Fare un figlio per altri è giusto. Falso

“La gravidanza è un dono? Lo può forse essere in rarissimi casi, che non giustificano l’introduzione per legge di un nuovo istituto giuridico, la gestazione per altri, perché comunque si configuri questo istituto, esso dischiuderà la porta all’industria che da una parte usa le donne come contenitori normalizzando lo sfruttamento, in un lavoro nemmeno conosciuto come tale, mentre dall’altra parte considera i neonati come cose che si possono separare per lucro dalla madre, non esseri umani che nascono da e con questa precisa relazione. Si può donare una cosa propria, ma con un bambino si ha una relazione: un essere umano non è appunto una cosa. Sulle eccezioni delle donne generose non vale la pena di legiferare perché la ‘gravidanza per altri’ non è un dono. La gravidanza è il punto di origine di nuove relazioni umane che non devono essere create appositamente per troncarle”.

Unknown-1.jpegDaniela Danna
Fare un figlio per altri è giusto. Falso
Laterza, 2017

Daniela Danna, sociologa all’Università di Milano ed esponente della comunità Lgbt, riflette sugli argomenti portati da chi è a favore della maternità per altri (come lei stessa preferisce chiamarla) e ne mette in evidenza le contraddizioni. Non si tratta di concetti differenti da quelli esposti da Luisa Muraro (qui) ma di una prospettiva più ampia che ne definisce gli aspetti legislativi e sociali. Ed è proprio l’esame della giurisdizione di diversi paesi a costituire, per me, fonte di grande interesse.

La prima questione è quella del dono: i sostenitori della GPA intendono la gravidanza come dono. Si tratta di un dono che ha molteplici combinazioni, dal dono degli ovuli al dono dell’utero, con donatrici diverse. A complicare la questione del dono, a svelarne la retorica, è il discorso dei soldi, perché si tratta sempre di doni con rimborso, ad esempio “negli Stati Uniti l’associazione di ginecologi si preoccupa che il dono non sia sproporzionato, e pone un limite di 10.000 dollari – generalmente superato dalla generosità di chi fa e riceve doni”. Quindi si tratta di un dono particolare, che apre al mercato perché implica un passaggio di soldi che deve essere regolato dalle leggi. Per mantenere la valenza di dono viene chiamata Gpa altruistica in alcune nazioni: Grecia, Australia, Canada e Regno Unito dove i compensi devono esser approvati dai tribunali come rimborsi spese mentre in Usa le regole cambiano da stato a stato.
Introdotta in una quindicina di paesi la Gpa si delinea in tre dimensioni principali declinate secondo le diverse leggi:
· l’obbligo o meno della consegna del neonato ai committenti, detti ‘genitori intenzionali’;
· l’obbligo o meno di parentela genetica con uno o entrambi i committenti;
· l’apertura della pratica a qualsiasi richiesta o riservata agli infertili.
La cosa in comune che hanno tutte le legislazioni dei diversi paesi è la deroga al principio giuridico mater semper certa est che stabilisce che è madre legale la donna che ha partorito. Da noi in Italia vale, sin dall’epoca romana, questo principio. E nessuna filiazione può essere stabilita prima della nascita in quanto il nascituro non esiste come persona separata dal corpo della donna e la prima a riconoscerlo è la madre. Invece nella Gpa – termine tecnico reso asettico dalla scomparsa della parola madre – le parti si accordano legalmente prima del concepimento sull’esclusione della madre dal riconoscimento e dalla vita del figlio. Le tecniche di riproduzione assistita hanno così introdotto modifiche importanti ai principi sulla filiazione.
Gli Stati dove la portatrice è vincolata a separarsi dal neonato per contratto sono:
California, Grecia e Sudafrica anche quando i genitori intenzionali non sono genetici (in Sudafrica se anche la madre non ha legami genetici);
Illinois, Ucraina, Georgia, Bielorussia e Kazakistan quando entrambi i genitori intenzionali sono genetici;
Israele quando almeno un genitore è genetico.
In Russia non c’è l’obbligo della consegna, ma la donna portatrice deve restituire i soldi ricevuti.
In Olanda l’autorizzazione alla Gpa viene data dai medici solo se la coppia fornisce i gameti, se la madre genetica ha un limite di quarant’anni e i genitori intenzionali devono presentarsi in ospedale con un’amica. Inoltre, per evitare il commercio dei bambini, i rimborsi comprendono le spese realmente sostenute per la gravidanza. Ma succede che, per ovviare a queste limitazioni, gli olandesi vanno all’estero e si è creato questo turismo procreativo per cui i genitori intenzionali si recano nei paesi dove c’è l’obbligo della consegna e dove la Gpa è possibile anche per i non residenti, come in Ucraina.
Paesi come la Thailandia e il Nepal hanno ristretto la pratica ai propri cittadini e così sembra voler fare l’India (dove il parto avviene con taglio cesareo così è tutto più neutro e la portatrice non vede neppure il neonato).
Anche gli Stati messicani hanno riservato la Gpa per i residenti, dopo anni di turismo procreativo.
In Uganda e in Kenya la Gpa è organizzata dalle cliniche.
Ma il consiglio dato dalle agenzie ai genitori intenzionali è quello di rivolgersi agli stati dove la Gpa rientra in un quadro di legalità perchè il bambino deve essere registrato all’anagrafe.

