Storia della bambina perduta (L’amica geniale 4)

“Ogni rapporto intenso tra esseri umani è pieno di tagliole e se si vuole che duri bisogna imparare a schivarle”

Romanzi precedenti:
L’amica geniale, 2011
Storia del nuovo cognome, 2012
Storia di chi fugge e di chi resta, 2013

Con Storia della bambina perduta siamo arrivati alla fine della serie e confesso che ho tirato un respiro di sollievo perché, anche se sono soddisfatta di aver fatto come San Tommaso, la lettura mi ha impegnato un bel po’ di tempo. L’ultimo libro è stato pubblicato nel 2014 ed è fitto di vicende, cambiamenti, legami, perdite, separazioni. Insomma, accade un po’ di tutto! Racconta l’età della maturità e del peso delle scelte fatte. Tra le tante cose ho fermato l’attenzione su quelle che mi sembra trovino un’eco e un significato condiviso tralasciando avvenimenti, anche gravi, che chi intende leggere i libri scoprirà per conto proprio.

“È sempre più difficile tener teso il filo del racconto dentro il caos degli anni, degli eventi piccoli e grandi, degli umori. Perciò o tendo a sorvolare sui fatti miei per riacciuffare subito Lila e tutte le complicazioni che porta con sé o, peggio, mi lascio prendere dalle vicende della mia vita solo perché le butto giù con più facilità”  e così Lena inizia raccontando di sé e del bisogno di cambiare una vita che sente angusta. La separazione dal marito, la sua carriera di scrittrice, il suo amore cieco per Nino la riportano a Napoli dove ritrova Lila e tutti gli amici dell’infanzia.
Lena che ha fatto letture femministe, che ha partecipato ai gruppi di autocoscienza, che ha scritto un pamphlet sull’invenzione della donna… alimenta un amore che le si “torceva dentro con ferocia […] Per quanto ormai scrivessi e ragionassi in lungo e in largo di autonomia femminile, non sapevo fare a meno del suo corpo, della sua voce, della sua intelligenza. Fu terribile confessarmelo, ma seguitavo a volerlo, lo amavo più delle mie stesse figlie […] Ero incapace di essere io il modello di me stessa. Senza di lui non avevo più un nucleo a partire dal quale espandermi fuori dal rione e per il mondo, ero un mucchio di detriti”. 
Confesso che leggendo le ‘macerazioni’ sentimentali di Lena ho pensato ai temi che andavano per la maggiore negli anni ’80 e ’90 in alcuni romanzi femminili – tipo le storie di Catherine Dunne per intenderci – costruiti dentro uno spazio soggettivo di malessere, fatte di amore-dipendenza da un maschile infido da cui ci si libera con fatica, di sofferenza per essere state tradite e lasciate per una donna, spesso, più giovane. Dopo la rottura degli schemi degli anni settanta e la conquista dell’amore libero, non sono stati più i legami istituzionali a prevalere ma la dipendenza delle donne era diventata affettiva e la conquista di una identità autonoma difficoltosa da raggiungere. Ecco, Lena rappresenta quel tipo di donna che, spero, abbia fatto il suo tempo. E… chissà se le nuove generazioni femminili sanno costruire la loro vita a partire da una nuova consapevolezza di sé!

La maternità. Nel 1980 Lila e Lena sono entrambe incinte e il confronto tra il modo diverso di vivere ogni aspetto della vita scivola in quella che è la principale prerogativa delle donne: la gravidanza e la maternità
“fummo due donne incinte molto diverse. Il mio corpo reagì con forte adesione, il suo con riluttanza […] Così, mentre io mi sentii subito come se mi baluginasse dentro una sorta di luce rosata, lei diventò verdognola, il bianco dell’occhio ingiallì, detestava certi odori, vomitava di continuo […]
Andavano aumentando le differenze tra la mia pancia e la sua. Io avevo un ventre grosso e largo, pareva espandersi ai lati più che in avanti; lei aveva una pancia piccola, stretta entro i fianchi stretti, prominente come una palla che stesse per ruzzolare dal bacino”.

La politica. Dal lato pubblico questi sono gli anni della politica accesa, dei controlli polizieschi, delle armi spianate delle “sirene spiegate dei poliziotti, i posti di blocco, lo schiocco delle pale degli elicotteri, i morti ammazzati”. Del terrorismo, delle Brigate rosse. Il sequestro e l’uccisione di Aldo Moro. Il ’77, il ’78, le aggressioni all’Università, per strada.
E poi arrivano gli anni della benevolenza verso la sinistra socialista e “l’acredine ai comunisti”. Della nuova malattia dell’AIDS “che pareva a tutti una montatura di papa Wojtyla per bloccare il libero manifestarsi della sessualità in tutte le sue possibili pratiche”. 
A Napoli intanto la delinquenza è dilagante, “estorsioni, aggressioni, furti, usura, vendette a cui seguivano vendette”.

