Una donna e altri animali

“Non è un’autobiografia. Giuro che non lo è. Che non lo sarà. Però ci saranno dentro, è fatale, un sacco di particolari e contorni autobiografici, l’infanzia nel primo fascismo, la giovinezza in guerra, la lotta partigiana, l’involuzione amara del ’48, l’ingenuo rinvenimento del ’68 attraverso i figli, l’ironica rassegnazione del dopo. E padri, madri, fratelli, nonni, zii, cugini, compagni. E naturalmente cani, gatti, uccelli domestici. Non potrei scrivere quel libro, forse nessun libro, senza averci messo dentro gli animali, per un verso o per l’altro”.

Brunella Gasperini ha pubblicato questo libro nel 1978, un anno prima di morire e molti anni dopo le precedenti cronache familiari, scritte tra il 59 e il 65. Anche se ritroviamo le stesse persone, animali e case cogliamo uno sguardo diverso, come fosse caduto il leggero velo che rendeva tutto più bello, toglieva rughe e smagliature, tristezza e amarezza che qui, invece, permeano pagine di grande bellezza; un altro modo di vedere la vita rispetto alla stagione della giovinezza, che lei stessa definisce piacevole ma “molto anestetizzata”. Quelli di Io e loro, Noi e loro, Lui e noi, scrive: “furono gli anni più facili, anche se lavoravo come una dissennata, o proprio per quello. Lontano il 48, non ancora vicino il 68, lontana la povertà, non ancora vicina l’ulcera gastrica, una specie di limbo. Fu in quel periodo che scrissi le cronache familiari, e mi parevano vere. Non che fossero false. Ma non erano vere. Erano anestetizzate”.

Qui respiriamo la malinconia dell’età, gravata da una qualche stanchezza del corpo e dello spirito, dalla salute malandata che l’anno dopo presenterà il conto. Pur conservando quel suo tocco ironico la scrittura è così pregna di nostalgia da far pensare a una sorta di intuizione predittiva alla quale Brunella sa dare parole con quella capacità di guardarsi dentro che la contraddistingue. Lo esplicita anche con chiarezza, a un certo punto.

Non avendo più molta voglia di vivere, non avevo neanche molta paura di morire. Convivevo in silenzio con la mia scorribàndola, senza dar fastidio a nessuno […] No, la morte non mi fa paura. Ma morire! Morire vuol dire perdere senza possibilità di appello ogni occasione di conoscenza e d’amore, non sapere mai se scriverò o no il libro, come andranno le prossime elezioni, se diventerò nonna o no – e cosa ne sarà della Patata? […] Morire significa rinunciare a ogni passione, rabbia, curiosità – memoria. Perciò, esimia signora della falce, sei vivamente pregata: primo, di fare il tuo lavoro da professionista del crimine, un colpo solo e senza preavviso; secondo, di farlo il più tardi possibile, grazie”.

Cosi quello che noi leggiamo oggi sappiamo che è un canto di addio alla vita, scritto con leggerezza e profondità tali da toccare le corde del cuore.

Mi accorgo, però, di avere anticipato troppo il tono triste del libro, come una proiezione del mio vissuto nel momento in cui l’ho letto, ma c’è molto, molto altro: è il racconto di una donna che illumina angoli della sua storia, delle persone, animali e delle cose che ne hanno fatto parte, in un va e vieni tra il presente e il passato.

Lo spartiacque è dato dalla voce dell’onnipresente marito: “il compagno della mia vita” lo chiama. È lui a fare da contrappunto, a fermare o sollecitare, a farle riprendere il filo interrotto dalle sue distrazioni. Lo fa litigando e brontolando ma lei gli riconosce il valore di un profondo rispetto: “… non mi hai mai fregata, sfruttata, spremuta e messa da parte. Mi hai solo rotto un po’ le scatole”. Nel libro gli affida, quindi, la funzione di richiamarla alla realtà, di riportarla al presente dai ricordi a cui si lascia andare, dalla trama dei pensieri che l’avvolgono in un continuum con le cose che la circondano, come non ci fosse separazione tra vita e scrittura.

