Tre piani

“Al primo piano risiedono tutte le nostre pulsioni e istinti, l’Es. Al piano di mezzo abita l’Io, che cerca di conciliare i nostri desideri e la realtà. E al piano più alto, il terzo, abita sua altezza il Super-Io. Che ci richiama all’ordine con severità e ci impone di tenere conto dell’effetto delle nostre azioni sulla società” 

Ed eccomi qui con l’ultimo libro di Eskol Nevo.
Dopo La simmetria dei desideri, che ho letto grazie all’indicazione di mia figlia Elisa, sono rimasta ‘agganciata’ e incuriosita da questo scrittore che racconta le paure delle persone images.jpegscendendo in profondità nella psiche e andando a investigare ciò che governa l’animo umano. In Tre piani le sue escursioni in territorio psicologico sono ancora più evidenti.
Le storie sono ambientate a Tel Aviv ma i temi sono universali, organizzati secondo le istanze psichiche freudiane e collocati nei piani di un palazzo che si trova in un quartiere tranquillo e agiato alla periferia della città, quasi “un’isola di ottusità e conservatorismo”, tanto da dare l’idea di vivere nel “Borghesistan”, come scrive l’autore a un certo punto. Ci troviamo, quindi, tra persone che appartengono a una classe sociale acculturata e agiata, non pressata da esigenze primarie ma in grado di interrogarsi sul significato profondo delle cose.
I tre piani del palazzo sono la concretizzazione della teoria topografica di Freud, una metafora dell’anima suddivisa in tre livelli:
l’inconscio o ES, lo strato più profondo, contiene tutto ciò che viene rimosso, che è indigesto, dove i desideri hanno il predomino e la sua cifra è l’inconsapevolezza;
l’IO è la parte cosciente e funzionante che tiene conto del mondo oggettivo, che si confronta con l’ambiente e le altre persone, è la struttura organizzatrice della personalità che ha il compito di mediare tra i desideri impetuosi del principio del piacere e i limiti rappresentati dal principio di realtà;
Il Super-Io, l’istanza superiore delle regole e della morale, è la struttura più rigida che interiorizza i divieti dei genitori con i quali dobbiamo fare i conti per il resto della vita; ci fa patire se è troppo severa, e quindi dobbiamo cercare di ammorbidirla, oppure quando ha i confini sfilacciati ed è povera di contenuti porta danni, a noi o gli altri.
Naturalmente sono le persone che abitano questi piani a darci l’idea di cosa siano queste istanze freudiane, attraverso le parole e azioni che costruiscono la trama del romanzo.

Primo piano
“In ogni litigio c’è un punto di non ritorno, dopo il quale si perde la testa. Sai come funziona vero?”

Al primo piano la voce narrante è quella di Amon, un padre ossessionato dall’idea che la sua bambina, la piccola Ofri, abbia subìto ‘qualcosa’ di sessuale da parte del vecchio Herman. Hermann e Ruth sono un’anziana coppia che vive nell’appartamento vicino; si prendono cura della piccola Ofri quando i genitori sono assenti. Da qualche tempo Herman ha cominciato a dare segni di Alzheimer.
Ma è successo veramente qualcosa oppure è dentro di sé che questo padre dovrebbe guardare? Dentro i suoi impulsi sconosciuti e i suoi temi irrisolti? Sono veramente i turbamenti della bambina quelli che vede o sono le sue proiezioni?
È la mente di Hermann ad essere malata o quella di Amon?
L’inconsapevolezza, lo scarso controllo pulsionale è raffigurato da Nevo al maschile e Amon ne è un rappresentante, e forse anche Hermann.
Amon è l’uomo che non si sa controllare, è un compulsivo e non sa fermarsi con le parole o con gli agiti. Non sa dare valore al confronto e al dialogo, non si rende conto che parlare significa dare forza al pensiero e togliere virulenza alle azioni
“mica sono un segreto di stato le dinamiche che ci sono nelle famiglie […]. Quello che dovrebbe essere meno naturale è parlarne. Le dinamiche devono essere trasparenti, invisibili”;
riversa le sue frustrazioni sul mondo e usa gli altri come uno schermo su cui proiettare i propri pensieri e inoltre tende ad autogiustificarsi con la convinzione che il suo agire sia frutto di sentimenti d’amore
“Tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per amore, mi credi?
Forse amo troppo forte. Forse è questo il mio problema”.
Il suo pensiero è semplicistico e categoriale
“Io ho sempre pensato che il mondo si dividesse fra due tipi di persone: normali e criminali. E che ognuno di noi fa parte degli uni o degli altri. Non c’è via di mezzo”
Solamente per un istante gli sorge un barlume di pensiero che le cose non sono solo bianche o nere
In ognuno di noi c’è un piccolo criminale che in qualunque momento può rialzare la testa senza preavviso, capisci?” .