E la droga. Per Lena la droga è quella che si usa nelle classi alte, tra gli intellettuali “negli ambienti che avevo frequentato e frequentavo non si scandalizzava nessuno … era uno dei tanti canali di benessere individuale, una via per liberarsi dai tabù, una forma colta di sfrenamento”.
Macché sfrenamento! la rimprovera Lila. A Napoli e in tutte le periferie delle città la droga non è “un gioco liberatorio per gente agiata […] si era spostata nel teatro viscido dei giardinetti di lato alla chiesa, era diventata una vipera, un veleno che serpeggiava nel sangue dei miei fratelli”, ammazzava e portava soldi.

Il terremoto del 23 novembre 1980 “con quel suo frantumare infinito – ci entrò dentro le ossa. Cacciò via la consuetudine della stabilità e della solidità, la certezza che ogni attimo sarebbe stato identico a quello seguente, la familiarità dei suoni e dei gesti, la loro sicura riconoscibilità. Subentrò il sospetto verso ogni rassicurazione, la tendenza a credere a ogni profezia di sventura, un’attenzione angosciata ai segni della friabilità del mondo, e fu arduo riprendere il controllo. Secondi e secondi e secondi che non finivano”.
Questa è una parte che ho messo a fuoco per deformazione professionale perché ha a che fare con gli effetti del trauma. Nella catastrofe, come è un terremoto, sono attivati diversi stili di reazione e nel romanzo ne vediamo impersonati due, quelli che stanno ai limiti opposti di un continuum, dalla fragilità alla resilienza: Lila e Lena mostrano come gli effetti del trauma diventino insopportabili in alcune persone oppure tollerabili in altre.
Lila si frantuma, reagisce con terrore e mostra tutta la sua fragilità nell’urto improvviso che rompe l’equilibrio del mondo; cede al trauma perché la smarginatura era già una linea di frattura presente nella sua storia e nella sua personalità,
“disse che i contorni di cose e persone erano delicati, che si spezzavano come il filo del cotone. Mormorò che per lei era così da sempre, una cosa si smarginava e pioveva su un’altra, era tutto uno sciogliersi di materie eterogenee, un confondersi e rimescolarsi. Esclamò che aveva dovuto sempre faticare per convincersi che la vita aveva margini robusti, perché sapeva fin da piccola che non era così – non era assolutamente così -, e perciò della loro resistenza a urti e spintoni non riusciva a fidarsi… Borbottò che non doveva mai distrarsi, se si distraeva le cose vere, che con le loro contorsioni violente, dolorose, la terrorizzavano, prendevano il sopravvento su quelle finte che con la loro compostezza fisica e morale la calmavano, e lei sprofondava in una realtà pasticciata, collacea, senza riuscire a dare contorni nitidi alle sensazioni. Un’emozione tattile si scioglieva in visiva, una visiva si scioglieva in olfattiva, ah che cos’è il mondo vero, Lenù, l’abbiamo visto adesso, niente niente niente di cui si possa dire definitivamente: è così. Per cui se lei non stava attenta, se non badava ai margini, tutto se ne andava via in grumi sanguigni di mestruo, in polipi sarcomatosi, in pezzi di fibra giallastra”.
Invece Lena mostra quella capacità di reggere le tensioni che viene da un sé forte e coeso che non perde i suoi contorni e non cede sotto i colpi della vita,
“si muoveva tutto: il mare di fuoco sono la crosta terrestre, e le fornaci delle stelle, e i pianeti, e gli universi, e la luce dentro la tenebra, e il silenzio nel gelo. Ma io, anche adesso che ci riflettevo sull’onda delle parole sconvolte di Lila, sentivo che in me lo spavento non riusciva a mettere radici, e perfino la lava, tutta la materia in fusione che immaginavo nel suo ruscellare igneo dentro il globo terrestre, tutta la paura che mi metteva, si sistemavano nella mente in frasi ordinate, in immagini armoniche, diventava un lastricato di pietre nere come per le strade di Napoli, un lastricato di cui io ero sempre e comunque il centro. Mi davo peso, insomma, sapevo darmelo, qualsiasi cosa accadesse. Tutto ciò che mi investiva – gli studi, i libri, Franco, Pietro, le bambine, Nino, il terremoto – sarebbe passato e io – qualsiasi io tra quelli che ero andata sommando -, io sarei rimasta ferma, ero la punta del compasso che è sempre fissa mentre la mina corre intorno tracciando cerchi”.