I graffiti

Negli spazi lasciati liberi dalle piante, dalle voliere, dalle fotografie, dai ritagli, le pareti della mia stanza sono decorate da scritte pennarello. I miei graffiti, li chiamano in famiglia. Presi globalmente potrebbero rappresentare, temo, il mio ritratto.

Sul muro davanti al mio tavolo, in pennarello nero su bianco, sta scritto a caratteri cubitali:

PER PIACERE

NON ROMPETEMI IL FILO

E tutti me lo rompono in continuazione”.

Tutti poi credono che per me scrivere sia facilissimo, che mi sieda alla macchina per scrivere e ti ti ti, via tutto di getto fino alla fine. Eh sì, ciao. Sul muro di fronte al mio tavolo sta scritto:

È DURO

DOMARE UNA SCRIVANIA

Prudentemente defilato tra la libreria e la finestra c’è un graffito che dice:

LA DONNA SI È ROTTA

SIAM PRONTE ALLA LOTTA

Ma i graffiti si possono cancellare, cambiare e riscrivere ed è così che la prima frase rimane intoccata, perché è vero che le donne si sono rotte le scatole ma, leggendo certe lettere o ascoltando certe telefonate, a Brunella viene il forte dubbio che pronte alla lotta le donne non lo siamo per niente e quindi aggiunge un punto interrogativo:

SIAM PRONTE ALLA LOTTA?

Che diventa poi esclamativo:

SIAM PRONTE ALLA LOTTA!

quando vanno a trovarla la figlia e la nuora e modificano il segno di punteggiatura rimproverandole la sfiducia per la sorellanza.

I suoi graffiti sono interattivi e in continua evoluzione. 

Sul muro di fronte alla porta, tra la libreria e il soffitto, sta scritto in bella composizione grafica:

NON È

FACILE

«Che cosa non è facile?» chiedono i visitatori.

Rispondo: «Che cosa è facile?»

Fanno l’occhio vacuo. Poi dicono: «Eh già».

Sulla parete più grande della mia stanza, di fronte alla finestra che tiene tutto il lato esterno, c’è un graffito che ho composto parecchi anni fa in uno dei miei momenti lirici, quelli che in famiglia si chiamano melò, altra espressione ereditata dalla nonna francese. Dice la scritta: 

METTETE LE MIE CENERI

SOTTO IL MIO GELSOMINO

E SCRIVETE SULL’URNA:

VIAGGIÒ TUTTA LA VITA

ATTORNO A UN TAVOLO

“In tempi più recenti, sotto gli ultimi versi è comparso un post scrittum:

SENZA PERALTRO COMBINARE UN CAVOLO

Famiglia

Traccia ritratti indimenticabili delle persone della sua famiglia.

Il nonno materno. “Robusto e sanguigno, gran chioma bianca svolazzante, gran cappello nero, gran cravatta alla La Vallière, mio nonno era un anarchico da vignetta. Collerico, intollerante, attaccabrighe nato. […] ll nonno senza aggettivi, il nonno e basta, era il nonno anarchico, il padre di mia madre, quello che chiamava i suoi cani Bakunin o Libertà, e che dopo il Bacuc non ne aveva più voluti altri”.

Il padre “era un non-violento per eccellenza, anche se l’espressione allora non era di moda. Ma mentre mio nonno, che si professava clamorosamente anarchico, viveva in sostanza da borghese (benestante, con amici molto benestanti, gran buongustaio, gran cultore di vini, grande anfitrione) mio padre, che non si professava anarchico e non si vestiva da anarchico, viveva da anarchico: rinunciando ai privilegi della nascita, rinunciando alla carriera universitaria, facendo il medico quasi clandestinamente con un ambulatorio rabberciato in casa, e dividendo il poco che aveva con chi aveva ancor meno. «Te me paret Gesù Cristo» gli diceva il nonno”.