Mi chiedo se sia voluta o casuale la collocazione del maschile nel piano più basso, quello che corrisponde al primitivo, mentre il femminile abita nei piani superiori.
Al secondo e al terzo piano le due protagoniste sono donne e la storia che raccontano contiene ricchi spunti di riflessione che con Amon sono appena accennati e subito soppiantati dalle sue irruenti esigenze: sull’amore e la rabbia nella coppia, sulla maternità che affaccia su un abisso di solitudine e distacco dal mondo, sulla paternità tra amore e assenza, sui figli che mettono a dura prova l’immagine di se stessi che i genitori amerebbero avere.
In breve, Nevo sa far affiorare temi universali e interrogativi quotidiani.

Secondo piano
“Ma mi sentivo dentro una nuova colonna sonora. Qualcuno aveva estratto il disco di Nick Cave bloccato nello stereo ormai da anni, per metterne uno di… che so, dei Black Eyed Peas”. 

Hani abita con la famiglia al secondo piano; sposata con un uomo spesso in viaggio per lavoro è madre di due figli ancora piccoli. Ha lasciato la professione per occuparsi di loro.
Nella sua vita c’è anche una madre con problemi di salute mentale che rende più fragile il suo aggancio al mondo.
Hani rappresenta la donna che deve combattere in un confronto continuo tra i suoi fantasmi e la realtà e in questa lotta è rappresentata l’istanza dell’Io di cui parla Nevo, in un equilibrio, anche difficile, tra l’esame di realtà e la paura di cadere in un abisso interiore.
Inoltre, a differenza di Amon, Hani sa mettersi nei panni dell’altro, è capace di dare parole e significato a ragioni diverse dalle sue, quasi consapevole delle proiezioni che spostano le sue insoddisfazioni sul mondo esterno.
Hani si trova in una fase difficile della sua vita e ricontatta la psicologa di cui era stata paziente quindici anni prima
“Avevamo un buon feeling. In fin dei conti è sempre una questione di feeling, anche con gli psicologi. Arrivavo devastata nello studio, nel seminterrato di casa sua, e uscivo altrettanto devastata, ma un po’ meno terrorizzata. Non ripeteva i soliti cliché: Es, ego, sua madre, lei come se la vive e mi parli della sua esperienza. Era diretta, mi parlava col cuore in mano, a volte mi raccontava persino qualche piccolo episodio personale, se stiravamo i nostri cinquanta minuti non faceva troppe storie, e a fine sessione mi posava una mano sulla spalla (mi toccava proprio!); per tutti questi anni mi sono sempre detta che se avessi perso di nuovo l’equilibrio, avrei saputo a chi telefonare”.
Ma scopre che la psicologa è morta di cancro e Hani ha bisogno di dare parole al suo sentire perché sa che
non passa davvero finché non lo racconti”.
Scrive allora alla sua migliore amica Neta, che vive negli Stati Uniti, e questa lunga lettera è il secondo capitolo del libro.
“È un po’ imbarazzante avere di nuovo bisogno di te, nello stesso identico modo, dopo più di vent’anni, perché vorrei credere che il tempo passato da allora abbia un senso. Un marito, due figli. Una stanza tutta per me. Che tutto questo mi avesse dotato di una certa stabilità. Ma evidentemente la nostra anima non procede in avanti, solo in cerchi. E ci condanna a cadere e ricadere nelle stesse buche”.
Neta sembra rappresentare il suo alter ego perché ha
“la quiete di chi ha trovato la sua posizione nello scacchiere della vita”.

