi ma, per fortuna, non sembra esserci quell’intesa completa tra massa e capo da rendere grave la situazione. Dal secolo scorso non abbiamo avuto più così grandi potenti da determinare le sorti dell’umanità o l’umanità non ha intercettato grandi ‘potenti’ che la spingessero sull’orlo del baratro (per quanto riguarda Putin solo la Storia dirà se appartiene a questa categoria oppure no). Abbiamo capito (forse) che le epoche di grandi capi sono da temere perché “sono epoche di grandi guerre, di grandi persecuzioni, di grandi sciagure”.

Quindi, conclude Melograni, riconosciamo “i grandi limiti del potere nei confronti di questa realtà, rinunciamo alle mitiche figure dei capi-buoni e dei capi cattivi, così comode per semplificare i problemi“. 

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...