Il gioco delle ultime volte

Senza incoscienza la giovinezza sconfina troppo presto nei piatti orizzonti della maturità, ma se la corteggiamo chiudendo gli occhi come a mosca cieca non possiamo sapere come finirà il gioco

Anche i libri, come le persone, hanno un lato manifesto e riconoscibile – nel modo di presentarsi o presentare i personaggi, nella scelta delle parole da dire o da scrivere – e un lato meno evidente, che resta in ombra e che, a volte, intuisci pur senza riuscire a definirlo. Spesso è in luce il lato ‘bello’ mentre quello ‘oscuro’ lo scopri solo in particolari momenti. A volte, invece, succede il contrario: quello che vedi non ti piace, ti sembra ostico e solo se perseveri e vai oltre l’apparenza accade l’apriti sesamo e può capitare di trovare ricchezze nascoste.

Con Il gioco delle ultime volte è stato proprio così. All’inizio, non ci ho capito niente, leggevo pensieri di qualcuno senza ricordare chi era e in che rapporto fosse con gli altri personaggi. Mi è sembrato un libro costruito con tanti pezzi sparsi, messi lì non si sa bene perché e così, anche se una trama c’è, ho perso spesso il filo.

Poi, a un certo punto, ho cominciato a orientarmi, a inquadrare il contesto, e ho provato una leggera curiosità per proseguire la lettura. Mi sono anche detta che questo modo di raccontare rende bene la ‘leggerezza’ (leggi: superficialità) del mondo attuale: un affastellarsi di voci, pensieri, azioni in un flusso di coscienze che sembra disconnesso. Il filo conduttore del romanzo lo devi cercare tu, lettore o lettrice, non te lo offre l’autrice ed è uno sforzo che implica fiducia; in questo caso la fiducia non mi è costata perché a me piace molto Margherita Oggero.

Nonostante la fiducia la lettura è rimasta stentata. Appena mi coinvolgevo in una storia, mi calavo nel profilo di un personaggio, subito ne compariva un altro e stavo lì a chiedermi chi fosse: chi è Ines? chi è Pietro? e Arianna? Allora tornavo indietro per riprendere il filo, per ri-collocarli nella trama, per non sbagliare e inserire il ricordo di un personaggio in quello di un altro. Una fatica!

Questo modo di scrivere spezzettato e pieno di figure mi confonde e mi irrita. Succede spesso anche nei film e nelle serie tv: un metodo che ha invaso ogni ambito del raccontare e che dovrebbe servire ad animare la storia, a increspare le onde di acque piatte, a dare un pochino di suspence a vicende altrimenti banali. Invece a me fa provare solo nostalgia per scrittori e scrittrici come Austen, Dickens, Eliot (George), James, insomma per il romanzo classico (mi accorgo che ho nominato autori anglosassoni ma lo stesso vale per russi, tedeschi francesi, italiani). O per i film classici.

Tutto questo va e vieni non somiglia neppure lontanamente al flusso di coscienza a cui magari vorrebbe ispirarsi. È tutto così lontano da Virginia Woolf o da Marcel Proust che ti fanno immergere nelle acque profonde dell’interiorità! Questo modo moderno di raccontare sembra invece un saltellare continuo nel tempo con il rischio che la visione d’insieme sfugga.

Insomma, sono rimasta perplessa e pensavo di ‘archiviare’ il libro tra gli indesiderati, dimenticarlo lì, senza scrivere niente. Poi l’ho ripreso in mano. Volevo dare un’ultima occhiata ad alcune pagine che mi ero segnata durante la lettura ed ho intravvisto il lato che era rimasto in ombra. Mai come in questo caso ho capito il significato del mio scrivere dei libri che leggo. Del motivo per cui non mi basta leggerli e passare subito ad altro, magari a qualche testo più ‘appetibile’. Sarebbe facile, sarebbe bello, ma perderei alcuni pensieri: pensieri che certe frasi, certe situazioni o episodi mi sollecitano. Solo nel rileggere quelle pagine, tornare indietro e fare la fatica di sostare su quei passaggi e poi scriverli e pensarli mi aiuta a vedere altre prospettive.