Per comprendere il significato dei vari termini usati anche a livello legislativo è importante conoscere alcune tappe:
nel 1976 è cominciata la Gpa tradizionale (o Gpa parziale) con ovuli propri;
nel 1978 è avvenuta la prima fecondazione in vitro con impianto dell’embrione negli esseri umani;
nel 1984 è avvenuta la prima Gpa gestazionale (o Gpa piena): l’embrione di una donna priva di utero venne impiantato in quello di un’amica.
Le leggi distinguono tra Gpa parziale e Gpa piena mettendo al primo posto il legame genetico. Le controversie legali che ci sono state nei casi di disputa dei figli hanno visto i tribunali dare la priorità ai geni: la vera madre è quella genetica mentre la portatrice è solo un’incubatrice. Caso Johnson vs Carter del 1993 ha stabilito che la genetica e l’intenzione sono alla base della filiazione e quindi la portatrice Johnson ha dovuto consegnare ai Carter il bambino-prodotto. Altri casi di controversie legali citati da Danna riguardano Melissa Cook e Brittneyrose Torres (California), oltre a Elizabeth Kane (Stati Uniti).
La distinzione legislativa riguarda quindi anche la madre che si divide in madre genetica e madre portatrice, smembrando così la figura materna. Con la frammentazione della madre si tende a “cancellare la gravidanza, il parto e le madri naturali solo perché la nostra società patriarcale non dà la giusta importanza a quello che fanno le donne, che sia lavoro domestico o riproduttivo”.
Ma le madri sociali non esisterebbero se non ci fossero le madri naturali e questo è un principio di realtà del quale non si tiene conto.

