Noi e loro

Per noi, ‘loro’ sono i genitori

L’ultima pensata dei grandi è che vogliono portarmi dallo psicanalista. Me”. Così inizia questa cronaca familiare dove ritroviamo, a distanza di qualche anno, gli stessi protagonisti della precedente (qui). Solo che stavolta la voce narrante è della figlia piccola, di quasi quattordici anni: “e non mi piace averli” dice. Quattordici anni è un’età complicata, allora come ora, e la fatica di crescere è il filo conduttore del libro. Brunella Gasperini sa immedesimarsi nei panni di chi si trova a fare i conti con anni inquieti e, come in altri suoi scritti, mostra una profonda sensibilità e comprensione per quest’età. Cosa non scontata da parte degli adulti. Mi sono chiesta spesso perché alcune persone comprendano i disorientamenti degli adolescenti e altre invece non ci riescano per niente e restino fredde e distanti. Non credo che i motivi siano gli stessi per tutti ma sicuramente hanno a che fare con il modo in cui si è vissuta la propria, di adolescenza. Una fase mai facile da affrontare.

«È l’età dello sviluppo». Qualche volta dicono anche: «Sono fenomeni della pubertà». La pubertà la odio ancora più dello sviluppo”, dice la nostra quattordicenne. Per la sorella maggiore, che ha ventun anni e studia all’università, è «l’età cretina». Invece il fratello di 17 anni “non parla mai di età, sviluppo, adolescenza, pubertà, credo che odi queste parole quanto me”.

E poi ci sono ‘loro’: i genitori.

Il padre sbraita sempre, brontola, ed è talmente insistente da ottenere l’effetto contrario, come di frequente succede: “A me viene il rallentatore. È una cosa che mi succede sempre quando mi fanno fretta. Più mi fanno fretta e più rallento e non c’è niente da fare.

La madre sta sempre a scrivere, con la testa tra le nuvole ma non tanto da non accorgersi che la figlia proprio bene non sta.

«Stai bene?» Chiede mia madre. D’umore, intende.

Me lo chiede sempre, con voce leggera ma con l’ansia dentro; e io le rispondo sempre «bene», anche se in realtà non sto bene affatto. Lei lo sa, ma non può fare a meno di chiedermelo, e poi di farsi venire il nervoso per avermelo chiesto.

Il guaio di mia madre è che capisce troppo, specialmente i suoi sbagli, e non sa metterci rimedio. Certe volte vorrei che non capisse niente, come quasi tutte le madri.

Che pasticcio, le famiglie. Le madri, i padri, i figli. O forse sono solo io che sono un pasticcio? È quel che vorrei riuscire a capire. Da me. Senza psicanalisi e altre balle, come direbbe mio padre.

Ma se ‘non’ sono balle? Sì che lo sono. Boh.

«È un’età maledetta» sospira mia madre. «La tua, dico». Di colpo sorride: «Anche la mia non scherza». Quando sorride, è come una tonnellata di allegria che si fa strada attraverso un passaggio molto stretto. Mamma, ti sono un po’ simpatica? Che mi vuoi bene lo so.

«Ciao» dico.

«Poi passa» lei dice, credo che parli ancora dell’età. «Dovresti solo sforzarti di stare un po’ di più su questa terra».

Come se lei ci stesse”.

‘Inserirsi’, dicono i grandi. Come fosse facile! È una delle fatiche maggiori in età di cambiamento quella di trovare interessi comuni, condividere idee, partecipare, sentirsi inclusi, voler essere uguali ma allo stesso tempo diversi. La chiamano anche ‘socializzare’. Ma se i compagni e le compagne con i quali passi le ore e i giorni a scuola non corrispondono per niente al tuo modo di vedere le cose?

Si interessano solo di canzonette, di calcio, di filare o far finta di filare, con chi gli capita, e farlo sapere a tutti. Boh.

Mia madre dice che sono io che sono intollerante. Che non gli do spago. Che i ragazzini non sono così scemi come sembrano.

«È vero» dice mio fratello con la sua voce grave. «Sono più scemi di come sembrano.»

Anche mio fratello, dicono i grandi, “fa fatica a inserirsi”. Inserirsi, se ho ben capito, significa accettare la gente scema e la vita scema dicendo: oh che bella vita, oh che brava gente, farò anch’io così. Allora, io non voglio inserirmi. Preferisco restare sola. Non che sia bello esser soli. Vorrei avere degli amici. Ma non dei molluschi.

[…]

Vorrei avere degli amici della mia età. Ma con quelli della mia età non mi ingrano. Loro si stufano e io mi stufo, che cosa dovrei fare?

Cercare il loro lato in fiore, dice mia madre. È una parola. Se cerchi il lato in fiore di questo Rodolfo, ci trovi come massimo Rita Pavone […]

Un’altra volta, tanto per cercare il lato in fiore, gli ho chiesto se gli piaceva Neruda, che è il poeta preferito di mio fratello.