Erano due tipi opposti, legati da un affetto irriverente, pudico. Si sfottevano sempre. Come due compagni, non come un suocero e un genero. «Ti te se no on anarchico, te set on bastian contrari» diceva mio padre. «E ti te set on moresina» diceva mio nonno”.

Nonno paterno. “Il nonno pistola era il suo nobile padre, che lui non frequentava quasi più, e noi pochissimo”.

La madre. “Il femminismo era di là da venire, ma mia madre era, a suo modo e per i suoi tempi, una donna liberalissima. Autonoma, creativa, agguerrita, e senza tabù di sorta, la laurea in un cassetto, un sacco di interessi che non aveva tempo di coltivare, un talento di pianista che non aveva tempo di esprimere, dell’ordine non le importava un accidente. Aveva sei figli, alcuni dei quali movimentatissimi, e un marito intellettuale che ‘non portava a casa i soldi’, o comunque ne portava pochi”.

Mia madre insomma aveva il diritto di essere disordinata”.

E poi ci sono gli amici: il Nero Veloce, l’amico medico che interviene sempre in caso di bisogno; il Dacci un Taglio, il chirurgo che le toglie l’ulcera allo stomaco, anzi “pressochè l’intero stomaco”; il guru è l’amico che interpreta i suoi pensieri come fosse uno psicanalista e le dice: «Ti fai una colpa di essere viva». 

Gli animali e le stagioni della vita

Sono gli animali a occupare molto spazio nel libro, fanno parte della famiglia e la loro presenza contrassegna ogni fase della vita, dall’infanzia in avanti. Sono protagonisti, ognuno con carattere, espressione e vicende proprie, di piccoli racconti.

I cani

Bakunin/Bacuc, era il cane del nonno, e appartiene alla stagione della prima infanzia. “Si chiamava Bakunin. Tutti i cani di mio nonno si chiamavano Bakunin. Libertà se erano femmine. Questo, essendo vecchissimo, era soprannominato Bacuc […] Era un cane pigro, introverso, un po’ malmostoso”.

La stagione seguente è quella del Baffo, “il primo cane veramente nostro”. Il Baffo, un cagnetto trovatello portato a casa dai fratelli e poi cresciuto a dismisura, è diventato “un grande e splendido pastore maremmano bianco-sporco […] Gli ultimi mesi della sua vita li passò in montagna alla macchia, coi miei fratelli. Se la morte può essere bella, la sua fu una bella morte”.

Il Bu è il “primo cane del dopoguerra, grosso miscuglio di razze indefinibili, tutte pelose”. Cane ladro, ma che sapeva ridere.

Il Bao, “bellissimo pastore scozzese di carattere emotivo e salute cagionevole”, invece, piangeva e si lamentava sempre dopo ogni misfatto. Per renderlo più allegro gli regalarono una moglie “una pastora scozzese fulva”: la Baina. Prima ne fu geloso, poi si amarono di un amore platonico e diventarono “un’associazione per delinquere”.

E poi venne la Peppanella stagione della “seconda giovinezza, della contestazione goduta e patita da ragazza tra i ragazzi, con gli slogan sui muri e la Peppa al piede”. La Peppa era il cane personale suo e non di famiglia come gli altri. Morta attraversando la strada, presa sotto da un’auto, mentre le correva incontro al rientro dall’ospedale dove era stata ricoverata per un intervento allo stomaco. 

Il compagno della vita le portò a casa, allora, un altro cane, “uno yorkshire terrier, microscopico, pelosissimo, sempre all’erta”. Due si chiamava ed era un cane molto intelligente. “Come potrei definirla la stagione del Due? A parte che non è ancora finita, all’inizio fu la stagione della casa piccola, della casa senza giardino, senza Peppa, e senza figli”. 

Un paio di anni dopo le regalò un altro cane, così grosso che lo chiamarono Orso, ma soffriva di attacchi epilettici e lo hanno dovuto sopprimere.

Infine, l’ultimo amato cane: la Patataun bobtail, corpo d’argento, testona e zampone candide, enorme e fifona al massimo”.