In merito al Principio di autodeterminazione la domanda da porsi è:
“Se non si accetta l’introduzione alla gestazione per altri, si lede l’autodeterminazione delle donne sul proprio corpo?”
Danna ricorda come l’autodeterminazione sia un principio elaborato dal femminismo degli anni Settanta “in base al quale le donne hanno rivendicato la possibilità legale di accedere all’aborto su propria richiesta”. Si basa sul fatto che l’aborto è sempre stato una questione delle donne in quanto non esiste una separazione tra il corpo della donna e il frutto del concepimento ed è quindi la donna che deve accettare la vita dentro di sé. Ma l’autodeterminazione non coincide con l’autonomia e quindi non è un concetto assoluto: la donna è libera di fare delle scelte ma può anche non essere autonoma in quanto dipendere dalla situazione e dal contesto in cui si trova.
Quando nella Gpa la donna mette a disposizione il suo corpo si impegna a rinunciare al diritto all’aborto (negli Stati Uniti è una decisione che possono prendere solo i medici e i committenti, non la donna portatrice) e quindi l’autodeterminazione non è applicabile. Il bambino che porta non è da lei voluto ma non può ricorrere, se decidesse, all’aborto. E se l’autodeterminazione è un partire da sé, come sosteneva il femminismo degli anni Settanta, nella Gpa è “la domanda pagante delle coppie fertili – intercettata e trasmessa da medici e avvocati – che ha fatto sorgere la risposta ‘altruistica’ di donne che vengono ‘sempre pagate’, sia che ricevano un compenso sia che questo venga mascherato da ‘rimborso spese’ a cinque cifre”. Ci sono le eccezioni ma sono rarissime.
Quindi “in che senso mettere al mondo un bambino per affidarlo ad altri rientra nell’autodeterminazione sul corpo delle donne?”
Inoltre “non esiste il bisogno delle donne di rimanere incinte per poi donare i figli ad altri” e se c’è è un bisogno indotto. Se consideriamo cosa succede al corpo della donna portatrice sorgono ancora più dubbi sul fatto che la Gpa sia un bisogno della donna stessa.
“La portatrice e la madre intenzionale devono iniettarsi gonadotropine, che sono ormoni ricavati per sintesi, una o due volte al giorno per settimane (anche un paio di mesi) prima di riuscire a sincronizzare i loro cicli mestruali – a meno che gli ovuli impiegati non siano stati estratti antecedentemente, congelati e poi ricongelati”
Gli ovuli sono fatti maturale attraverso una iperstimolazione ovarica che presenta una serie di rischi (infiammazione addominale, collasso renale, infezioni, dolori, emboli, trombosi, a lungo termine anche infertilità). Poi si aspirano i gameti maturi con una sonda, operazione che viene fatta in anestesia profonda. Gli ovuli vengono fecondati in provetta e dopo due-quattro giorni trasferiti con un catetere nel corpo femminile, e qui non serve l’anestesia. Settimane prima di questo trasferimento la donna deve iniettarsi quotidianamente, anche per due mesi, ormoni per aumentare la possibilità che lo zigote si annidi e per evitare aborti spontanei. Il successo dell’operazione ha probabilità del 20% se il materiale genetico è estraneo alla portatrice. In genere gli embrioni trasferiti sono più di uno per aumentare le probabilità di riuscita e se poi attecchiscono tutti si ricorre alla riduzione embrionale con l’aborto selettivo.
Insomma l’utero è della donna ma la gravidanza no.
L’uso di ovuli altrui, diversi a quelli della donna-incubatrice, la convince (o dovrebbe) a non essere la madre. I veri genitori sarebbero i proprietari dei gameti, sia che siano i loro sia che li abbiano acquistati. Così come hanno acquistato i servizi gestazionali di una donna, che trasforma in feto e poi in bambino l’embrione. Tutto ciò induce a pensare che il concetto di proprietà viene così ad essere applicato agli esseri umani.
Esiste anche un profilo tipo di chi presta servizi gestazionali alla statunitense Center for Surrogate Parenting (Csp):
«Sposata, cristiana, di classe media [negli Stati Uniti tutti credono di essere di classe media], ha due o tre figli biologici, lavora a part time, vive in una piccola città o in periferia piuttosto che in una grande, ha un’istruzione a livello di college ma di solito non ha preso il diploma».
Il reddito della sua famiglia è sotto i 60.000 dollari, e dal 15 al 20% di queste donne sono mogli di soldati, la cui assicurazione sanitaria può essere usata per partorire anche per altri senza ulteriori esborsi. Le mogli dei soldati guadagnano con la Gpa più dei loro mariti: «Sono pagate bene; la tariffa per la surrogata pagata direttamente alle madri surrogate che lavorano per il Csp va dai 20.000 ai 30.000 dollari per gravidanza, senza dover pagare tasse». Perché non le pagano? «Le surrogate non pagano tasse sui versamenti dei clienti, che legalmente sono per il dolore e la sofferenza in cui sono incorse, non per aver fatto un bambino». In italiano si chiama ‘risarcimento del danno biologico’ “.

Se non si ricorre al principio femminista dell’autodeterminazione si ricorre al Principio della libera scelta nel sostenere la Gpa. Tutti vogliamo esser liberi di scegliere e nella società liberale lo facciamo indistintamente. Scrive Carmel Shalev “I pilastri morali dei mercati economici sono la libertà dell’individuo di stringere accordi con altri individui liberi. Ma ci sono limiti intrinseci al principio di libertà individuale. Il principio di libertà secondo John Stuart Mill è il diritto di individui maturi e razionali di scegliere volontariamente qualunque corso di azione nella misura in cui non sia di danno agli altri, ma la libertà personale non si estende al diritto dell’individuo di vendersi in schiavitù”. Secondo questo pensiero non tutte le cose che si fanno per denaro sono accettabili.
In India le madri retribuite hanno protestato nel 2106 quando lo stato proponeva di limitare la pratica perché si toglieva loro una fonte di guadagno. Sono libere queste donne o soggiacciono a una legge di mercato? In realtà “È stato tolto loro il lavoro non una libera scelta“.
La Gpa diventa quindi configurabile come un lavoro e il lavoro non è mai libero ma è una necessità ed è soggetto a norme e regolamenti. E la libera scelta termina quando si firma il contratto.
Mettere l’utero al lavoro o vendere ovociti non diventa un’intrusione nel corpo delle donne, anche se si considerano lavoratrici?