«Neruda» ha detto. «Ah, quella ballerina negra? È molto sexy». Così ha detto: giuro. I molluschi non ammettono mai di non sapere una cosa.

Quando poi ho letto una poesia bellissima di Neruda che ho trascritto sul mio quadernino, ha fatto una faccia di spregio:

«Senza rime» ha detto. «Son buoni tutti di far poesie senza rime.»

Ecco come sono i molluschi”.

L’amicizia. Ne conosciamo il valore e il peso in tutte le fasi della vita ma quella che lascia il segno, che trova un posto stabile nel cuore, si forma nell’infanzia e nell’età giovane, quando si passa insieme il tempo pieno e il tempo vuoto e basta una parola o uno sguardo per ridere, piangere, per ricordare una sensazione, un episodio. Ricordare insieme: è forse questo che spiega l’amicizia? “Sono sicura che il Nicola ricorda tutto quello che ricordo io, uguale. E questo, credo, è essere amici”.

Non possono mancare gli animali che fanno parte della famiglia a tutti gli effetti e sono sempre numerosi. Ci sono i cani: il Bao e la Baina. Ci sono i gatti: la Peppa, la Giovanna e il Pluto che “grosso e truce com’è, con quell’aria da pantera nera cotonata, è il gatto più goffo, affettuoso e fifone che abbiamo”. E poi i loro cuccioli, che nascono a San Mamete.

La genitorialità felina e canina diventa una riflessione sul diverso modo di prendersi cura della prole da parte di madri e padri. È intenzionale? Certamente divertente e lascia tante domande aperte.

La gatta Giovanna passa tutto il tempo a leccare i suoi gattini, ad allattarli, accudirli, adorarli. Orgogliosa di loro. Il padre Pluto, invece, “della paternità non capisce niente, non ne è per niente fiero, appena vede i mammuttini, o solo li sente gnaolare da lontano, alza la gobba e scaloppa via tutto sbilenco, gli occhi gialli sbarrati e il pelo irto, a rifugiarsi tra le braccia di mia madre, che tenta invano di spiegargli la situazione”.

Non cambia la storia con i cani. Nascono otto cagnolini e “la Baina è una madre brava quasi come la Giovanna. Dico quasi, perché per la Giovanna prima di tutto vengono i mammuttini, poi tutto il resto; per la Baina invece, prima vengono i padroni, poi la pappa, poi il bagno in lago, poi il gioco del riporto, e poi, con comodo, i baini. Si vede che ha dei sistemi educativi più moderni e sa che non bisogna star troppo addosso ai figli. Comunque li ama molto. Il Bao, niente. Pure lui, appena li vede o li sente, sgroppa via con la coda tra le gambe, uggiolando pietosamente, viene a mettermi il muso in grembo e a dire uh, uh, che cosini terribili ha fatto mia moglie, si muovono da soli, uh, uh, cosa mai sarà di me.

I padri, che cervello”.

È quindi naturale? Che siano le madri ad accudire i figli, intendo, e i padri più defilati e impauriti dalla questione. Nell’uomo le cose possono essere diverse? Per consapevolezza e per scelta, credo di sì. Ma quelle che conoscono i sentimenti e gli stati d’animo, che hanno maggior dimestichezza con le relazioni sono le madri; sono loro ad aver coltivato quest’arte nell’essere genitore, fa parte di un ‘sapere’ ereditato da secoli di pratica delle donne.

“Infine, l’altra sera mia madre mi ha chiamata. Stavo dando la pappa ai cuccioli, e mi ha fatto un cenno.

«Vieni qui» ha detto. «Guardami bene. Ti sembro molto infelice? Molto sbagliata?»

«Boh» ho detto. Ma non era giusto dire boh. L’ho guardata. Un po’ triste, un po’ vecchia, molto svanita, con un mucchio di cuccioli in braccio. Non infelice, e non sbagliata. «No» ho detto. «Tu no.»

«Eppure lo sono stata. Quando ero molto giovane, quando ero una ragazzina come te, astratta e impastata di favole. La realtà mi pareva stupida e brutta e mi sentivo spostata e sola. Poi ho imparato.»

«A inserirti?» ho detto, ostile.

«Non proprio. Non in quel senso. Ho imparato a voler bene alla vita per quel che è. Coi padri e le madri che litigano, e la fretta e la fatica, e il dolore anche. E la morte, anche. E i soldi che non bastano e il lavoro da fare anche quando non ne hai voglia, e la gente che parla e nessuno che ascolta. E le case col frigorifero e la lavatrice al posto delle felci e del mistero. È la vita, e io l’amo anche così.»

[…]

Vivere, è una parola.

Ma qualcosa credo di aver capito. Di me e degli altri e di quel pezzo di vita. Non so esattamente cosa. Ma credo che non avrò bisogno dello psichiatra per sentire che sono viva e che loro sono vivi. […]

Boh. Credo che mi toccherà volerle bene, a questa vita.

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