Gli anni 80, gli anni ‘da bere’, quelli della trasformazione e modernizzazione, del welfare state; anni in cui il Paese vive sopra le proprie possibilità, forse per dimenticare il decennio precedente. La fiducia, il progresso, i primi computer. Tutti sembrano contenti. Ma la ricchezza è illusoria per chi sa vedere le crepe nella struttura e a Napoli si vedono ben prima che altrove.
Napoli era la grande metropoli europea dove con maggior chiarezza la fiducia nelle tecniche, nella scienza, nello sviluppo economico, nella bontà della natura, nella storia che porta necessariamente verso il meglio, nella democrazia si era rivelata con largo anticipo del tutto priva di fondamento. Essere nati in questa città – arrivai a scrivere una volta, pensando non a me ma al pessimismo di Lila – serve a una sola cosa: sapere da sempre, quasi per istinto, ciò che oggi tra mille distinguo cominciano a sostenere tutti: il sogno di progresso senza limiti è in realtà un incubo pieno di ferocia e di morte”.
La violenza è un tratto del rione e di tutta Napoli che sfiora, che tocca ogni persona che ci vive e che non si rende spesso conto di quale sia la linea di confine tra legalità e illegalità, diritto e sopraffazione
“…io e mille mille altre persone perbene di tutta Napoli eravamo state dentro il mondo dei Solara, avevamo partecipato all’inaugurazione dei loro negozi, avevamo comprato le paste nel loro bar, avevamo festeggiato i loro matrimoni, avevamo comprato le loro scarpe, eravamo stati ospiti nello loro case, avevamo mangiato alla stessa tavola, avevamo preso in modo diretto o indiretto il loro denaro, avevamo subìto la loro violenza, e avevamo fatto finta di niente […] la linea di separazione nei confronti di persone come i Solara era stata ed era, a Napoli, in Italia, incerta. Più saltavamo indietro inorriditi, più la linea ci includeva”.

Cambiano, in quegli anni, i rapporti di forza e di potere che porteranno al neoliberismo attuale
“Erano anni complicati. L’ordine del mondo dentro cui eravamo cresciuti si stava dissolvendo. Le vecchie competenze dovute al lungo studio e alla scienza della giusta linea politica sembravano di colpo un modo insensato di impegnare il tempo. Anarchico, marxista, gramsciano, comunista, leninista, trotzkista, maoista, operaista stavano velocemente diventando etichette attardate o, peggio, un marchio di bestialità. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e la logica del massimo profitto, che prima erano ritenuti un abominio, erano tornati a essere ovunque i cardini della libertà e della democrazia. Intanto, per via legale e illegale, tutti i conti rimasti aperti dentro lo stato e dentro le organizzazioni rivoluzionarie si stavano chiudendo con mano pesante”. 

Fino alla crisi degli anni ’90 con Tangentopoli e il marciume dell’intero sistema dei partiti
“Gli elettori se l’erano presa coi vecchi, coi nuovi e coi nuovissimi. Se la gente si era ritratta inorridita di fronte a chi voleva abbattere lo stato, ora balzava indietro disgustata davanti a chi, fingendo a vario titolo di servirlo, se l’era divorato come un verme grasso nella mela. Un’onda nera, prima nascosta sotto fastose scenografie di potere e una logorrea tanto sfrontata quanto proterva, ecco che diventava sempre più visibile e dilagava in ogni angolo d’Italia. Non era solo il rione della mia infanzia a essere un luogo non toccato da nessuna grazia, non era Napoli la sola città irredimibile”.

E Lila e Lena?
Lila è diventata per tutti “la donna tremenda che, colpita da una grande disgrazia, ne portava la potenza addosso e la spandeva intorno. Lila avanzava col suo sguardo feroce…”. Quando riesce a riemergere dalla sua desolazione impiega la sua intelligenza nella scoperta delle ricchezze nascoste di Napoli, delle strade, le chiese dando “a ogni monumento, a ogni ciottolo, una densità di significato, una rilevanza fantastica”.
Lena prosegue per la sua strada, cambia città e scrive. E dalla distanza raggiunta guarda indietro e scrive di lei e di Lila, e della storia che hanno attraversato.

Alla fine tutto gira intorno ai luoghi dell’infanzia, agli amici di allora. L’infanzia è allo stesso tempo il luogo segreto e conosciuto, il paradiso e l’inferno a cui si torna sempre. Non fisicamente (ché gli occhi vedono tutto diverso da quando eri piccola e ti meravigli di quanto risulti minuscolo e banale quel luogo pieno di colori e luce che si era impresso nella memoria) ma col pensiero. È un luogo dell’anima.
“A differenza che nei racconti, la vita vera, quando è passata, si sporge non sulla chiarezza ma sull’oscurità”.

Concludo e riconosco che questi romanzi mi hanno fatto pensare a quella nostra Storia recente che forse abbiamo impacchettato troppo velocemente e “oggi che ho la vita alle spalle…”, come scrive Lena, mi permetto di girarmi indietro e riguardarla. Ma non so se sono capace di obiettività. Di una vaga nostalgia, ma senza rimpianto, sicuramente sì.

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