Si propone che la Gpa venga regolamentata per una maggior tutela ma la domanda è: I regolamenti tutelano le donne?
“L’essenza della Gpa è infatti proprio questa: colei che ha partorito non è la madre dal momento che ha fatto una gestazione ‘per altri’. Inutile scervellarsi per trovare un regolamento che soddisfi tutti, dai genitori intenzionali alle donne portatrici ai neonati”.
Nel 2015 SeNonOraQuando-Libere ha pubblicato un appello No all’utero in affitto chiedendo che “La pratica della maternità surrogata venga dichiarata illegale in Europa e sia messa al bando a livello globale” e si è parlato di oscurantismo.
Altre donne hanno chiesto invece una regolamentazione della Gpa che tuteli le donne.
Ma esiste nella Gpa una forma che tuteli le donne nel momento in cui viene accettato il concetto che la donna che fa un bambino sia considerata un semplice mezzo, uno strumento, per lo scopo di altri?

Si dice che si tratti di amore e intenzione a creare una famiglia e quindi l’ulteriore domanda è: come si può chiamare atto d’amore quella che è prima di tutto una separazione? La GPA crea una famiglia programmando il distacco della madre dal neonato.
I gay ne fanno una questione i parità con le lesbiche: se queste possono utilizzare un prodotto del corpo maschile (il seme) così deve essere possibile anche per loro. Ma non sono pratiche equivalenti, scrive Danna.
E soprattutto: esiste un diritto alla procreazione? La procreazione è una capacità del corpo e non averla non costituisce una limitazione. Perché non accettare l’infertilità, si chiede Danna, che è un limite della natura e offrirsi per l’adozione o l’affido?
Come non esiste un diritto alla procreazione, continua, non esiste neppure un diritto all’omogenitorialità.
“Ho una proposta per il movimento Lgbt: facciamo un passo indietro e ammettiamo di avere sbagliato nel promuovere la ‘gravidanza per altri’. Chiediamo invece di poter essere valutati per le adozioni senza inventarci uno speciale ‘diritto all’omogenitorialità’, cioè la facoltà legale di comprare bambini. Richiediamo finalmente i diritti civili che sono di tutti: scuola e sanità pubblica, pensioni adeguate, un’abitazione dignitosa, la protezione dai licenziamenti arbitrari, la protezione sociale anche quando non si è in grado di lavorare. Sono diritti che abbiamo tutti perso, in questi anni di neoliberismo di destra e di sinistra, e la loro rivendicazione non ci contrapporrebbe al resto della popolazione – in particolare alle donne – come fa il presunto diritto di avere figli mettendo sotto contratto delle operaie della gravidanza […].
“Il mio modello è piuttosto far sì che tutti noi, in primo luogo i ‘genitori intenzionali’ magari in procinto di cercare il paese migliore in cui farsi produrre un bimbo, ci rendiamo conto che il costo umano dell’accordo sarà certamente pagato dal neonato, e probabilmente anche da sua madre”.

14 Comments

  1. Gli argomenti dell’autrice sembrano convincenti, ma trattandosi di argomenti etico-filosofici, non dicono nulla circa il futuro di molti bambini, ormai nati e legalmente adottati anche in Italia. Come possiamo considerarli? Figli di un gravissimo gesto di prevaricazione? Vogliamo toglierli ai “genitori” con i quali hanno instaurato un rapporto sicuramente più ricco di quello che avrebbero avuto con una madre-incubatrice. Mi rendo conto che l’argomento è tra i più delicati, ma con l’aria che tira in Italia, pavento uno scenario da resa dei conti che francamente non mi auguro di vedere.

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    1. Credo che nessuno pensi di togliere bambini già nati ai genitori! Il problema che poni se mai è quello della stepchild adoption, cioè il riconoscimento del figlio del coniuge, provvedimento tolto dalla legge sulle unioni civili. I bambini nati da maternità surrogata presenti in Italia sono iscritti all’anagrafe e riconosciuti da un genitore (come ad esempio nel caso del figlio di Vendola il cui solo padre legale, e genetico, è il compagno di Vendola).
      Il problema invece della Gpa è a monte e riguarda il modo con cui si fanno nascere questi bambini, partendo da un bisogno degli adulti per un non ben precisato diritto alla genitorialità e non certo per la tutela del bambino stesso. Se penso alla tutela di un bambino non concepisco un contratto che prevede una separazione già al suo affacciarsi alla vita e un vuoto di origine con il quale dovrà fare i conti nel suo futuro. Ma sono così tante le implicazioni della Gpa! Più leggo e più mi convinco che con le tecnologie riproduttive abbiamo imboccato una strada spinosa.