I gatti

Dai gatti, come un flusso di coscienza ininterrotto, torna al passato. 

Il primo animale che ricordo di aver posseduto, proprio io personalmente, è stato un gatto: una gattina dall’apparente età di un mese e mezzo che era stata buttata chissà come nel cortile della casa natale di corso Porta Nuova” : la Pussi. Che visse sedici anni e quando morì “io sapevo già cos’era la morte. Non fu un trauma: fu un altro dolore, in tempi in cui il dolore era di casa”.

Il primo gatto della mia vita matrimoniale fu il Gion, che veramente andrebbe scritto Jhon”. Con il Gion ritorna la memoria del padre e della madre, dei figli piccoli. “Il Gion rappresenta la stagione dell’angusto appartamentino sul Naviglio […] La stagione delle mie disastrose supplenze […] la stagione del marito reduce amareggiato dopo otto anni di servizio militare, costretto otto ore al giorno dietro una scrivania, lui che non sapeva e non sa star fermo cinque minuti senza scalciare […] Fu la stagione dei […] bambini piccoli e della loro straordinaria amicizia con mia madre. Gli ultimi anni del Gion furono anche gli anni delle mie prime collaborazioni con i giornali. Fu la Camilla Cederna, che non vedevo da lustri, a dirmi che i giornali femminili avevano bisogno di racconti”.

Poi cominciarono a venirmi le crisi. Pensavo a mio padre che senza mai forzarci, per il solo fatto di essere quello che era, ci aveva trasmesso ironia, cultura, senso critico, libertà intellettuale. Pensavo a quando diceva che il mondo aveva bisogno di menti aperte, di spiriti liberi, come sarebbero stati i suoi figli. Adesso i suoi figli maschi era morti, e quel liberissimo spirito della sua figlia minore pubblicava novellette melò e risposte edificanti sui giornali femminili degli anni cinquanta, più realisti del re, conformisti, oscurantisti, filoclericali, dove l’umorismo andava subito ucciso con la melassa, le fanciulle vergini dovevano morire o comunque pagare a caro prezzo le loro colpe, le casalinghe avevano sempre la meglio su quelle modernastre che lavoravano fuori, e il massimo della cultura era citare l’Antologia di Spoon River. Non ero obbligata a dire quel che non pensavo; però non potevo dire che una piccola parte di quel che pensavo, e con opportune perifrasi; non ero obbligata a dichiararmi cattolica; però mi era vietato dire che non lo ero; e se una lettrice mi chiedeva perentoriamente: e tu perché non parli mai di Dio?, ma insomma, tu sei religiosa o no?, dovevo scantonare, non rispondere, menare il can per l’aia”.

La stagione dei guadagni e della villetta, del Bao e della Baina, è la stagione dei gatti randagitutti i randagini del rione, che era allora un rione quasi di campagna, trovavano ospitalità nel nostro giardino. Parecchi diventarono membri della famiglia”.

La prima fu la Candida, trovata a due mesi ai piedi del cancello.

Un altro fu il Rififi, tutto nero, lustro e sdutto.

Il Giacinto era il prediletto del figlio, un gattino grigio soprannominato l’Integro.

Quando andavo a fare la spesa, mentre il Bao e la Baina mi trainavano al guinzaglio tipo Ben Hur, i sunnominati gatti, più i non nominati coi quali mi riscuso, mi venivano dietro tutti in fila e mi aspettavano seduti davanti ai negozi”.

Poi morirono il Bao e la Baina, cambiarono casa, e con la Peppa, allora cucciola, avevano due persiani “goffi, pelosi, tonti come la luna, due piccoli mammut col pedigree. I nobilitati li chiamavamo”.

Lui si chiamava Plutoera un gatto enorme, nero, truce, con la faccia incazzata e una vocina sottilissima”.

Diede vita a “una lunga e gloriosa dinastia di persiani, con la collaborazione della moglie Giovanna, persiana azzurra detta anche Gatta Seduta per la sua abitudine di sedere come un piccolo pachiderma cotonato in mezzo al corridoio, fissando il muro e meditando sulle cose umane”.

