DE CHIRICO METAFISICA E AVANGUARDIE

De Chirico a Ferrara. Metafisica e avanguardie.

Palazzo dei Diamanti, Ferrara  14 novembre 2015 – 28 febbraio 2016

Avevo deciso di non andare a vedere questa mostra perché non amo particolarmente De Chirico, né la metafisica.
Poi però, avvicinandosi la data della chiusura dell’evento, mi ha preso una sorta di curiosità e il pensiero di poter perdere l’occasione di capire, in qualche modo, questo autore e il motivo per cui non è nelle mie corde. Ho fatto un tentativo la domenica precedente quella dell’ultima apertura ma, arrivata davanti a Palazzo dei Diamanti a Ferrara, ho visto una fila lunghissima in attesa di entrare e me ne sono andata. Non sopporto le file né l’idea di trovarmi poi dentro sale affollate perché so già che apprezzerei poco. Sono tornata ieri pomeriggio e sono stata più fortunata.

Alcune note tecniche sono importanti per collocare il percorso della mostra, dedicata al periodo ferrarese di De Chirico dal 1915 al 1918, gli anni della prima guerra mondiale quindi, quando l’artista era stato trasferito di stanza a Ferrara, dopo essersi arruolato volontario insieme al fratello Alberto. Sono esposte le opere dipinte in questo periodo oltre ad alcuni quadri di altri artisti importanti del primo novecento italiano: Giorgio De Chirico (nato nel 1888), Carlo Carrà (1881), Filippo De Pisis (1896) e Giorgio Morandi (1890). La collaborazione tra questi artisti ha messo a punto i principi della metafisica anche se poi Carrà, De Pisis e Morandi sono andati oltre, esprimendo altri stili e innovazioni nell’arte.
Gli incontri tra loro sembrano essere stati quasi casuali e la guerra ci ha messo lo zampino per farli collaborare. Carrà e De Chirico erano stati ricoverati, per alcuni mesi nel 1917, a Villa del Seminario, un ospedale per la cura delle nevrosi di guerra; De Pisis viveva a Ferrara e Morandi a Bologna.
In mostra ci sono anche opere di René Magritte e Salvador Dalì, a mettere in evidenza l’influenza di De Chirico.

De Chirico apre e chiude la mostra, suddivisa per temi. Riporto una breve selezione personale delle opere esposte. Per alcune di questa c’è, alla mostra, la possibilità di fotografarle.

Il primo tema è ‘La solitudine dei segni’ dove oggetti dipinti in modo iperrealistico sono accostati tra loro senza un evidente legame, in una mancanza di logica che rispecchia il mondo di allora, affondato in una guerra mondiale. I quadri hanno significati enigmatici e gli oggetti sono messi insieme secondo una personale visione dell’artista che pesca nelle proprie esperienze di vita e di pensiero. Recuperare significato è uno sforzo necessario per entrare in queste opere

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G. De Chirico, La rivelazione del solitario, 1916 Collezione privata. Biscotti, mostrine, frammenti di manichini, squadre, un cielo verde smeraldo riempiono lo spazio in una sintesi indecifrabile

‘Il tema dell’occhio’ era popolare in altri autori e De Chirico pesca nella cultura ebraica ed esoterica, a seguito delle sue esplorazioni del ghetto di Ferrara.

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G. De Chirico, L’angelo ebreo, 1916. Il biglietto da visita, ha l’angolo piegato quando è consegnato di persona, con un enorme occhio che tutto contiene.

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Raoul Hausmann, sguardo nello specchio, 1930

Nel tema ‘Il quadro nel quadro’ reale e irreale convivono in accostamenti che mettono insieme il vero e il finto in visioni sovrapposte della realtà. Predominano gli elementi geometrici e lo spazio delle tele è delimitato in tanti diversi piani a rappresentare le diverse realtà in un assurdo intenzionale.

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G. De Chirico, Interno metafisico, 1917

La messa in discussione del reale di queste opere si rifà a una frase di Leon Battista Alberti “Il quadro è una finestra sul mondo” e, per me, soprattutto il quadro di Magritte in mostra ne dà l’esatta interpretazione.

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René Magritte, La Condition Humaine, 1933

Le nature morte e i dipinti di interni metafisici sono caratteristici di questo periodo di De Chirico, diversamente dalle piazze e dai luoghi aperti e vuoti del periodo precedente.

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G. De Chirico, I pesci sacri, 1918-1919

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Ardengo Soffici, Natura morta, Bottiglia bianca e mela, 1918

‘I valori plastici’ sono temi sviluppati da Carrà e Morandi e questa parte della mostra, anche se breve, mi è piaciuta molto per le opere esposte. Anche se è presente l’essenza metafisica nelle figure, che sembrano scolpite, ci sono accordi cromatici e purezza di linee e forme che rendono queste opere primitive e classiche nello stesso tempo, con una grande potenza espressiva.

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Carlo Carrà, Natura morta con la squadra, 1917. Ordine esatto, matematico con deviazioni metafisiche.

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Giorgio Morandi, Natura Morta, 1920

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Giorgio Morandi, Natura morta con manichino, 1918

‘I manichini’ e ‘I Grandi manichini’ chiudono il percorso.
Sono opere belle e nonostante non ami questo tipo di pittura non sono rimasta indifferente alla capacità artistica di De Chirico.
L’anonimato delle figure, i volti vuoti e privi di qualsiasi identità sono però le cose che più mi allontanano da questo stile. La visione dell’uomo come automa e strumento di un destino, senza che si possa intravvedere una scintilla di soggettività e personalità, mi risulta inquietante. Ma probabilmente è questa la sensazione che l’artista intendeva trasmettere.

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G. De Chirico, Muse metafisiche (Composizione metafisica),1918

Con tutto ciò il quadro ‘Ettore e Andromaca’, cioè il saluto tra il soldato che parte per la guerra e la donna che resta, è commovente perché al di là dell’anonimato dei volti e della rappresentazione con manichini, la posa e l’atteggiamento restituiscono sentimento alle figure rendendole umane.

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G. De Chirico, Ettore e Andromaca, 1917

Pensando a quello che ho visto in questa mostra ho compreso che l’opera di De Chirico mi mette in difficoltà perché la razionalità prevale sull’immediatezza, come un terzo che si interpone tra me e il quadro. In ogni opera d’arte c’è la necessità di andare alla ricerca di senso, ma qui la ricerca viene prima che mi senta coinvolta dall’opera. Insomma non riesco ad entrare in questi dipinti in maniera immediata e spontanea, devo farlo per gradi e a volte mi sembra troppo cerebrale il percorso da compiere, tanto da lasciare indietro il piacere della pittura. Anche se questo non succede in tutte le opere ma soprattutto in quelle iniziali degli interni e delle nature morte. Devo dire che invece, nonostante mi inquieti l’anonimato delle figure, la serie finale dei manichini di De Chirico mi è piaciuta molto.

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