Sapete cosa mi sorprende maggiormente in questa storia? La sensibilità e la capacità dell’autore di mettere in evidenza quanto possa costare all’equilibrio psichico di una donna diventare madre, investire tutto il proprio tempo ed energie nel mondo dei figli con l’impressione di essere chiusa in un bozzolo e separata dal resto degli adulti. Ogni donna che ci è passata lo sa.
“Sono sconfitta. Dalle gravidanze. Dalla mancanza di sonno. Dall’angoscia che la somiglianza tra Liri e mia madre non sia solo apparenza. Dalle lunghe giornate durante le quali non scambio una parola con un adulto […]. Nessuno lo ammette, ma passare così tante ore con dei bambini inaridisce […[. Ci sono lampi, momenti di grazia, ma ormai da otto anni mi trovo intrappolata – sì, questa è la parola -, intrappolata nel mio desiderio di riuscire nella missione in cui mia madre ha fallito, e intanto la polvere del tempo mi ricopre, Neta”.
Ci sono donne che vivono con piacere questa separatezza e investimento nel materno e ci sono donne a cui pesa enormemente sentirsi escluse dal fluire della vita attiva.
“Evidentemente, ciascuna di noi può sopportare una certa quantità di solitudine. Mi ero dimenticata che io, in particolare, a causa della mia storia familiare, devo stare in guardia. Sono sprofondata troppo in me stessa, è arrivato il tempo di cominciare a tirarmi fuori”.
Perché alla lunga non basta una vita così, fatta di chiacchiere e amicizie tra mamme, di offerte al supermercato, di scuola dei bambini, di un caffè, di pettegolezzi.
“All’inizio stavo sempre ad aspettare il momento in cui da tante chiacchiere futili sarebbe emersa qualche verità. Per ora ci stiamo solo conoscendo, pensavo, i primi approcci, delicati. Fra poco una di noi si libererà dalla necessità di presentare la sua vita come perfetta e passeremo a una conversazione vera.
Col tempo ho capito: non succederà mai. Resta sempre così! Un viaggio in nessun posto”.
E nessuna di queste nuove ‘amiche’, mamme dei compagni di scuola dei figli, parla di quello che non va, delle preoccupazioni e delle ansie, delle tristezze che possono comparire nei giorni lunghi.

Sembra un lungo interrogativo sull’essere genitore, questo romanzo. E anche sull’influenza che, nella coppia, ha il modo di essere padre e madre
“Forse Freud aveva ragione, e l’attrazione sessuale è sempre una riproposizione del primo desiderio, quello del bambino per la madre e della bambina per il padre”.
Lo consideriamo poco quest’aspetto nella relazione ed è una sorpresa la chiarezza con cui Nevo lo mette in evidenza. Perché in effetti, anche se non siamo consapevoli, guardiamo e giudichiamo il modo in cui il partner si comporta coi figli, se li sa capire, ascoltare, se sa prendersene cura.
Hani ci dà la versione femminile ed è attenta a come il marito svolge il ruolo paterno
“Non puoi sapere che genere di padre sarà l’uomo con cui ti sposi, ma esistono segnali premonitori. Come si comporta con i tuoi fratelli minori, per esempio […].
Oppure come reagisce quando un bambino piccolo entra nel suo raggio di azione […].
E il segnale migliore: come reagisce alla bambina dentro di te. In fondo anche la donna più forte ha momenti in cui desidera sentirsi difesa. Può essere un’influenza a farti regredire. O un commento sprezzante del datore di lavoro. Un piccolo incidente mentre guidi”.

Terzo piano
“Se mi chiedessero cos’è l’amore, direi: la certezza che esiste, in questo mondo bugiardo, una persona completamente onesta con te e con la quale tu sei completamente onesta, e fra voi è solo verità, anche se non sempre dichiarata”. 

Dvora è il personaggio più affascinante e complesso del libro. È l’inquilina del terzo piano e deve fare i conti con l’istanza del Super-Io.
Non è cosa da poco perché, il suo, è un signor Super-Io!
Dvora è una donna di 66 anni e la conosciamo quando è in pensione e sola, dopo la morte del marito Michael, avvenuta un anno prima. Entrambi erano giudici distrettuali, abituati ad emettere verdetti e a controllare ogni pensiero e ogni loro comportamento
“quanto poco spazio abbiamo lasciato all’immaginazione nelle nostre conversazioni, Michael. L’immaginazione non serve in tribunale. E così ci siamo abituati a disprezzare l’immaginazione. A ignorarla. A esiliarla in una colonia penale”. 
Niente di meglio, quindi, a rappresentare un Super-Io inflessibile che, per Dvora, è come un avvocato interiore, sempre presente a commentare ogni azione e pensiero.
Ha la voce del marito? È stato un uomo rigoroso e Dvora ha preso l’abitudine di lasciare brevi messaggi in segreteria telefonica, sulla quale è registrata la voce di Michael. A lui continua a raccontare la sua vita perché pensa che
le coppie veramente unite si spartiscono non solo le mansioni casalinghe, ma anche le mansioni della memoria”.