Dopo questo lungo preambolo, in cui ho cercato di esprimere la mia ambivalenza verso un certo metodo di scrittura e verso questo libro, mi addentro nei particolari della storia.

La vicenda si svolge a Torino e a Chamonix, durante un lungo fine settimana.

Una ragazza si butta sotto un tram e muore. Ale è il diminutivo del nome: sappiamo che non ha ancora diciassette anni, è bella, viene da una famiglia agiata ed ha tutto quello che può volere una ragazza della sua età. Muore per un passo in più, un passo deciso in un momento di stizza, di frustrazione. Di vuoto. Eppure non c’era niente che non andasse nella sua vita e aveva anche genitori attenti e comprensivi.

«…devo sempre difenderla, sparare stronzate tipo che oggi tutti i ragazzi sono così perché si sentono insicuri del futuro, insomma che è colpa dei tempi, eppure hanno tutto. Ale almeno. Noi siamo sempre stati presenti e disponibili, se eravamo stanchi pazienza, la portavamo alle feste, in palestra quando le è preso il trip del judo, avanti e indietro in mezzo al traffico perché la palestra era lontana […], io piantavo il lavoro e poi mi toccava portarmelo a casa la sera, invece di guardare la tele o leggere un giallo. Intorno a noi tante copie si sfasciavano, i figli in mezzo a patire i litigi, dopo la separazione i weekend una volta con la madre e una col padre, che poi avevano un nuovo compagno o una nuova compagna e gli toccava adattarsi. Noi no, andiamo d’accordo, lavoriamo insieme, si capisce che ogni tanto qualche scazzo capita ma è roba da niente, e anche con la crisi ce la stiamo cavando, […] insomma vederla ridere o almeno sorridere ogni tanto sarebbe una consolazione».

Ale muore quando ancora non ha diciassette anni: il suo gesto è stato l’impulso del momento, la reazione a una frustrazione, come succede in molti casi, oppure un’angoscia di vivere che viene da lontano? Sono interrogativi che ci poniamo ogni volta che veniamo a conoscenza di questi atti e ci chiediamo se nella vita dei figli vada tutto bene come sembra (scuola, amici, sport): «Ma tutto questo galleggia in superficie, che ne so io di cosa si trova sotto, alla base dell’iceberg?».

E’ curioso (o forse no) il modo in cui Ale viene presentata da chi la conosceva: viziata, superficiale, scontrosa ed egoista. Poteva essere anche così, come si mostrano molti ragazzi di quell’età. Però mi ricorda tanto il modo con cui gli adulti descrivono i giovani e questo succede adesso come succedeva al tempo in cui ero giovane io. C’è sempre questo scarto incolmabile tra generazioni reso ancora più profondo dal fatto di ritenere la propria prospettiva come quella più ‘vera’, la propria esperienza e il proprio punto di vista quelli più ‘giusti’. In realtà non abbiamo mai imparato che l’unico modo per avvicinarsi è ascoltare e soprassedere dal giudizio. Poi c’è da dire che un suicido spinge, più di qualsiasi altro gesto, alla ricerca di un colpevole: chi compie il gesto, i genitori, gli amici, la società. Anche nel libro avviene questa indagine, però per vie inusuali che lasciano aperto l’interrogativo sull’imprevedibilità che soprattutto nella giovane età fa camminare, per un certo tempo, sull’orlo del precipizio.

L’ombra della rinuncia all’esistenza si estende comunque su tutti, indipendentemente dall’età; investe la generazione dei genitori e degli adulti in generale. Nel romanzo la scena passa ai i cinquantenni o giù di lì, genitori di figli dai quattordici ai diciassette anni, presi da impegni e delusioni che solo la vita incide così profondamente.