La gatta Lucia era una delle figlie della Giovanna: “non ha niente di persiano (il gene plebeo domina sul gene nobile) ma è bellissima, un piccola pantera nera con occhi verdi, che mi ama di un amore esclusivo e sconcertante”.

Gli uccelli

Mio nonno, il padre di mia madre, il nonno anarchico, il nonno Pluf, insomma il nonno, amava molto gli uccelli… […] … il suo uccellino del cuore era il Cip, un passero comune, che era più vecchio del Bacuc, cui tuttavia sopravvisse. La aveva trovato lo zio Ferdo quando aveva quattordici anni” poi lo zio era morto in guerra e l’uccellino aveva continuato a rispondere ai richiami del nonno al quale capitava, in quelle occasioni, di piangere un pianto silenzioso.

La storia del pappagallo Pirata, talmente vecchio che “non volava quasi mai ma girava per casa tipo gallina”. “A parte le bestemmie, il Pirata non diceva molte cose”. Tra queste ogni tanto se ne usciva con “Facisti! Facisti!”.

Nessuno di noi ereditò la magia del nonno per gli uccelli. Molti anni dopo, dovevo in parte ritrovarla in un uomo altrettanto cespuglioso e collerico che non a caso era il padre dei miei figli”.

E allora com’è che abbiamo diciotto uccelli in casa? […] il compagni della mia vita è un incantatore di uccelli, anche se non sa gorgheggiare come mio nonno”.

Uno dei primi è stato il Merlo che è diventato “un grosso lucido uccello nero, con becco giallo e carattere impertinente, che vola libero per la mia stanza, dorme su Molière o sulla mia testa, ride come me, tossisce come il mio compagno, parla con accento ora milanese ora marchigiano e canta con parole e intonazione perfetta inni di vario genere e colore”.

Il guru dice che io amo gli uccelli per via del Cip. Che amo i cani per via del Baffo. Che amo i gatti per via della Pussi. Che amo il compagno della mia vita per via del nonno collerico e mangiapreti”.

Non potrebbero capire che cosa sono gli animali per me. Non solo gatti, cani, uccelli, ma senso di continuità. Guida al tempo perduto – nel senso di passato, non di buttato via. Ricupero dell’infanzia mia e dei miei fratelli e dei miei figli. Sarà melò questa cosa?”. 

Scrivere

Uno dice: ma insomma, scrivere non ti piace? Dipende. Mi piace lottare con le parole, rileggere, riscrivere, correggere, tagliare, ricucire i fili, scrivere tutto di nuovo – ah, che bello! Scrivere è la fatica che amo di più al mondo: una volta che ho ingranato. Insomma, mi piace scrivere quando ho già scritto. Ma soprattutto, mi piace scrivere quello che voglio. Allora non mi accorgo nemmeno delle ore che passano, delle sigarette che fumo (o non fumo), dell’emicrania in agguato, della scorribàndola in atto”.

📍

Ho provato il desidero, leggendo il libro, di non perderne nessun pezzetto e la mia raccolta di frasi, immagini, pensieri e descrizioni è solo un pallido riflesso della sua bellezza. Ho avuto l’impressione di avvicinarmi all’anima di una donna che, pur così lontana nel tempo della vita, è stata capace con la sua scrittura di trasmettere emozioni, sentimenti che fanno vibrare, ancora adesso, qualcosa di intimo. Sarà melò questa cosa? Non lo so, ma se è così mi piace. E più i pensieri, i ricordi, i racconti si fanno melò più sembra che una nebbia grigia e leggera scivoli su tutto. Ma poi succede, all’improvviso, che si apra uno squarcio e si veda un cielo illuminato da fuochi d’artificio, uno più bello dell’altro, e tu non sai su quale fermare lo sguardo.

Nell’ultima parte del libro Brunella racconta un sogno di morte e il compagno di vita le dice: “ci manca il finale”. Ora sappiamo che per cose così belle non può esserci un finale.

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