Anche con Dvora, come con Hani, ci troviamo di fronte a una persona in trasformazione. A fare da detonatore per lei, donna razionale e di istanze superegoiche, sono i fatti sociali e politici che la spingono fuori dal suo privato per partecipare ad una protesta pubblica, una di quelle manifestazioni di migliaia di persone.
Non si tratta del conflitto araboisraeliano ma della tensione sociale ed economica che ha guidato in Israele il movimento di protesta per la richiesta di alloggi e la ricerca di una nuova direzione politica. Nel luglio 2011 migliaia di giovani hanno occupato le piazze di Tel Aviv e Gerusalemme per protestare contro l’aumento dei prezzi delle case.
“Una ragazza si è trasferita a vivere in una tenda in viale Rothschild, a Tel Aviv, per protestare contro i prezzi degli appartamenti. E il suo gesto ha ispirato molti con problematiche simili, che a loro volta hanno montato altre tende. Ogni coppia di tende ne ha generata una terza, e adesso in tutti i paesi e le città, il corso è occupato da uno stuolo di tende, da cui ogni sabato sera fluisce una massa di giovani che si riuniscono nelle piazze, per manifestare in favore della giustizia sociale e di un cambiamento radicale”.
“Lungo il viale si trovavano gruppi diversi. Tutti uniti nella protesta, ma ognuno con la sua istanza” e Dvora, per un malore, si ritrova nella tenda degli psicologi trasformata in un centro terapeutico per offrire sostegno psicologico gratuito, una sorta di pronto soccorso.
Rimane sbalordita da questi giovani che offrono gratuitamente aiuto a chi lo richiede e soprattutto si meraviglia della facilità con cui le persone “estraggono il loro taccuino interiore e lo sbandierano alle orecchie di tutti”. 
Lei che appartiene alla generazione “che ha un cartello ‘proprietà privata’ piantato sul petto” si accorge che
“iI confine tra ‘privato’ e ‘pubblico’ e tra ‘dentro’ e ‘fuori’ negli ultimi anni si è spostato, e nessuno ci ha informati. Forse si è addirittura cancellato”. 
Tutto ciò ha l’effetto di scardinare alcune convinzioni che vanno a gambe all’aria quando conosce Avner Ashdod, pure lui vedovo e pensionato.

“Ogni sogno contiene in sé, oltre agli elementi personali, anche elementi che sogniamo per tutta la società della quale facciamo parte”, una cartina al tornasole di quello che succede dentro di noi.
Così è un sogno a dare a Dvora gli indizi del tipo di cambiamento che sta avvenendo nella sua vita: sogna di essere in attesa di un’operazione in cui le asporteranno il Super-Io.
La prima cosa che Dvora fa dopo il sogno è comprare e leggere l’opera completa di Sigmund Freud e pensa che su alcune cose abbia preso un abbaglio, come l’invidia del pene da parte delle donne, ma su altre
“bisogna ammettere che ha avuto – Freud, intendo – anche idee intriganti. Che hanno un vero riscontro. Per esempio, il modo in cui il subconscio a volte fa capolino nella quotidianità: un lapsus nel parlare che riflette un pensiero interiore”. 
Se all’inizio la sua ricerca di risposte alle domande che si pone è razionale si fa poi meno difesa e più intima.

L’impressione di affacciarsi su un abisso che la maternità può portare con sé la troviamo anche in Dvora, che fa una scelta diversa da quella di Hani
“Anch’io mi sentivo così alla fine del congedo di maternità, con Adar. Per questo sono tornata in tutta fretta al lavoro. Sentivo che dentro di me qualcosa si andava perdendo durante quelle lunghe ore in casa. Che la rinuncia si andava diffondendo negli interstizi tra i miei organi interni. Desideravo abbandonare tutto e affondare, sottomettermi al richiamo delle sirene della tristezza. Era spaventoso, e quanto mi sentivo in colpa […]. Ma è una delle ragioni per cui non ne ho voluto un altro. Di figlio, intendo. Mi è bastato uno sguardo all’abisso sul quale è teso il sottile filo della lucidità; non ero sicura che il secondo sguardo in quell’abisso non sarebbe finito in una caduta. Perciò sono tornata la lavoro, dove le regole mi erano ben chiare”.