Sono sei coppie quelle che si ritrovano a Chamonis, nella casa di montagna di una di loro. Sembrano tutte uguali, si fa fatica a ricordare chi sia la moglie o il marito di chi; bisogna tornare indietro, nelle pagine precedenti, e ritrovare i riferimenti per capire a chi appartengono ricordi e pensieri. Sono coppie stabili, con un buon lavoro, acculturate, agiate. Le inquietudini personali non intaccano le loro vite, riescono a farle coesistere senza danno. Appartengono alla generazione del benessere, quella che ha vissuto la giovinezza negli anni 80, con scarso interesse per l’impegno sociale e, infatti, nelle loro storie non c’è nessun accenno alla politica e alla società. Coppie edoniste che vivono la frustrazione del tempo che passa e la giovinezza che se ne é andata. Hanno attraversato l’irrequietezza dell’età ‘bastarda’, l’hanno superata (o congelata) e si sono accucciate in una posizione comoda di stabilità dalla quale si interrogano, pur senza ‘graffiarsi’ troppo a fondo, e da lì guardano al passato con nostalgia. Il gioco delle ultime volte è un gioco di società, una sorta di autoriflessione leggera: “Ci si ricorda dell’ultima volta che abbiamo fatto o ci è successo qualcosa e ci si racconta agli altri. Un esercizio di introspezione e anche di storytelling“.

«Io qualche rimpianto ce l’ho,» interviene la padrona di casa. «Degli anni del liceo e di quelli subito dopo voglio dire, di quell’orizzonte che ci si presentava senza ostacoli, e soprattutto della leggerezza con cui sperimentavamo la vita. Sapevamo, cioè credevamo, di essere immortali, potevamo permetterci qualunque esperienza, il pericolo ci attraeva ed eravamo convinti che anche sfiorandolo non ci avrebbe fatto danni. La sbornia dell’edonismo reaganiano; la velocità, le bravate assurde, l’erba e qualcosa di più, le notti clandestine fuori casa, la sconsideratezza e l’anarchia… quello che non ci era concesso ce lo prendevamo, ma ci è andata abbastanza bene e le sbandate non ci hanno distrutto la vita. Ecco, è l’incoscienza che rimpiango, l’incoscienza che ci apparentava agli dei dell’Olimpo, e che dopo abbiamo dovuto abbandonare».

Finita l’incoscienza della giovinezza gli adulti di oggi hanno cercato altro per avere l’ossigeno necessario per vivere: chi la montagna, chi il lavoro, chi i soldi, chi un amante. Concentrati su una vita di soddisfazioni o tesi a eliminare gli ostacoli si sono accontentati di vivere senza troppi scossoni. Il guaio è che hanno voluto lo stesso per i figli. Ma se puoi sopportare questa ‘tranquillità’ a cinquant’anni ti distrugge quando sei giovane e guardi ancora al futuro, perché ti arena in un’isola deserta. Con tutti i confort, ma deserta. E i quattordicenni, i diciasettenni di oggi sembrano essere lasciati soli a portare il peso di un’epoca troppo piena e troppo vuota. Gli vengono fatte tante promesse che sono come la mela della strega di Biancaneve: avvelenate da un’idea di appagamento che addormenta la coscienza e li priva di vitalità e poi lasciati a fare i conti con un futuro che non assomiglierà a nessuna delle aspettative create.

« Ti ricordi il proemio del secondo libro del ‘De rerum natura‘»

«E chi se lo scorda:Suave, mari magni turbantibus aequora ventis’ eccetera…»

«Ecco, la metafora è cinicamente realistica: la ‘suavitas’, chiamala felicità se vuoi, o appagamento o serenità, consiste nel non essere tra quelli che stanno naufragando in mezzo alle onde, nel trovarsi a distanza dal terremoto o graziati dallo schianto aereo, insomma nello stare sulla spiaggia, o lontani dall’epicentro del sisma, o ancora in aeroporto».

2 Comments

  1. Mi sembra che il romanzo abbia raggiunto il suo scopo: farti riflettere su quello che è il suo centro, arrivandoci per una strada che tu hai deciso di percorrere, anche con fatica e un po’ di scetticismo iniziale. In fondo, un libro è valido se ti lascia qualcosa, se getta un seme, se dà vita a un pensiero…

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