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      1. Sono d’accordo con te: il problema è a monte Mi preoccupano, però le ricadute a valle, in un momento come questo, di certe prese di posizione, legittime e giuste, ma quanto meno inopportune. Non avverti anche tu un certo maccartismo nell’aria? Forse sono un po’ troppo pessimista, ma all’orizzonte non vedo un clima sereno! 🙂

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      2. Sono d’accordo in merito alla preoccupazione del clima sociale ed è vero che la situazione dualistica che si è venuta a creare su questi argomenti appiattisce le posizioni. Ma i motivi di non consenso verso la Gpa da parte di molte donne e femministe non coincidono con quelli dei gruppi cattolici oltranzisti. Comunque ci sono altri testi che ho letto per approfondire questi temi e se ti va di leggere quello che scriverò potremo discutere anche di altri punti di vista 🤗

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    1. Grazie a te del passaggio Adriana e quando vorrai esprimere le tue opinioni, anche nei prossimi libri che citerò, sarò molto interessata. Il confronto aiuta ad ampliare prospettive e idee 🤗

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  2. Un grazie sincero, zapgina, per questa tua opera di ricognizione attorno a un tema così nuovo e importante. Il tuo è un lavoro essenziale e necessario : ho letto con interesse i due post e ti seguirò attentamente. Il mio giudizio sul tema dell’ utero in affitto coincide con il tuo e con quello delle due autrici di cui hai sintetizzato con molta chiarezza i testi. Il centro del mio rifiuto è il tema del desiderio che si fa diritto. Diritto ad avere e ottenere ciò che naturalmente non si potrebbe: mi sembra un aspetto che ci viene dal neoliberismo. ( Dice Byun – Chun- Hang, nel testo che hai così accuratamente presentato, ” Psicopolitica” : La negatività è ciò che mantiene viva la vita : il dolore è costitutivo per l’ esperienza). Un’ enfasi sui diritti civili a scapito di quelli sociali, che sono molto arretrati. Pensiamo al diritto alla salute ormai molto lasco ed io mantengo la differenza tra il sostegno economico dello Stato a chi desidera un figlio e non può averlo e a chi deve curare un tumore. Il secondo è un diritto, il primo no. Ovviamente non entro nel campo spinosissimo del Diritto per cui il legame di sangue non sarebbe più primario,..

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    1. Grazie a te Renza per le tue osservazioni che condivido perchè anche secondo me il neoliberismo ha invaso il mercato in modo espansivo tanto da far ritenere i corpi oggetto di scambio e fonte di profitto. Per non parlare del desiderio che si coniuga a libertà nel momento in cui viene realizzato trascurando così l’importanza del limite e dell’esame di realtà.
      Mi ha appassionato occuparmi di questo tema perchè penso che, a parte alcuni ambiti ristretti, sia stato poco considerato e dibattuto. A seguire proporrò altri testi e mi fa sinceramente piacere lo scambio che si può creare

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    2. Renza hai ragione: il desiderio non si fa, perciò stesso, diritto. Mi preoccupo, però, che si possa considerare illegittimo perché espresso da una coppia innamorata “illegittimamente”, secondo il modo di sentire maggioritario. Lo stato ha il dovere di offrire assistenza sanitaria ai malati di tumore e anche alle donne che ricorrono all’aborto o no? Le cure per le infertilità sono un diritto o no? In Italia, che io sappia, non è neppure ipotizzabile che qualcuno possa affittare un utero, perciò non capisco bene di che cosa si stia parlando. Ogni bambino è frutto del rapporto fra un uomo e una donna, diretto o in vitro, avvenuto in Italia o altrove. Lo stato dia i servizi che deve, valutandone la gratuità o ricorrendo a una qualche forma di ticket secondo il criterio della progressività reddituale, ma non si intrometta nelle scelte private dei cittadini. Pavento che i cittadini siano tenuti a fare pubbliche confessioni, seguite da pubbliche condanne a non fruire dei servizi. In quel caso lo stato potrebbe escludere dai suoi servizi sanitari i fumatori accaniti che si sono ammalati (non solo di tumore) o chi ha avuto un incidente stradale per guida in stato di ubriachezza. Al legislatore non dovremmo permettere di giudicare i nostri comportamenti privati. Almeno secondo me.

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      1. Il desiderio è qualcosa che può o deve diventare diritto? Su questo ho qualche dubbio perché l’esaudimento di un desiderio è qualcosa di molto personale. Per questo non deve entrare la legge nella sfera intima.
        Il desiderio di generatività è anche molto personale e lo stato non deve entrare a regolamentarlo perché come tutte le questioni personali tocca la storia familiare, la sfera emozionale e razionale e non sempre comprendere tutto ciò è facile (come interpretare ad esempio la mancata fertilità senza cause accertate? oggi peraltro molto diffusa). Compito dello stato è garantire dei servizi e un welfare di sostegno alla genitorialità.

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