La genitorialità difficile si affaccia in tutte le storie del libro, con esiti diversi.
Dvora ha un figlio, Arad, che tre anni prima ha interrotto i rapporti con i genitori e non ha più dato sue notizie. Non è neppure andato al funerale del padre.
Un ragazzo difficile che ha sempre messo i genitori a dura prova con i suoi comportamenti per i quali Dvora e Michael venivano rimproverati dagli altri genitori e richiamati dagli insegnanti.
Perché non abbiamo colto in tempo i segnali? si chiede Dvora.
E ripensa a quello che ha detto il figlio prima di andarsene
mi avete imposto degli standard impossibili in casa, era inimmaginabile vivere al livello delle vostre aspettative, «questa non è la nostra strada», «questa è la nostra strada», e io? Come facevo io a trovare la mia, di strada?” 

Anche con Avner Ashdod vediamo quanto una genitorialità difficile si infiltri nella relazione di coppia. Anche lui ha una figlia che ha alzato un muro.
La figlia Asia “non era una bambina facile […]. C’era una dissonanza fra lei e il resto del mondo. Un’incomprensione permanente, cronica, straziante […]. Una bambina del genere, a cui bisogna dedicarsi con tanta assiduità, può distruggere una coppia […]. Ma può anche renderla più unita”.

Nevo, nei suoi romanzi, sembra dialogare più che scrivere e ogni protagonista si rivolge direttamente a qualcuno:
Arnon parla con un amico e gli chiede consiglio;
Hani scrive una lettera alla sua amica lontana;
Dovra lascia invece dei brevi messaggi nella vecchia segreteria telefonica al marito morto.
Il dialogo con l’altro, il confronto, è quindi la strada per capire se stessi, per comprendere ciò che sfugge e che da soli faremmo fatica a riconoscere.
Dare forma ai pensieri attraverso le parole è anche il modo per alimentare la relazione

“Capisci, Sigmund Freud era un uomo molto intelligente ma ieri sera, dopo aver terminato l’ultimo volume dell’opera omnia e averlo posato sul comodino, ho pensato che un errore l’ha fatto. I tre piani dell’anima non esistono dentro di noi. Niente affatto! Esistono nello spazio tra noi e l’altro, nella distanza tra la nostra bocca e l’orecchio di chi ascolta la nostra storia. E se non c’è nessuno ad ascoltare, allora non c’è nemmeno la storia. Se non c’è uno così, a cui svelare segreti, con cui sciorinare ricordi e consolarsi, allora si parla con la segreteria telefonica, Michael. L’importante è parlare con qualcuno. Altrimenti, tutti soli, non sappiamo nemmeno a che piano ci troviamo, siamo condannati a brancolare disperati nel buio, nell’atrio, in cerca del pulsante della luce”.

 

Eskol Nevo
Tre piani
Neri Pozza, 2017

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

4 Comments

  1. Colpisce, in effetti, la capacità di questo autore (che non conosco) di capire gli stati d’animo che possono investire una donna in determinate situazioni. Anche quel discorso sulla donna forte ed emancipata, che nei momenti difficili dell’esistenza deve comunque fare i conti con la sua parte bambina, l’ho trovato molto veritiero. Almeno, per quanto mi riguarda mi ci rispecchio in pieno. Interessante, inoltre, l’idea di strutturare un romanzo sulla base delle istanze freudiane. Lo leggerò. Complimenti per la recensione chiara e precisa.

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    1. Mi ha colpito da subito la capacità di Nevo di comprendere sfumature dell’animo maschile e femminile. Ha fatto studi di psicologia e soprattutto in quest’ultimo romanzo si nota.
      La suddivisione in piani delle istanze freudiane è una bella idea, un po’ costruita ma interessante. Non è però del tutto nuova. Un mio paziente ha scritto un racconto simile e mi ha parlato di uno scrittore, di cui non ricordo ora il nome ma mi sembra ceco, che ha ambientato in un condominio una serie di tematiche. Comunque Nevo in un’intervista ha detto che l’idea gli è venuta dopo il primo racconto. Gli altri due li ha scritti tempo dopo e si sente che è un periodo diverso, quello delle due donne.
      È uno scrittore che mi piace molto soprattutto per i temi che porta.
      Grazie Alessandra

      Piace a 1 persona

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